ABBIGLIAMENTO PASTORALE

Ol capèl di bergamì (disponibile per chi si associa al Festival del pastolalismo Bergamo) ordinalo online

Breve storia del capèl di bergamì. Nel medioevo il copricapo era rappresentato dal cappuccio (quello che sarà conosciuto come “camauro” nell’abbigliamento degli ordini religiosi). Nel tardo medioevo anche i pastori utilizzano il cappello appuntito “da goliardo”. Esso lascia posto nel Quattrocento a un cappello a cupola con tesa larga.

Affresco di Berzo inferiore (fine XV sec.)

Questo tipo di cappello, ancora di colore marrone, lo troviamo ancora nella raffigurazione di un giovane malghese di Bagolino del Settecento. Abbandonata la veste per i calzoni (elemento di modernità), questo malghese veste però in pannolana marrone… e marrone e ancora il cappello a tesa molto larga.

Malghese con cappello (color marrone) tavola lignea nella cappella della Grapa de Vaia (tra Valtrompia e Valcamonica) XVIII sec.
Bergamini del Settecento (ex voto del santuario di Ardesio) con cappello nero a cupola e il bordo rialzato

Sempre nel Settecento, ma in alta val Seriana, troviamo questi due bergamini che indossano tabarri marroni (il nero si impone solo nell’Ottocento) con un cappello a cupola piuttosto ribassata. Conosciuto come capèl de l aqua, questo modello, insieme al cappello a punta (capèl trentìn) resterà in auge sino ai primi decenni del Novecento. Nella raffigurazione si nota il giro di corda intorno al cappello.

Ex voto Santuario di Ardesio (XVIII secolo). Il cappello è a cupola con bordo rialzato e un giro di corda

Dove nasce il capèl di bergamì? Non poteva non nascere a Monza, nello storico cappellifici dei fratelli Vimercati. Il laboratorio nasce nel 1953, ma il padre e il nonno dei vimercati erano già impegnati come operai in cappellifici monzesi. Nei primi decenni del Novecento vi erano ancora venti cappellifici nel capoluogo brianzolo. Un’industria che risale al Quattrocento quando si impone la moda del cappello di feltro di lana.

Le tecniche di lavorazione sono quelle di un secolo fa. I macchinari, veri pezzi da museo ma perfettamente funzionanti, risalgono anche alla fine dell’Ottocento. Il cappellificio è un vero museo di sé stesso, ma rappresenta anche una storia secolare e meriterebbe di essere classificato come laboratorio artigianale storico.

La materia prima (la calotta di feltro grezzo) viene sottoposta a numerosi passaggi per diventare un cappello. Grazie a forme di ogni foggia si producono dai cilindri ai cappelli dei rabbini a quelli tirolesi e degli scout. Non manca la produzione per firme di alta moda e quella con il marchio Vimercati.

Dietro il nostro capèl c’è veramente tanta storia.