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Venerdì 28 aprile alle 18 alla Sala del Grechetto della Biblioteca comunale centrale di Milano (Via Francesco Sforza, 7)


(23.07.17) Si torna a parlare di bergamini a Milano. Un ritorno a casa gli allevatori-casari transumanti di origine orobica che rappresentarono per secoli una presenza ben visibile nella metropoli lombarda. L’occasione è offerta dalla presentazione i libri di Michele Corti sul tema dei bergamini alla biblioteca centrale comunale (Palazzo Sormani-Andreani) nel quadro del ciclo di incontri Grechetto-dipoesia e delle attività di Latte&Linguaggio onlus che organizza a maggio alla ex Cascina Chiesa Rossa (biblioteca comunale realizzata in una vecchia stalla di bovine da latte) l’omonimo convegno-sagra rurbana Alla sala del Grechetto della Sormani si parlerà di bergamini e Milano, bergamini e Valsassina, con Michele Corti e Giacomo Camozzini (autori). Antonio Carminati (editore), Luigi Ballerini, l’anima di Latte&Linguaggio.

Ma non è strano parlare di allevatori-casari, per di più montanari nel centro di Milano? D’accordo che questi personaggi sono oggetto di libri, ma… E invece i bergamini proprio nella precisa zona di Milano dove sorge la più frequentata biblioteca cittadina, erano di casa.

Partiamo dalla via

I bergamini, come altre “categorie” che hanno marcato la storia di Milano del tardo medioevo e della età moderna, hanno – in pieno centro della città – una via ad essi  dedicata nel quartiere dove si concentrano e aleggiano  le loro memorie.  Come gli orefici, i cappellari, gli spadari, gli armorari ecc.

Per chi non lo sapesse la via bergamini è dedicata proprio a loro, era detta prima della più fredda “via bergamini”, “contrada dei bergamini”. Così, al plurale, era chiaro a chi ci si riferisse. Poi la toponomastica modernizzante ha censurato quegli arcaici “dei”e ciò non aiuta gli ignari.
La via quindi è intitolata ad una categoria, ai bergamini, non a un sig. Bergamini (cognome peraltro piuttosto diffuso), una categria che per i cittadini era tanto famigliare quanto i cappellai o gli orefici.  A togliere ogni dubbio c’è il fatto che, sulla targa infatti non c’è nessuna di quelle “qualificazioni”, dal sapore burocratico
(sino ad esiti comici quali: “Spartaco: gladiatore”), che accompagnano l’intitolazione della via sulle bianche targhe marmoree.
Ecco come si presenta oggi (foto sotto) la via bergamini (in fondo si vede bene  la facciata dell’ex Ospedale grande, ora sede dell’università). Sino a qualche decennio fa sulla via si affacciavano ancora le botteghe dei furmagiatt. Anche a occhi chiusi qui – chissà in quanti milanesi se lo ricordano – si percepiva il (fragrante, ma anche penetrante) nesso con una “storia di cacio e stracchino”. Ma quanti degli studenti che frequentano la “statale”conoscono i bergamini? Da tempo medito di eseguire un sondaggio in proposito. Di piazzarmi sotto la targa e fermare gli studenti: “scusa, non sono un rompiballe, ma un prof, e vorrei fare un piccolo sondaggio sugli studenti che passano da questa via…”
La dedica della via – che ha dato luogo a ricostruzioni a volte
fantasiose – era legata, ovviamente, alla presenza dei bergamini al “mercato della Balla” (il mercato istituzionale dei latticini, che ebbe più sedi e si teneva ogni tre giorni). Per secoli la sede era nell’area di via Torino (esiste ancora la via Palla,) poi venne spostato alla Cà granda (via Festa del perdono). Nell’opera Milano e il suo territorio, curata da Cesare Cantù ed edita nel 1844 si legge:

Ab antico si chiama la balla il mercato dei burri e latticinii in città e dapprima stava tra Sant Alessandro e San Giorgio ove ne dura il nome, poi fu trasferito presso l’ ospedale grande sotto una tettoia nè bella nè comoda, Ma un mercato dei commestibili è un altro de pensieri che la città va maturando (1)

 L’imbocco di via Bergamini negli anni Venti

Bergamini venditori diretti

I “mercati contadini” non sono certo invenzione degli ultimi anni. Le autorità annonarie cittadine (quel Tribunale di provisione che ci è famigliare dai Promessi sposi) si preoccupavano molto di calmierare i prezzi, di far affluire le derrate (2).
In un “mercato regolato” (inconcepibile oggi ai tempi del liberismo ma che non funzionava poi così male) numerosi e dettagliati “capitoli”(articoli dei regolamenti) si preoccupavano di come far affluire le merci e di controllare i prezzi. Così i nostri bergamini li vediamo citati spesso nelle regole relative alla gestione del mercato cittadino dei prodotti alimentari. Nei capitoli realativi a Olij, Grassi, Sevi, Candele, & Mele del Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano… (3).

Cap. IX. Alcuno Postaro, ò rivenditore di questa Città non ardischi comprare, ne incaparare alcuna quantità di butiro, o mascarpe da alcuno Bergamino, ne altra persona, ne qualsivoglia vettovaglia in questa Città innanzi la seconda nona, ne di fuori per miglia dodici, ma tal butiro, & vettovaglie, che si conducono dalli Bergamini & altri alla Città, quali le debbano vendere loro stessi publicamente nelli luoghi destinati, publici, & soliti, conforme però sempre alli ordini, & non le possino vendere ad alcuno venditore di questa Città, ma solamente quelli, che vorranno comprare per uso proprio, & non altramente (salvo doppo l’hora della seconda nona come sopra alli Postari), & tutto ciò sotto pena de scuti cinquanta d’oro, e di tratti tre di corda, overo d’essere posto alla berlina o catena all’arbitrio delli detti Signori […]

Nella categoria dei “bergamini” figuravano anche quei personaggi che, pur continuando una vita “nomade” spostandosi da una cascina all’altra, avevano abbandonato la transumanza e si erano concentrati sull’attività casearia. Si tratta dei latée. Essi non solo mantenevano ancora diverse vacche da latte ma, con il siero e il latticello residuo delle lavorazioni casearie, allevavano anche diversi maiali che, una volta ingrassati, erano esitati sul mercato cittadino. Gente con una particolare sensibilità e affinità con gli animali (in testa avevano … i bes-cti)

Mediatore

Giancarlo Vitali. Il mediatore

C’è una graduazione senza soluzione di continuità tra chi allevava e transumava, chi allevava e caseificava e chi – infine – si specializzò nell’attività di “negoziante”, vuoi di prodotti caseari, vuoi di bestiame. Da questo punto di vista va infatti ricordato come il “negoziante” non era solo un commerciante. Il bergamino (e i latée) vendevano formaggio fresco, spesso freschissimo (non ancora salato). Era il negoziante che, in appositi magazzini semi-interrati (dislocati in precise aree della città, come vedremo poi), provvedeva alla lavorazione, stagionatura, conservazione degli stracchini (e del grana). Ultimo anello della catena erano i rivenditori, i postari, i bottegai (ma spesso questa attività era legata a quella di commercio e stagionatura e, comunque era gestita da diversi rami delle stesse grandi famiglie). Quando, con l’espansione della città, che divorava marcite e cascine, diminuì l’offerta di stalle e foraggio ma aumentarono le bocche da sfamare, non pochi piccoli bergamini (i grossi diventarono agricoltori o imprenditori caseari) divennero “lattai” (non più nel senso di “casari” ma in quello di esercenti botteghe di vendita al minuto di latte e latticini (quelli che chi è nato negli anni cinquanta-sessanta ricorda con nostalgia e che oggi sono oggetto di revival). Non pochi divennero anche cervelée.
La presenza e la geografia dei bergamini a Milano è quindi legata a una costellazione di figure ad essi legate per rapporti di parentela e di affari. Figure stabilmente presenti in città: “negozianti” di formaggi, mediatori, commercianti di fieno e di bestiame, rivenditori di generi alimentari.

Una geografia dentro le mura

La presenza dei bergamini nella città si raggrumava in quello spicchio urbano entro la cerchia dei Navigli che unisce piazza Fontana alla Cà Granda. Dal punto di vista temporale i bergamini diventano visibili (agli atti) nel XVI secolo. Nel XVII rappresentano una presenza molto “famigliare” tanto che non solo i capitoli del mercato della balla ma anche altre normative li citano senza bisogno di aggiungere altro. Natale Arioli, nipote di un berlaj (nel lodigiano i bergamini che praticavano la transumanza erano spesso chiamati così) ex docente ITAS Codogno e allevatore (oltre che studioso) ha rintracciato la presenza dei bergamini in molti documenti (notarili) del XVI-XVIII secolo. E’ sorprendente come gli atti ci riconsegnino la realtà viva di persone che testimoniano in tribunale o da un notaio a Milano ma potevano venire dalla remota val Tartano che è nelle Orobie ma sul versante abduano. Oggi parli con amici “montagnini” e per loro venire a Milano sembra un’avventura nella jungla (metropolitana) mezzo millennio fa i nostri antenati montanari a Milano erano a casa loro. Ci andavano e venivano. La transumanza (e le migrazioni stagionali qualificate in genere) allargavano gli orizzonti e i montagnini erano tutt’altro che spaesati in città. In Valsasina i comuni affidavano ai bergamini servizi di “tesoreria”. Visto che, tranne in estate quando alpeggiavano, si recavano a Milano spesso (per vendere i prodotti o “fare mercato” di animali, acquisto del fieno ecc.) nel XVIII secolo, a Cassina, il comune incaricava il bergamino Giovan Battista Combi dell’effettuazione di pagamenti si vide abbuonato di parte dell’affitto in cambio del versamento a Milano ,a nome del comune, del corrisponente importo ad estinzione di debiti e imposte dovuti dal comune stesso (4).

Dettaglio della mappa di Milano di Giovanni Brenna del 1860

I bergamini erano ben visibili con i loro tabarri al mercato di piazza Fontana che si teneva due volte la settimana. Già, piazza Fontana…

La frequentazione della piazza (e della banca che serviva come appoggio per le operazioni) da parte dei bergamini intabarrati non era ancora cessata nel 1969 quando, il 12 dicembre, una bomba devastò il salone della Banca nazionale dell’agricoltura causando la strage che inaugurò un triste periodo.  Camilla Cederna, in un pezzo giornalistico che fece scuola (4) li citò tra le figure di un mondo rurale che stava scomparendo ma che esisteva ancora.
Erano presenze caratteristiche quelle dei bergamini (che non potevano sfuggire ai milanesi, anche a una giornalista che si era occupata di frivolezze primadi passare al giornalismo politico) . Prima della guerra la loro “divisa” era ancora più interessante. “

In Piazza Fontana a Milano non è più dato vederli avvolti nei loro caratteristici mantelloni pelosi di lana verde […]” (5). Così  scriveva negli anni Settanta Luigi Formigoni (zio di Roberto). Il veterinario Formigoni, a partire dagli anni Venti ebbe parecchio a che fare con i bergamini della Valsassina, capendoli e ammirandoli (fatto raro tra i tecnoburocrati).  Fu, infatt, qualità di funzionario (responsabile della zootecnia) della Cattedra ambulante di agricoltura e poi di direttore dell’Ispettorato agrario provinciale . L’abbigliamento dei bergamini in piazza Fontana dalla descrizione di un informatore bergamino, raccolta di persona diversi anni fa (6).

Prima della guerra i bergamìn prima de tutt gh’éren i uregìn d’òor, bei uregìn. Vegnéven in  piazza [Piazza Fontana] cun la scussalìna magàri un scussaa, quéi scussaa che metéven sü a fa i strachìn, de téla gròssa e i ligàven chidedrée [girato sul fianco e di dietro ] cun la tracòlla. Vegnéven in piazza cul scussaa, magàri gh’e n’era de quèi che metéva  sü anca un para de zuculàss gh’e n’era de quej che vegnéven sü cun scussàa e bastùn perché el  bastùn el mülàven no; l’utanta per cént di  bergamìn vegnéven  in piazza cul bastùn e l’era pròpi un abitùdin


Come tutte le categorie i furmagiatt avevano un patrono e un”sindacato”.  Si tratta del Pio Consorzio di S. Lucio Martire, che venne canonicamente esterno-san-bernardinoeretto nel venerando santuario di San Bernardino alle Ossa. Il Consorzio, fondato nel 1835 commissionò al pittore Ignazio Manzoni nel 1845 un grande dipinto ad olio, da cui fu ricavata una splendida stampa della raccolta Bertarelli: una scena animata che ripropone il santo nella sua opera di carità verso i poveri. Il dipinto era collocato a destra dell’altare maggiore, nel corridoio che porta all’uscita di via Verziere ora non è esposto perché ammalorato e necessita di restauro. Una riproduzione del quadro (sotto) è visibile all’esterno del caseificio di Morterone (in Valsassina)

La chiesa di San Bernardino alle ossa rappresentò un punto di riferimento costante per i bergamini . Come testimoniato da questa ricevuta rilasciata al “divoto signor Giuseppe Arioli” per la celebrazione di messe di suffragio. Gli Arioli rappresentano una dinastia di bergamini originari di Piazzatorre e Mezzoldo in alta val Brembana che conta ancor oggi allevatori e imprenditori caseari nell’area del lodigiano e nell’abbiatense.

Nella nostra geografia dei bergamini vogliamo includere anche il palazzo Sormani-Andreani. E non solopèer ragioni simboliche. Esso fino al 1783 era palazzo Monti e i Monti, originari della Valsassina, diventandone feudatari nel 1647. Per la famiglia, osteggiata dai Manzoni e da altri potenti il feudo rappresentò un pessimo affare economico. Si consolarono con… gli stracchini dei bergamini. Uno dei pochi vantaggi conseguiti all’infeudazione fu il possesso del monte (alpeggio)di Artavaggio. Nel 1731 Il conte Cesare Monti (nipote del cardinal Monti) affittò  il monte a Giuseppe Bera di Moggio per 1330 £ più un appendizio di 20 libbre di stracchino (poco più di 15 kg)  da consegnare presso il suo palazzo milanese (7).  Il palazzo è l’attuale sede della biblioteca comunale centrale (“la Sormani”).
In via Francesco Sforza, dove speriamo di veder scorrere ancora le acque dei quella che era  “cerchia interna”, oltre alla Sormani e alla Cà Granda possiamo aggiungere un altro elemento della geografia dei bergamini-furmagiatt. Essi, in alcuni casi fecero strada, alcuni in modo strepitoso entrando a far parte della più ricca borghesia cittadina. Uno di questi fu Romeo Invernizzi. Gli Invernizzi erano bergamini originari di Morterone (località che si raggiunge oggi da Ballabio con una tortuosa strada di 16 km). Carlo Invernizzi, padre di Giovanni, il fodatore della ditta, era nato nel 1837. Svernava nell’area di Treviglio e di Vaprio. Nel 1870 si stabilì definitivamente in pianura, lavorando come laté, il latte raccolto in zona, a Settala, a Sud di Melzo. Nel 1908, fondò la ditta che portava il nome del padre bergamino e, nel 1914, aprì uno stabilimento a Melzo (a breve distanza da quello della Galbani, altra ditta con origini bergamine valsassinesi).
Nel 1925 alla guida della ditta subentrerà il giovane Romeo che impresse un deciso impulso all’azienda. Il padre mantenne però sino alla morte (1941) il compito di selezionare le cascine fornitrici di latte. Giovanni Invernizzi si occupava anche di “rastrellare” i fondi agricoli in un periodo in cui i proprietari, appartenenti all’aristocrazia lombarda, erano in difficoltà. Dall’acquisizione di diverse piccole cascine nacque la proprietà di Trenzanesio (oggi un po’ mortificata dalla bretella della brebemi) nello stile della tenuta all’inglese, con tanto di daini. A far schiattare d’invidia aristocratici e borghesi dai nobili blasoni industriali era anche la sontuosità della dimora cittadina degli Invernizzi, il palazzo-villa con fronte Corso Venezia(e giardini pensili)  e retro su via Cappuccini con il famoso parco dei fenicotteri rosa.
Nel 1928 la Invernizzi rilevò da Galbani uno stabilimento già avviato a Caravaggio che consentì alla ditta di lanciare prodotti con il marchio di famiglia e di proiettarsi in campo nazionale e internazionale fino alla cessione alla Kraft nel 1985. A Pozzolo nacquero Giovanni ma anche i nipoti Remo e Romeo che mantenne le redini della società sino al 1982 e che si è spento a Milano nel 2004 a 98 anni al termine di una vita che l’aveva visto esordire da bambino comelaté, raccogliendo il latte prima di andare a scuola, e poi concluderla da ricchissimo industriale. Ricchissimo ma attento a ricalcare la tradizione meneghina di sostegno alle istituzioni ospedaliere. Così di fronte alla vecchia Cà Granda che vedeva i bergamini intenti a vendere i loro stracchini, sull’opposta “sponda” del naviglio (ancora coperto dall’asfalto tombale) oggi grazie ai lasciti dell’ex-laté, nipote di un bergamino transumante, sorge il più moderno padiglione della Cà Granda.

Una geografia che esce dalle mura

Il comune di Milano, fu circoscritto entro le mura (“spagnole”) sino al 1873, quando vennero assorbiti i Corpi santi, che costituivano un comune a se. Il perimetro dei Corpi santi, che divenne quello del comune di Milano (salvo poi fagogitare in tempi successivi parecchi altri comuni come quelli di Lambrate e del Vigentino). I Corpi santi, istituiti nel 1781 , rappresentavano una “camera di compensazione” tra la città e la campagna vera e propria. Si praticava un’agricoltura intensiva con moltissime  cascine. Quelle della prima fascia, di un miglio o poco più erano piccole e la produzione di latte era indirizzata prevalentemente al consumo fresco. Mano a mano che ci si allontanava dalle mura cittadine le cascine dei Corpi santi (così verso il Vigentino e Charavalle) assumevano l’aspetto di quelle tipiche della “bassa” con grandi corti che potevano ospitare anche centinaia di vacche da latte di più bergamini. Nei Corpi santi erano dislocate attività quali osterie, mulini,  lavanderie in stretta relazione con i bisogni della città ma anche attività industriali (concerie, fonderie, fornaci).

Il Borgo di San Gottardo (per i milanesi el burgh di furmagiatt sino a non molti anni fa) deve la sua fortuna alla presenza dei Navigli e della Darsena ma anche delle strade regie che correvano ai lati delle alzaie e conducevano verso il Piemonte e Pavia. Un ruolo decisivo nel determinare lo sviluppo del Borgo lo svolse però la normativa fiscale. I corpi santi erano esenti da dazio, quindi era possibile il magazzinaggio di merce deperibile destinata alla città (dove entrava solo quanto necessario al consumo cittadino) ma anche ad altre destinazioni interne  Questa favorevole condizione si instaurò però solo dopo il 1828. Sino a quella data, al fine di rendere meno agevole l’ingresso a Milano di merci di contrabbando, era vietata qualsiasi attività di deposito anche nei corpi santi e i furmagiatt milanesi avevano grandi magazzini di stagionatura a Corsico.  A metà degli anni cinquanta del XIX secolo i depositi caseari del Burgh raggiunsero il numero notevole di 105(8).
El burgh di furmagiatt mantenne una grande importanza nel commercio caseario sino agli anni trenta quando la stagionatura del gorgonzola venne trasferita a Novara. Per un certo periodo, mentre la funzione di magazzinaggio ormai declinava, le ditte mantennero ancora le sedi commerciali nel borgo (9)

Corso San Gottardo – El burgh di furmagiatt 

A Milano le attività di stagionatura dei formaggi non rimasero esclusive del burgh di furmagiatt. Verso la fine dell’ottocento si affermarono attività di stagionatura anche nella zona a N-E della città. Le storie di bergamini originari della val taleggio ci consegnano notizie di stagionature tra Porta tenaglia (oggi Porta Volta) e Porta Venezia. non sappiamo se e in quale misura queste attività (sicuramente di rilievo molto inferiore a quelle di Porta Ticinese) si rifornissero attraverso il vicino porto del Tumbun de San March (10). 

Per una strana coincidenza le due testimonianze riguardano due originari della contrada Grasso di Taleggio: uno: Pietro Bellaviti, nato nel 1828, si trasferì a Milano nel 1850 avviando un’attività di stagionatura a Porta orientale (attuale Porta Venezia), di certo in connessione con i numerosi bergamini di origine taleggina della zona dell’Est milanese. il pronipote racconta come il bisnonno realizzasse nel 1880 due edifici in Via spallanzani dove prima esisteva l’osteria Tri basèi (11). Nella foto sopra via Spallanzani a Porta (già Borgo) di Porta Venezia

Giacomo Danelli, nato negli stessi anni di Pietro Bellaviti, nel racconto di una pronipote (che ne conserva una fotografia di fine XIX secolo, qui a fianco) esercitò per tutta la vita l’attività di bergamino svernando solitamente nei Corpi santi. Come tutti i bergamini frequentava il mercato di Piazza Fontana e vendeva gli stracchini che produceva ad un nipote “negoziante” (commerciante-stagionatore) che risiedeva in Via Paolo Sarpi (dove il processo di urbanizzazione si sviluppò negli anni ottanta)(12)

La “polveriera” tuttora esistente in Corso Buenos Aires (negozio Benetton) 

Restando a Porta Venezia merita un accenno anche l’attività dei commercianti di bestiame di origine bergamina (13). I commercianti, spesso parenti degli allevatori visitavano le stalle dei bergamini che svernavano nel Milanese durante tutto l’inverno, acquistavano i capi che disponibili e li mantenevano nei loro depositi fuori Porta Tosa (oggi porta Vittoria), Romana ed Orientale (oggi porta Venezia) dove era possibile acquistarli anche a gruppi di decine di capi.  Tra i grossi commercianti di bestiame figuravano dei valsassinesi. Lorenzo Buzzoni di Barzio, nato all’inizio del XIX secolo, operava fuori porta Venezia, l’epicentro dei commerci di bestiame, e divenne proprietario di un edificio,tuttora esistente in corso Buenos Aires all’angolo con la via San Gregorio. Il fratello, che continuò a produrre latticini in Valsassina, ebbe meno fortuna. Il palazzo, realizzato a fine Settecento come polveriera (si chiama ancora così), era divenuto osteria con alloggio e stallazzo (“parcheggio” per i cavalli). L’osteria era luogo di incontro dei commercianti di bestiame.

La via Conte Rosso a Lambrate

La zona a Est della città era particolarmente ricca di cascine. Essa si estendeva poi verso la Martesana che, grazie al Naviglio e al ruolo di crocevia della transumanza di Gorgonzola, divenne (con Melzo) l’area del decollo industriale caseario. Dopo Gorgonzola era Lambrate il centro caseario più attivo nell’Est milanese. Sappiamo che nell’indagine sui ‘caselli’ del 1840 per la provincia di Milano (14) venivano segnalate, come chiaramente distinte dai ‘casoni’ o ‘caselli’, un certo numero di ‘fabbriche del formaggio’. Di queste ben 13 si trovavano proprio a Gorgonzola, mentre la maggior parte delle altre erano localizzate nella zona immediatamente ad Est di Milano dove era possibile ricevere il latte dai numerosi bergamini che operavano nell’area. Così ne sono indicate quattro a Lambrate (oggi comune di Milano), tre a Limito, tre a Linate (oggi comune di Segrate, confinante con Milano). A Lambrate ditte casearie (produzione e /o commercio) di una certa rilevanza si segnalano ancora nel Novecento e sono in genere gestite da bergamini della val Taleggio. A Liscate è tutt’oggi attivo nella produzione di stracchini il caseificio Papetti (il cognome, originario della val Brembana,  è uno tra quelli importanti nella storia dei bergamini).

Tutta la fascia a Sud, Est e Ovest della città era area di densa presenza dei bergamini. Qui ci piace ricordare, per concludere, almeno uno dei vecchi comuni milanesi fagocitati dallo sviluppo (spesso brutto e disordinato) della metropoli: il Vigentino (nella foto il municipio nella via Ripamonti). Molto fitta era la presenza dei bergamini a sud della città perché qui scorrevano i canali scolmatori (l’antica Vettabia e il Redefossi) che veicolarono per secoli le acque luride di Milano fertilizzando le campagne e consentendo produzioni foraggere super (per quantità, non per qualità). I due fattori: vicinanza del mercato di Milano e acque di irrigazione “grasse”. Poi con il dilagare del cemento le acque subirono un pesante inquinamento chimico a causa dell’uso dei detersivi non degradabili e della proliferazione di scarichi dei reflui di lavorazioni industriali.    Ci sarà spazio anche per “nuovi bergamini” nel futuro di Milano? Intanto al Parco del Ticinello la Cascina Campazzo continua a produrre latte dopo aver scampato il destino della lottizzazione . Ci sono tante cascine fantasmi di sé stesse, tante superfici coltivate sommariamente (tanto per la Pac) che attenderebbero di essere “riconquistate” dai bergamini.

Note

(1) C.Cantù, a cura di, Milano e il suo territorio, Tomo II, Pirola, Milano, 1844, p.101(2) Le autorità intendevano evitata nelle città non solo fame ma anche malcontento (mentre la carestia nelle campagne era tollerabile perché meno pericolosa). Era infatti difficile reprimere le rivolte cittadine, i “tumulti”. Che potevano facilmente degenerare nella “presa del palazzo”. Le cose, come noto, cambiarono dopo l’esperienza del 1848 quando, a partire da Parigi, si iniziò un “risanamento urbano”. Esso, eliminando il reticolo di viuzze, aveva lo scopo non tanto dissimulato di consentire alle truppe (e ai cannoni, che anche a Milano furono usate dal sabaudo Bava Beccaris) di impedire l’erezione di barricate.

(3) Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano.  Cominciato l’anno 1580, successivamente ampliato nel 1613. Et finalmente perfettionato nell’anno 1657 con aggionta delli Ordini seguiti al presente ec. Nella regia Ducal corte per Cesare Malatesta Stampatore ec., Milano, 1657

(4)   A. Dattero , La famiglia Manzoni e la Valsassina: politica, economia e società nello Stato di Milano durante l’Antico Regime, Franco Angeli, Milano, 1997, p. 55.

(5) C. Cederna, “Una bomba contro il popolo”, L’Espresso, 21 dicembre 1969.

(6)  L. Formigoni, La Valsassina e l’allevamento del bestiame bovino di razza Bruna Alpina, s.l., 1930. p. 7

(7) L’infomatore era Mario Magenes, nato nel 1922 e l’intervista la raccolsi nel novembre 2011 presso la sua abitazione di Cascina Pessina in località Novegro (Mi), comune di Segrate (al confine con Milano)

(8) A. Dattero, op. cit,  p. 56

(9) C. Besana “Note sulla produzione e il commercio dei prodotti lattiero-caseari”, in P. Battilani, G. Bigatti (a cura di), Oro bianco. Il settore lattiero caseario in Val Padana tra Ottocento e Novecento, Lodi, Giona, 2003, p. 130

(10) M. Corti,   La civiltà dei bergamini. Un’eredità misconosciuta. La tribù lombarda dei malghesi tra la montagna e la pianura dal quattordicesimo al ventesimo secolo, Centro studi valle Imagna, Sant’Omobono terme, 2014, p. 272

(11) M.Corti, “I navigli milanesi: vie d’acqua e di latte  (o, per meglio dire, di caci e stracchini)”, in Latte&Linguaggio, 3 (2017):145-164 (a cura di L.Ballerini e P.La Torre, Danilo Montanari editore, Ravenna)

(12) 10. A. Carminati (a cura di) Bergamini, vacche e stracchini. Ventiquattro racconti di malghesi, lattai e fittavoli dalla Valle Taleggio alle cascine di Gorgonzola e dintorni. Centro studi valle imagna, Sant’Omobono terme, 2015, p. 68

(13) Intervista eall’autore alla pronipote raccolta il 3 ottobre 2015 presso la sua abitazione in contrada Grasso di Taleggio.

(14) M. Corti, G.Camozzini, P. Buzzoni. Zootecnia e arte casearia. Tradizioni da leggenda in Valsassina, Bellavite, Missaglia, 2016, p.68-60

(15) Archivio di stato di Milano, Atti di governo, Commercio, p.m., b. 15


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PRIMO APPUNTAMENTO CON LA CUCINA DELLE ALPI

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CUCINA DELLE ALPI

Pronto il programma del ciclo “gastroculturale” CUCINA DELLE ALPI.Conversazioni a cena con cinque artigiani del cibo  Dal 4 marzo al 29 aprile 2017 alla Bibliosteria di Cà Berizzi Corna Imagna.  Cinque serate che esprimono il paesaggio del cibo di cinque realtà alpine, espressione della variegata cultura umana alpina e della sua natura
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di Michele Corti

(03.02.17) La rassegna è Organizzata da Cà Berizzi (la BibliOsteria) di Corna Imagna con il Cnetro studi valle Imagna e il Festival del pastoralismo. L’iniziativa ha coinvolto cinque realtà culturali alpine da Cuneo a Udine: la valle Stura di Demonte  (Cn), l’alta Valsesia (Vc), la valle del Fersina (Tn), la Valsugana-Lagorai (Tn) , Gemonese (Ud).

Presso ciascuna di queste realtà sono attive delle associazioni culturali o degli ecomusei che da tempo promuovono la cultura locale e la cultura rurale alpina, anche nei suoi aspetti agroalimentari e gastronomici. Grazie a loro e alle persone che le animano (alcune delle quali conosceremo a Corna Imagna e che vi farò conoscere in antipico) è stato possibile organizzare la manifestazione. Le citiamo nello stesso ordine (da Ovest ad Est):Ecomuseo della pastorizia di Pontebernardo, Pietraporzio (Cn),Associazione “Gruppo walser Carcoforo”, Carcoforo (Vc), Associazione culturale “Schratl”, Palù del Fersina / Palai en Bersntol (Tn),  Libera associazione malghesi e pastori del Lagorai,  Telve (Tn), Ecomuseo delle acque del Gemonese, Gemona (Ud) .

Una rete di relazioni culturali

Dietro le sigle sopra riportate vi sono persone, facce note, amici che conosciamo da tempo (con i quali ci si sente anche spesso), e con i quali abbiamo partecipato ad iniziative (in qualche caso non solo una) sul loro territorio. Reti già esistenti che possono essere valorizzate, come in questo caso, per promuovere conoscenza reciproca e  il grande patrimonio della cultura del cibo ruralpina. Per molti sarà anche un’occasione per conoscere quelle lingue “minoritarie”, un tempo vere “lingue tagliate” (in gran parte sradicate dal monolinguismo imposto in Italia dal fascismo ma non solo da esso). Esse fanno delle Alpi un mosaico culturale e lingustico dove non è quasi mai lo spartiacque a fare da limes. Un mosaico fatto non di “blocchi compatti” ma spesso di isole e arcipelaghi linguistici variegati (basti pensare al romancio ma anche alle antiche parlate germaniche disseminate tra Trentino e Veneto). Un panorama quanto mai ricco.

Lingue e gastronomia: la ricchezza della cultura alpina

Quattro su cinque delle realtà invitate a Corna Imagna sono rappresentanti di “minoranze linguistiche”: Provenzale alpino (Occitano), Walser (lingua alemannica), “Mocheno”/Bernstoler (antica parlata baiuvara), Friulano. La particolare coloritura linguistico-culturale di queste terre si riflette anche nella cucina dando luogo ad interessanti considerazioni e a inedite esperienze.

Esperienze agricole, di azione locale, di resistenza montanara e umana

Vorremmo come organizzatori che a queste serate intervengano non solo gli appassionati di cucina e di cultura alpina, ma anche chi sul nostro territorio (la montagna orobica e lombarda più in generale) è impegnato in esperienze ri rigenerazione locale, comunitaria, agricola. Tutte queste esperienze parlano della, a volte faticosa, rinascita di produzioni agroalimentari: vuoi di una razza ovina o caprina, di una varietà di mais,

 IL PROGRAMMA


SABATO 4 MARZO 2017 – Lagorai – Valsugana (Trentino)            


La cucina di Luigi Montibeller, un inno alla biodiversità di Valsugana e Lagorai, terra ricca di pascoli e pastori: latte, formaggi, panna, burro di malga, patate, verdure e ce- reali, mele e miele, erbe aromatiche, asparagi selvatici, porcini e mirtilli rossi del sotto- bosco. Un viaggio spirituale dentro il cibo di un paesaggio di montagna: zuppa d’orzo con latte crudo e porcini del Lagorai, polenta di mais Spin. Vini: Rebo e Chardonnay.


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SABATO 18 MARZO 2017 – Alta Valsesia (Piemonte)  

Saranno serviti piatti basati sulla produzione alimentare valsesiana del Quattro-Cinque- cento, quando in valle vi era una corrispondenza assoluta tra produzione alimentare e alimentazione. Le tre portate ( toma e salagnun, mocette e lardo con miacce, Wallisschuppa e Wiwellata ) sono costituite da piatti unici, non assimilabili a quanto attualmente definiamo antipasti, primi e secondi piatti.Vini rossi dei colli novaresi con uve Nebbiolo.

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SABATO 1 APRILE 2017 – Territorio del Gemonese (Friuli)            

 Il territorio del Gemonese, all’imbocco della valle del Tagliamento, è un luogo di pas- saggio, dove i commerci, le migrazioni, gli spostamenti stagionali hanno portato con sé culture e colture, piatti e sapori di provenienze diverse. Qui opera l’Ecomuseo delle Acque, impegnato a interpretare il patrimonio agroalimentare locale, i cui prodotti simbolo sono il Pan di sorc e il Formaggio di latteria turnaria , presìdi Slow Food.

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 SABATO 24 APRILE 2017 – Valle del Fersina/Bersntol (Trentino)              

La Valle del Fersina-Bersntol, nel Trentino Orientale, è attraversata dal torrente Fersina ed è caratterizzata dalla presenza della minoranza linguistica Mòchena (in tre paesi si parla l’idioma germanofono). La cultura legata al passato teutonico si è portata appresso una serie di usi e costumi anche nel campo gastronomico. I Kuckeler , i Kròpfen , de Stèlzer sono solo alcuni dei piatti legati alla tradizione che si rinnova in continuazione.

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 SABATO 29 APRILE 2017 – Valle Stura di Demonte (Piemonte)        

 L’Ecomuseo della Pastorizia e il Consorzio l’ Escaroun ci introducono nella Valle Stura di Demonte, terra della pecora sambucana. Protagonista della serata è l’ agnello sambucano, presidio Slow Food. Oltre alla delicata e gustosa carne, viene offerto il formaggio la toumo , con salumi e paté. Un esperto dell’Ecomuseo ci illustrerà il patrimonio storico-cul- turale ed economico della Valle Stura, con al centro gli allevamenti ovini sambucani.

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Gli incontri sono articolati in due momenti; alle ore 18,00: convegno con presentazione degli ospiti, delle produzioni e delle attività dei rispettivi territori; alle ore 20.00: cena a base dei prodotti agroalimentari dei vari contesti; i singoli piatti vengono presentati e illustrati ai commensali dal cuoco regionale.

Le prenotazioni sono aperte

La cena 30 €, vini compresi – chi partecipa a tutte le 5 serate ha diritto ad una cena gratuita (Euro 120,00 anzichè 150,00) – Chi partecipa ad almeno 4 serate a un libro del Centro Studi in omaggio

info 366 546 2000  info@caberizzi.it

Cà Berizzi, Via Regorda 7, 24030 Corna Imagna (Bg

Chiusura del Festival con l’ultimo appuntamento

La mostra “La vacca dei poveri” chiude il Domenica 27. Sabato 26 novembre sempre presso la Sala dell’ex Ateneo (Piazza Reginaldo Giuliani/Piazza Duomo) a Bergamo alta alle 17:00 Presentazione del volume Culp de mòrbe che in modo originale presenta un capitolo importante della realtà rurale del passato: i rimedi delle malattie degli animali domestici.

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culp de morbe

Saranno presenti l’autore, Bruno Milesi e l’editore, Antonio Carminati, direttore del Centro studi valle Imagna. Con loro converseranno Michele Corti (ruralista e docente di zootecnia di montagna) e Roberto Maggi (docente di farmacologia) alla presentazione del volume seguirà la commemorazione di Alessandro Avogadri, presidente dell’Associazione valorizzazione degli alpeggi mancato nel luglio 2016


Il week-end 19-20 novembre al Festival

Venerdì 18 novembre a Bergamo alta alle ore 20.30 presso la Sala del Seminarino (ex cinema parrocchiale) In via Tassis 12, presentazione del film Enchikunye (ritorno a casa) di Sandro Bozzolo, Italia 2015, Durata: 43′. Culture diverse, colori della pelle diversi, età diverse ma più forte la condivisione dai valori del pastoralismo. Il titolo in lingua maa significa “tornare verso casa”.  Leaak giovane donna maasai kenyana, e Silvia, bergera piemontese trascorrono un’estate in alpeggio imaparando a conoscersi e raccontandosi.

Sabato 19 novembre a Bergamo alta, Sala ex Atneo (Piazza padre Reginaldo Giulia, entrata lato duomo si arriva da Piazza vecchia) h 17:00 L’asino: dalla soma all’onoterapia.  Conversazione con video a cura di Maurizio Cortinovis dell’associazione Asini si nasce e io lo naqqui – Bergamo.  E’ stato il “cavallo dei poveri” ed è tutt’ora utilissimo per trasporti e lavori agricoli. Oggi, però, l’asino si presta a nuovi servizi: è un manutentore del paesaggio e torna ad essere utilizzato per i lavori agricoli in aziende contadine e bio. Si presta ottimamente a fornire i servizi di soma per il trekking e attività sportive.Vi è un’attività, pero, che riveste un significato sociale di particolare importanza: l’onoterapia.asini5

  • Domenica 20 novembre. Sala ex Atneo (Piazza padre Reginaldo Giulia, entrata lato duomo si arriva da Piazza vecchia) h 16:00  Le Orobie e le loro tradizioni casearie L’occasione della presentazione del volume (uscito la scorsa estate) Zootecnia e caseificio. Tradizioni da leggenda in Valsassina (di M. Corti. G. Camozzini. P. Buzzoni, editore Bellavite) sarà occasione di un dialogo tra Valsassina e valli bergamasche sul tema di una realtà casearia orobica forte delle secolari relazioni e scambi tra valle Brembana, val Taleggio, valle Imagna, Valsassina e le valli orobiche valtellinesi. Essa  poggiava sulla grande competenza allevatoriale e casearia dei bergamini, una “tribù” fortemente collegata da intrecci famigliari e professionali che abbracciavano tutte le valli.   Un’ occasione per parlare anche delle prospettive attuali. Saranno presenti gli autori, editore, Alvaro Ravasio di CasArrigoni, Taleggio e presidente dei Principi delle Orobie e altri rappresentanti dell’associazione (con assaggi caseari).

bergamini2Il volume presentato è corredato da centinaia di foto d’epoca delle quali verrà proiettato un saggio


Il week-end 11-12 novembre al Festival

Quattro appuntamenti di diverso tipo al festival questo fine settimana: film, gastronomia, letteratura, laboratorio artigianale

tiziano-valle-argentina-009-640x640-640x640Venerdì 11 novembre h 20:30 a Bergamo alta, Sala Seminarino, Via Tassis 12, Proiezione del film
Storie di uomini e lupi. Italia-Francia, 2015, 76’, di Alessandro Abba Legnazzi e Andrea Deaglio. Film inchiesta sul ritorno del lupo sulle alpi occidentali piemontesi e nelle vicine alpi francesi (saranno presenti in sala il regista e alcuni dei pastori intervistati che parteciperanno al dibattito). A cura Associazione Gente di MontagnaFestival del pastoralismo Bergamo con la collaborazione dell’Oratorio della parrocchia di Sant’Alessandro martire in cattedrale. info 3282162812

Venerdì 11 Novembre h 19:00 a Corna Imagna (Bg) presso la Bibliosteria di Cà Berizzi, Viagenova2 Regorda, 7, terzo incontro interregionale di cucina pastorale e contadina nell’ambito del Festival del pastoralismo di Bergamo La montagna genovese e la sua cucina: patata quarantina e molto altro . Ospiti d’onore in cucina la signora Rita Garibaldi, già cuoca dell’Antica Trattoria Garibaldi di Caminata in Valgraveglia, depositaria di molti segreti della cucina dell’entroterra ligure e Massimo Angelini, ruralista, scrittore, editore. Menù e vini strettamente territoriali. 25€prenotare al 3665462000 –  info@caberizzi.it Organizzato da Centro studi Valle Imagna – Cà Berizzi – Festival del pastoralismo Bergamo

14907162_1060595754039114_3824285481985736057_nSabato 12 novembre h 14:00 a Bergamo – Celadina, Villa Tasso. Piazza Alpi Orobiche, 4. Laboratorio di autocostruzione di corni da caccia, da posta e da pastore con visita alla Villa cinquecentesca dei Tasso A cura dell’etnomusicologo Giovanni Mocchi Prenotazioni e informazioni al cell. 3284819895 – Organizzato da Festival del pastoralismo Bergamo con la collaborazione dell’Associazione Nel nome dei Tasso e della proprietà della Villa.

Sabato 12 novembre 2016 ore 17:00 a Bergamo alta presso la Sala dell’ex atenechiara-1o in Piazza
Duomo a Bergamo alta alle ore  (dove è allestita la mostra: “La vacca dei poveri. La capra nella storia della società e della cultura) Presentazione del romanzo di Doris Femminis: Chiara cantantee le altre capraie. Saga di donne strette tra le montagne e il Cielo. Con l’editore Massimo Angelini e la lettura recitata di brani dell’opera.
Doris Femminis (Cavergno, 1972) Accanto alla professione di infermiera in psichiatria, per otto anni alleva capre in Val Bavona, poi parte alla scoperta della civiltà urbana; nel 2014, si trasferisce sull’altopiano del Giura per affondare nelle neve. Con una piccola automobile blu, oggi lavora come infermiera a domicilio.
 il romanzo di doris femminis è stato finalista e vincitore in tre premi letterari.


Scene di pastoralismo bergamasco del XIII sec.

mostra_capra2(07.11.16) La presenza della nostra mostra “La vacca dei poveri” (una storia sociale della capra) a fianco della  basilica di Santa Maggiore induce a sviluppare qualche interessante  “connessione”.  La splendida basilica  risale al XII sec. fu eretta per un voto dopo una terribile carestia seguita da un’epidemia di peste nel 1133. capolavoro romanico privo di facciata ma con diverse absidi e porte che ne costituiscono gli elementi di maggior interesse. La porta dei leoni rossi (per via del colore del marmo) è sormontata da un elegante protiro del XIII secolo. Il portale, più antico, presenta l’archivolto decorato con fasce in rilievo raffiguranti scene di caccia e pastorali con numerosissime figurine di animali, di cacciatori e di pastori. Queste “storie di pietra” così come definite dagli storici erano funzionali alla natura non solo di luogo spirituale dove la costruzione e gli apparati decorativi dovevano servire da “bibbia dei poveri”  ma anche di fulcro della vita comunitaria. Nell’epoca comunale nella basilica si svolgevano le assemblee popolari e la

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Capre inseguite dal lupo

cattedrale svolgeva anche il compito di rappresentare la comunità con le sue componenti, le famiglie potenti, ma anche le corporazioni. Nella decorazione delle porte della basilica, come in tanti altri esempi romanici trova espressione l’immaginario del tempo, ben oltre le rappresentazioni di ispirazione biblica. Mostri, animali esotici e chimere di ogni tipo sono oggetto della decorazione romanica. Nella basilica di Santa Maria maggiore questo “filone” è ben rappresentato nella porta dei leoni bianchi (a Sud). In quella dei leoni rossi (a Nord,

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Un becco

verso la Piazza Vecchia) sono scene realistiche a prevalere: guerrieri ma, soprattutto, pastori e cacciatori. Al di là delle intenzioni simboliche  gli ignoti artisti ci hanno regalato dettagli interessanti dell’abbigliamento e delle armi e attrezzi di cacciatori e pastori. Di più l’insieme degli animali raffigurati è molto informativo.

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Un ariete

Prevale la presenza di ovini (dalle fattezze riconducibili all’attuale razza bergamasca – allora già formatisi – se non fosse per la presenza di corna malghesesmmdell’ariete, pochi i bovini, non molte le capre. Un  panorama che coincide con quanto ci raccontano gli storici circa la natura dell’allevamento dell’epoca, ancora largamente basato sulla pecora da lana ma anche, in seconda battuta, da latte.   I bovini oltre che pochi
sono anche rappresentati da buoi, ovvero da animali da lavoro a sottolineare che la transumanza dei bergamì era di là da venire e che in pianura il latte era prevalentemente prodotto dalle greggi ovicaprine che scendevano e risalivano dalle valli.  Belle anche le scene di caccia con cinghiali, cervi e uccelli.

Graditi commenti sullo street food di domenica 30 ottobre

(07.11.16) Lo street-food del festival (capra alla neretese – con i peperoni – polenta con sugo di capra, zuppa di legumi alla vibratese – con fichi e Montepulciano d’Abruzzo) visto da alcuni dei partecipanti: un gruppo di studenti dalla Germania

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Oggetto: Cronaca tedesca di una capra alla neretese a Bergamo!

MASSIMO PIZZINGRILLI (professore): Domenica scorsa, 30 ottobre, ho avuto la fortuna di capitare a Bergamo con un alcuni miei studenti del Dipartimento di Economia e Scienze sociali della University of Applied Sciences di Osnabrück (Bassa Sassonia), durante un viaggio studio sulle forme alternative di credito e le economie rurali sostenibili. È stata un’occasione imperdibile poter assaggiare, di ritorno dalla Sardegna, le specialità dell’Abruzzo in una città del nord Italia, e in più dare anche agli studenti questo privilegio. Siamo saliti a piazza Mascheroni e abbiamo trovato lo stand della capra alla neretese e la zuppa antica di ceci della Val Vibrata. Con mia gioia ho trovato anche il prof. Francesco Galiffa allo stand, esperto della tradizione abruzzese e non solo, che sulla zuppa di ceci e le antiche ricette del pane aveva già tenuto una lectio magistralis all’evento di CA.MUS. (Catering della Musica) il GIORNO DEL PANE, lo scorso 2 ottobre, a Garrufo di S. Omero (TE). Ho mangiato la zuppa di ceci, squisita, e degustato il montepulciano di Montori. Ho potuto constatare dalle facce di astanti e commensali che anche la capra alla neretese ha fatto un grande successo, del resto la gente non smetteva di mettersi in fila finché non è stato raschiato pure il fondo delle pentole! Bellissima iniziativa.

LEON SENTIS (studente): Purtroppo non sono stato tanto alla festa, sono arrivato tardi. A ogni modo devo dire che il cibo (ho provato la capra) era davvero delizioso. Inoltre la gente dello stand era gentile e l’atmosfera attorno, anche per il luogo ben scelto, era molto bella.

SARAH ALSCHNER (studentessa): Io ho provato purtroppo solo un po’ di capra, era davvero buona. E poi devo dire che mi ha entusiasmato vedere che lo stand è piaciuto così tanto, la fila non terminava mai e alla fine non c’era più nulla, avevano spazzolato tutto!

JUDITH ANNA MARIA HERRES (studentessa): Ho mangiato la zuppa di ceci e a me è piaciuta molto, specialmente per i fichi, per i miei gusti sarebbero potuti essere anche un po’ di più! Questa combinazione di sapori è stata un’esperienza di gusto totalmente nuova per me e accompagnata dal buon vino rosso è stato un pranzo proprio delizioso!

HARALD TRABOLD (professore): Ho mangiato la carne di capra, che era molto buona! Mi sarebbe piaciuto avere giusto un un po’ di peperoni in più, perché nel mio piatto era capitata quasi solo carne. E anche il vino rosso era buonissimo!

NATALIA SPETTER (studentessa): La zuppa di ceci era molto buona e di una buona consistenza, non troppo liquida. È una buona ricetta da rifare e ci proverò sicuramente. È assolutamente un piatto da raccomandare! E anche il vino era buono. La prossima volta sarebbe bello usare stoviglie e posate non di plastica, secondo un modello più sostenibile.

LORENZO GRANI (ristoratore  della TRATTORIA AM RATHAUS a Osnabrück): Innanzitutto mi è piaciuta molto l’idea, socialmente esemplare, che con pochi euro si poteva gustare un piatto di un cuoco stellato! Ho potuto assaggiare la zuppa di ceci, speciale! Il fatto che ci fosse un’alternativa vegana in un repertorio culinario tradizionale è la prova che le vecchie tradizioni non sono affatto anacronistiche, al contrario sono più moderne che mai, lo sguardo indietro ci indica un futuro possibile, con cibo sano e sostenibile… La zuppa mi è piaciuta molto anche per il fatto che era molto densa, che si poteva mangiare anche in piedi, anche camminando per così dire, un cibo di strada ma con le stelle Michelin. E il sapore era semplice ma gustoso, mi è piaciuta tanto, era buonissima!

MARION DRÖGE (studentessa): Domenica scorsa abbiamo trovato nella città vecchia di Bergamo uno stand gastronomico da sogno! Si trovava al centro di una bellissima piazza storica. C’era il sole e 21 gradi in strada. Davanti al gazebo dello stand non finiva mai la fila delle persone che non aspettavano altro che mangiare le specialità di Nereto. Da un grosso pentolone usciva un appetitoso gulasch di capra e dall’altro un delizioso minestrone di ceci. È stata un’esperienza magica.


Sabato 5 novembre. Importante avvenimento al Festival

Il festival prosegue con la mostra “La vacca del povero. La capra nella storia della società e della cultura”. Sabato 5 novembre nell’ambito della mostra alle 17 l’incontro con Anna Kauber, autrice di una grande videoinchiesta sulle donne del pastoralismo e dlel’allevamento ovicaprino. Annaa sarà presente al festival con le “sue” pastore, tra cui la sig.ra Cangemi dell’omonimo caseificio di Partanna (valle del Belice, Trapani) che farà assaggiare il suo superlativo pecorino siciliano nell’ambito di un aperitivo offerto in occasioni dell’evento “al femminile” e dell’inaugurazione della mostra.

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Grazie a chi ha consentito il successo del week-end inaugurale del Festival

(… ma il festival prosegue)

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(foto di Sergio Agazzi tratta da bergamo.corriere.it )

Il primo ringraziamento va a frate sole che così generosamente e tempisticamente ha brillato per tutta la giornata. Grazie innanzitutto ai pastori: a Marco Cominelli che “ci ha messo” le pecore, grazie alle colonne dell’associazione pastori (Tino Ziliani e Danilo Agostini) che – con Giulio Campana – si sono trovati a dirigere il traffico (per fortuna modesto) del sabato mattina sulle Mura e che si sono prodigati, anche oltre la generosità, per far si che la “merenda del pastore” ad Astino  sia risultata un gradito momento gioioso e di vero avvicinamento al loro mondo.  A Maurizio Cortinovis e agli altri amici di “Asini si nasce” per la presenza dei loro amici dalle lunghe orecchie; Un grazie speciale alle nuove leve della transumanza bergamasca: a Manuel, Tarzan, al giovanissimo Davide e a tutti gli altri aiuto-pastore, camminatori, simpatizzanti che con la loro presenza hanno contribuito alla “festa delle pecore”. Grazie anche ha chi ha immortalato la “transumanza” con scatti ittipetibili che consentono, anche  a chi non era presente ,di cogliere qualcosa della magia dell’evento.

E poi grazie …

  • a Marta Marilli (www.capre.it), Giulio Campana,  Antonio Gamba che hanno consentito il perfetto svolgimento della Esposizione caprina alla Fara;
  • ad Antonio Delbono e a tutti gli amici di Ardesio (Fiera delle capre/pro loco/Valcanale team) che oltre a supportare in vari modi il Festival, quest’anno hanno portato le loro capre alla Fara (e in Piazza Vecchia);
  • all’Onaf, agli allevatori e agli espositori e a tutti coloro che hanno contribuito ad una giornata speciale con un connotato di “stile rurale” autentico (non “fiera”, non “mostra zootecnica”) in una cornice splendida che fonde un paesaggio urbano carico di storia con la visione delle nostre Orobie;
  • ai Brembaghet, icona musicale del Festival, che come sempre aiutano a creare un’atmosfera ormai irrinunciabile;
  • agli amici venuti apposta a Berghem dalla provincia di Teramo: Francesco Galiffa, Antino Amore, Lorenzo Ferretti. Ci hanno fatto conoscere la loro terra: la val Vibrata e le loro ricette di carni ovicaprine (grazie in particolare alla passione e all’impegno ai fornelli dell chef Ferretti sia sia alla cena di Cà Berizzi che allo street food di Piazza Mascheroni);
  • al Centro studi valle Imagna che ha accolto con entusiasmo la proposta di lanciare in occasione del Festival del pastoralismo una rassegna interregionale di cucina pastorale e contadina (che proseguirà ben oltre il Festival dando vita ad un progetto inedito di rete di cultura e di cucina);
  • agli sponsor privati (Doxal, Casarrigoni, Abies) che hanno creduto anche alla proposta della “Esposizione caprina” e a quelli che ci hanno confermato il loro sostegno;
  • agli sponsor pubblici che hanno già assicurato il loro sostegno (Fondazione comunità bergamasca e – in anticipo – a quelli che lo faranno avere);
  • a Orfeo Damiani  sempre pronto a dare una mano;
  • a Stefano Giovenzana, che coinvolto all’ultimo momento si è prestato ad illustrare le razze caprine alla Fara;
  • all’associazione “Nel nome dei Tasso” e alla proprietà della Villa che hanno ospitato il concerto musicale di Alphorn e la conferenza sul corno alpino;
  • last but not least a Roberto Amaddeo, nella triplice veste di amico del Festival, ristoratore e consigliere delegato di Città alta, per l’aiuto tempestivo nel risolvere gli inevitabili problemi logistici e burocratici mantenendo i collegamenti con gli uffici e la polizia urbana.

Parte il 29 ottobre il Festival 2016

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CAPRAMICA – Bergamo alta, Porta Sant’Agostino 8-16 ottobre 2016

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Nel contesto di Bergamoscienza il Festival del pastoralismo organizza la mostra-laboratorio Capramica. Aperta mattino e pomeriggio a Porta Sant’Agostino a Città alta a Bergamo. Per i laboratori (da 10 anni in su) prenotazioni al sito di Bergamoscienza (sia scuole che privati)

Capramica stimola, attraverso un percorso didattico, la scoperta di una lunga storia di simbiosi tra l’uomo e un animale. La capra ha accompagnato e assecondato la colonizzazione umana del pianeta, ha svolto un ruolo chiave per la sopravvivenza di molte comunità ma è stata anche stigmatizzata quale animale “nocivo”.  Questi paradossi aiutano a riflettere sul ruolo svolto dagli animali nell’evoluzione delle società umane guardando non solo al passato ma anche all’oggi, al  revival “postmoderno”della capra. Attraverso il confronto con le caratteristiche e le diversità etologiche e anatomo-fisiologiche di altre specie capiamo perché la capra è stata allevata in certi contesti ecologici, sociali, economici molto diversi da quelli di altri animali scoprendo – anche attraverso divertenti e gustosi laboratori – una serie di utilità e di funzioni legate ai prodotti alimentari ma non solo.

Il percorso si sviluppa in due laboratori, uno sul Gusto e uno sulla Manualità.

Note:

La mostra è aperta al pubblico, senza necessità di prenotare, durante gli orari di apertura.

Laboratorio del GUSTO: lun 3, mer 5, ven 7, dom 9, mar 11, gio 13 sab 15 ottobre.

Laboratorio della MANUALITA’: mar 4, gio 6, sab 8, lun 10, mer 12, ven 14, dom 16 ottobre.


IL CAMMINO DEI BERGAMI’

24-26 giugno 2016

PROMOSSA DA AMAMONT (ASSOCIAZiONE AMICI DEGLI ALPEGGI E DELLA MONTAGNA) con l’adesione di Festival del pastoralismo – Bergamo, Cantro studi valle Imagna, Pro Loco Morterone, Comune di Morterone, Comune di Corma Imagna, http://www.ruralpini.it

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Una tre giorni a piedi  tra Valsassina, Valtaleggio e Valle Imagna sulle orme dei bergamì, i transumanti bovini, protagonisti della civiltà casearia lombarda.

Considerando la difficoltà di partenza al Venerdì pomeriggio per impegni lavorativi di alcuni  abbiamo considerato l’opzione di partenza al Venerdì sera e al Sabato mattina

Venerdì 24 giugno

  1.  Partenza dalla Stazione di Lecco (dove si arriva comodamente in treno) alle 14.30 (ma si può concordare appuntamento a Ballabio) e trasferimento con auto degli organizzatori alla Colmine di San Pietro (23 km ). La Colmine di San Pietro 1250 m era una parrocchia transumante. I parrocchiani scendevano tutti con le vacche in pianura in inverno e anche il parroco.Partenza dalla Colmine alle 16.30. Percorso a piedi via Olino fino a Morterone a piedi (8 km in leggera discesa per strada sterrata 90′) Arrivo a Morterone ore 18.00. Alloggiamento e breve visita con oggetto le architetture tradizionali e le sculture di arte contemporanea ). 
  2. Arrivo autonomo o aggregandosi ad altri partecipanti (mettendosi d’accordo per incontrarsi a Lecco o Ballabio) in modo da cenare  con chi già arrivato alle 19.30 presso la Trattoria dei Cacciatori ;
  3.  Arrivo autonomo o aggregandosi ad altri partecipanti (mettendosi d’accordo per incontrarsi a Lecco o Ballabio) dopo cena in modo di partecipare a un mini convegno di presentazione di Morterone da parte di Pro Loco e Comune.

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Sabato 25 giugno

ore 9.30 Partenza per l’Alpe Valmana (1480 m) (300 m di dislivello in salita). Pranzo in agriturismo in alpeggio all’Alpe Valmana. Pomeriggio sosta lungo il percorso di discesa in Valle Imagna ai Tre Faggi località molto suggestiva(1400 m). Discesa alle contrada Canaggio di Corna e proseguimento a piedi sino alla nuova struttura di Cà Berizzi (fabbricato tradizionale del XVII sec. restaurato) (Contrada Regorda) con intrattenimento musicale. Cena e pernottamento in camere e camerone (struttura nuovissima molto confortevole)

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Domenica 26 giugno

Alla mattina visita alla Cà dello stracchino e a tipiche strutture di architettoniche (contrade) di Corna. Pranzo all’Antica locanda Roncaglia. ccompagnamento con auto private dei partecipanti sino a Fuipiano da dove con soli 300 m di salita si ritorna a Morterone (per recupero auto). Chi rientra con i mezzi pubblici scenderà a piedi (o portato con auto private) a Sant’Omobono dove potrà con bus raggiungere Bergamo

Costo alloggio e pranzi  130 € (togliere 45€ se si arriva sabato mattina o 25€ se si arriva Venerdì dopo cena o riparte prima del pranzo di Domenica)

Equipaggiamento:  – zaino piccolo (no colazioni al sacco), scarponcini – giacca a vento/mantella – maglione – pantaloni e maglia di ricambio – calze da scarponcino – cappello da sole + crema solare.

Allenamento: non necessario secondo standard escursionistici  in ragione dello scarso impegno dei percorsi

per info: festivalpastoralismo@gmail.com                           cell.    3282162812

Iscrizione/acconto minimo  di 50 € a persona (che saranno scalati sul costo di pernottamenti/pranzi)  da versare a:

Associazione Festival del Pastoralismo, Via Regorda 6, 24030 Corna Imagna (BG)

IBAN  IT17M033 5901 6001 0000 0133 711             BIC BCITITMX

saldo tramite lo stesso mezzo prima dell’evento o sul posto. Chi pernotta anche la prima sera deve fare avere prenotazione (messaggio email)  entro il giorno 8 giugno e confermare iscrizione entro la settimana successiva.. In assenza di prenotazione entro il giorno 8 non è possibile garantire la sistemazione presso la “Trattoria cacciatori” che ha un limitatissimo numero di camere (anche se sarà possibile con sacco letto alloggiare presso la Pro Loco)


Aperto oltre ai soci delle associazioni promotrici a tutti gli interessati sino a copertura posti
MAPPA: https://www.google.com/maps/d/u/0/edit?mid=1ZAka9ngzcLwK0bVVaWEQ-LhDo2I
(in azzurro il percorso a piedi)

Inizia il tour della mostra sugli alpeggi orobici del Festival del pastoralismo, prossimo appuntamento Santa Brigida (inaugurazione 2 giugno, esposta sino al 21 giugno)

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Chiusura della Mostra Cargà Mut a Bergamo anticipata al 5 dicembre

Scusandoci per il tardivo annuncio si comunica che per ragioni legate alla disponibilità di volontari per il trasporto e il disallestimento della mostra e la contemporanea apertura della mostra sui campanacci a Brescia abbiamo dovuto chiudere la mostra alla Sala Sant’Agostino a Bergamo alta sabato 5 sera.

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SABATO 5 DICEMBRE  

POMERIGGIO DEDICATO AI PASTORI DI OGGI

Verrà presentato il nuovo film, uscito questo autunno “Tutti i giorni è lunedì”  sui pastori piemontesi e riproposto “Fuori dal gregge” sui pastori transumanti lombardi. Pastori ed esperti saranno presenti per dialogare con il pubblico. Con assaggio di prodotti.

Ore 17.00  – Sala sopra la Porta Sant’Agostino, Viale delle Mura, Bergamo alta

(fermata bus linea 1 da stazione/città bassa)

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Film indagine  “Tutti i giorni è lunedì”, Italia, 2015, (31’)

Il film presenta la figura attuale del pastore sulle Alpi Piemontesi alle prese con problemi vecchi e nuovi ma anche circondata da un nuovo interesse. Si tratta di un lavoro risultato da una indagine pluriennale sugli aspetti agrozoozootecnici ma anche sociali e antropologici. Il tutto coordinato dal Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino (Progetto PROPAST – Sostenibilità dell’allevamento pastorale in Piemonte), sostenuto dall’Assessorato Agricoltura della Regione Piemonte e , nello specifico del film,  dal CAI. Il lavoro che ha visto la partecipazione di alcuni progetti di ricerca dell’area umanistica dell’Università di Torino .

Obiettivo di fondo la comunicazione al pubblico del significato delle attività della montagna. La figura del “pastore” in Piemonte è, come messo in luce da indagini precedenti, largamente sconosciuta. Nell’immaginario collettivo appare ancora fortemente legata a stereotipi tra romanticismo e pregiudizi negativi o si ritiene che il pastore sia oggi provenienza quasi integralmente straniera e poco stabilizzata. Vengono sovente ignorate le componenti positive di ordine sociale, culturale, tecnologico e di valorizzazione multifunzionale dell’attività.

Il film presenta la realtà del pastoralismo nei suoi vari aspetti, dal pascolo vagante in pianura, all’alpeggio tenendo presente le differenze tra chi alleva diverse specie di animali e in contesti molto diversi tra loro. mettendo in evidenza gli aspetti che al pubblico possono apparire “bucolici” ma anche il contrappunto di quelli che fanno del mestiere del pastore un mestiere tutt’oggi  duro che mette a prova chi si accosta ad esso con facile entusiasmo. Ci sono i problemi che da sempre affliggono il pastore come le avversità meteo e i nuovi problemi: i mercati globalizzati, la burocrazia, il ritorno dei lupi e le lamentele da parte dei turisti e bikers spaventati dai cani da protezione delle greggi.

a seguire

fuori_gregge

“Fuori dal gregge” Film inchiesta di Cristina Meneguzzo, Michela Barzanò, Emanuela Cucca (It, col., 2012, 42′)

il film sarà commentato con le autrici e i pastori intervistati che proporranno un assaggio dei loro prodotti tradizionali ottenuti dalle carni dei loro ovini di razza Bergamasca

Documentario, ma anche vera e propria inchiesta e materiale di documentazione sociale (è inserito nel Il Registro delle Eredità Immateriali della LombardiaR.E.I.L.), Fuori dal gregge  racconta l’attività dei pastori transumanti della Lombardia, tra le “montagne” (gli alpeggi) delle valli di Bergamo e Brescia e le pianure del lodigiano, milanese, cremonese dove, in inverno, esercitano tutt’oggi il “pascolo vagante”.

La loro realtà è osservato con un occhio che poco concede alle visioni idilliache e che mostra anche i risvolti meno “poetici” dando spazio ai pastori nel loro auto rappresentarsi. Camminate notturne per evitare il traffico, pascoli miracolosamente ricavati tre capannoni industriali e gli svincoli, un districarsi tra  regole (scritte da chi non conosce la realtà dei pastori) e ostacoli di varia natura.

Un muoversi tra le pieghe del mondo sedentario che rappresenta la costante storica del lavoro del pastore transumante, si potrebbe dire da sempre. Un rapporto con le pecore (anche quando sono tantissime) che sorprende chi non conosca questo mondo e che mette in risalto come il pastore, per quanto pragmatico, continui ad operare sulla base di valori che non sempre coincidono con gli imperativi dell’utile economico. Che pure urgono.

Il rapporto ambivalente con gli altri pastori, fatto di solidarietà ma anche di rivalità, la protesta, autenticamente ecologica contro una corsa alla cementificazione che non si arresta mai, le nuove strade, il ricorrente uso di pesticidi.

Riceputi.pdf_page_1

Bastoni.pdf_page_1

Giuseppe Giovannoni.pdf_page_1

Cirillo_Ruffoni.pdf_page_1

Suoni e sapori di santi e pastori.pdf_page_1

Street-Food_pastore.pdf_page_1

LabMuseoSc.pdf_page_1
onaf.pdf_page_1Ferlinghetti.pdf_page_1
I_Monti_dell_aldila.pdf_page_1

Benetti_Loc3.pdf_page_1mANIFESTO_mOSTRA_2

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