I fontanili del cremasco

a cura di Valerio Ferrari

I fontanili del Cremasco

È in gran parte della Pianura Padana che il fenomeno dei fontanili o delle risorgive si manifesta in modo diffuso e importante. E ciò succede grazie alla struttura dei depositi alluvionali che compongono questa pianura, i cui strati più settentrionali, ossia quelli dell’alta pianura susseguente alla fascia collinare, sono formati da materiali grossolani, come ciottoli e grosse ghiaie, molto permeabili. Qui le acque pluviali e quelle dei fiumi che li attraversano finiscono per inabissarsi in gran parte nel sottosuolo a formare una capace falda freatica, il cui lento fluire verso il corso del Po ‒ che costituisce l’impluvio della pianura ­‒ attraverso sedimenti via via più ridotti, la conduce ad incontrare strati sempre meno permeabili, per il progressivo prevalere di sabbie, argille e limi che rallentandone il deflusso la fanno avvicinare alla superficie topografica e talora anche ad emergere spontaneamente. In questa “fascia delle risorgive”, basta dunque uno scavo di pochi decimetri per intercettare la falda e vederne scaturire le tiepide acque in polle diffuse, che l’uomo padano ha ben presto provveduto a delimitare e concentrare in punti precisi tramite l’uso di tini o di pozzetti in muratura, dapprima, e di tubi metallici o di cemento poi.

Nella provincia di Cremona la fascia territoriale entro cui si manifesta il fenomeno delle risorgive si localizza essenzialmente nella sua porzione più settentrionale. In particolare la linea inferiore dei fontanili ‒ poiché la linea superiore ricade in territorio bergamasco ‒ prende origine presso il fiume Adda, tra Spino e Boffalora d’Adda, quindi, passando per Roncadello di Dovera si dirige verso nord toccando Trescore Cremasco, Cremosano, Campagnola Cremasca e raggiunge così il corso del Serio. Oltre il fiume questa linea ideale riprende consistenza nei pressi di Ricengo e, scendendo bruscamente verso sud a ricomprendere parte dei territori di Madignano, Izano, Fiesco, Salvirola, Trigolo e Castelleone si dirige verso Genivolta dove giunge a toccare il corso del fiume Oglio.

Altre risorgenze stabili nel tempo e conosciute da antica data, si collocano poi al piede delle scarpate morfologiche che delimitano le nostre valli fluviali di pianura dell’Adda, del Serio e dell’Oglio.

Nel territorio dell’alta provincia, identificabile con il Cremasco sensu lato, circa 230 corsi d’acqua prendono origine direttamente da teste di fontanile che in più di un caso si sviluppano a grappolo intorno all’asta. A questi si aggiungono, poi, i fontanili il cui capofonte si trova nel Basso Bergamasco e che transitano per l’alta provincia di Cremona, esaurendosi nella campagna o confluendo con altre acque derivate dai fiumi, ai quali ultimi normalmente ritornano tramite colatori o canali fugatori.

Pur presentando in genere sviluppi in lunghezza piuttosto contenuti, dell’ordine di qualche chilometro soltanto, nondimeno alcuni tra i nostri maggiori fontanili si inoltrano nella campagna per diversi chilometri, diramandosi in vario modo e fornendo acqua irrigua a molte centinaia di ettari di superficie.

Anche le portate, pur variando da stagione a stagione, possono raggiungere valori di qualche rilievo e superare talvolta i 2 m2/sec, sebbene la norma registri portate assai inferiori, fluttuanti intorno agli 0,3-0,5 e fino a 0,7-1 m2 /sec.

Tra i maggiori fontanili il cui percorso attraversa il territorio cremasco va senz’altro nominato il Tormo: vero e proprio fìumicello di risorgiva le cui scaturigini più settentrionali si pongono in territorio di Arzago d’Adda (Bg), dando vita alla roggia Murata che, in quel di Agnadello, si unisce al corso d’acqua nato nelle fosse dell’ex castello del luogo (ora villa Feltrinelli), ossia il Tormo vero e proprio, che finirà per mettere capo nell’Adda, non prima di essersi sfioccato in alcune diramazioni che ne compongono l’ultimo tratto, la maggiore delle quali termina nei pressi di Abbadia Cerreto (Lodi), dopo un tragitto di quasi 30 chilometri.

Durante il suo percorso il Tormo riceve altre acque sorgive e colaticce e distribuisce acqua irrigua a numerose rogge da esso derivate, di cui le principali si denominano: Nuova, Roggetta, Migliavacca, Benzona, Bocchello di Monte, Monica, Cavo nuovo, Fosso dei risi, Sidra, Nuova, Squintana, Negrina, del Bosco, Palasia e Marcellina.

Tra i diversi affluenti del Tormo merita di essere citata almeno la roggia Gradella che nasce in territorio di Gradella di Pandino, appunto, con il nome di Moia, ricevendo anche le acque sorgive della roggia Cavo, sempre mantenendo un andamento assai flessuoso e meandreggiante. Attraversato l’abitato di Nosadello va ad irrigare l’agro di Roncadello di Dovera, dove assume il nome di Chignola vecchia la quale sfocia infine nel Tormo con il suo ramo principale.

Il fontanile

Se si può presumere che nei tempi più antichi le risorgenze dell’acqua freatica potessero avvenire spontaneamente entro modesti avvallamenti del terreno, grazie ad un diverso assetto delle falde acquifere, ancora pressoché indisturbate, bisogna tuttavia ammettere che il fontanile, come noi oggi lo conosciamo, sia un apparato artificiale ed artificialmente mantenuto.

Nella sua struttura tradizionale esso consta di un capofonte o testa di fontanile e di un’asta o canale ad esso susseguente ‒ ossia il fontanile vero e proprio ‒ talora separato dal primo elemento da una strozzatura più o meno marcata detta collo.

La testa di fontanile è uno scavo, di dimensioni quanto mai variabili, praticato in modo che il suo fondo venga a trovarsi leggermente al di sotto del livello piezometrico della falda freatica, che nella fascia delle risorgive si stabilisce a breve distanza dalla superficie topografica. Sul suo fondo ribolle l’acqua sorgiva pullulante da svariate vene d’acqua che vengono normalmente incamiciate da cilindri di cemento di varia dimensione ‒ da 50-60 a 100-120 cm di diametro ‒ oggi usati in sostituzione degli antichi tini di legno di quercia, privati del fondo, e muniti invece di fori o finestrature atti a consentire l’afflusso delle vene sotterranee ed il loro convogliamento in superficie.
Con altrettanta frequenza si osservano anche tubi di ferro di 8-10 e fino a 15 cm di diametro infissi sul fondo del capofonte e capaci di raggiungere la profondità di diversi metri.

Tale innovazione, rispetto ai meno profondi cilindri di cemento o tini lignei, inaugurata fin dal secolo XIX da sperimentatori diversi che lasciarono il proprio nome all’invenzione ‒ sistema Calandra, Norton o Piana ‒ consente di raggiungere vene più profonde sovente caratterizzate da fenomeni di semi-artesianità.

A tal proposito questi tubi metallici a punta conica portano sulle loro pareti numerose file di fori per la captazione dell’acqua sotterranea che defluisce così in superficie con salienze di 10-20 cm sopra il pelo dell’acqua presente nel capofonte.

Sovente però, oltre che dai tubi o dai tini, l’alimentazione della testa di fontanile avviene anche lateralmente, per travenazione dalle stesse pareti dello scavo.

Pur producendo una depressione molto modesta nel corpo della falda lo scavo del capofonte è comunque in grado di creare una leggera accelerazione di chiamata delle acque freatiche. I filetti d’acqua richiamati finiscono, nel corso del tempo, per dilavare i terreni circostanti la testa di fontanile, asportando i sedimenti più fini ‒ limi e argille dispersi entro litologie di maggior pezzatura ‒ aumentando così la permeabilità del substrato, già vocazionalmente piuttosto drenante.

Questo preciso comportamento induce a credere che lo scavo artificiale dei fontanili abbia avuto come scopo originario la bonifica di terreni tendenzialmente acquitrinosi o paludosi ‒ comportandosi da recettori e scaricatori delle acque stagnanti ‒ e solo in seguito le tiepide acque dei fontanili, che mantengono temperature abbastanza costanti nelle diverse stagioni, siano state sfruttate per l’irrigazione di prati e campi.

Una bocchetta di cm 30×15 circa intagliata dalla parte di valle nell’orlo superiore dei tini o dei cilindri di cemento, ovvero un cappellotto a forma di becco espanso indirizzato verso l’uscita del capofonte applicato sui tubi metallici, unitamente alla maggior pendenza impressa al primo tratto del canale susseguente, favoriscono lo scarico dell’acqua dalla testa di fontanile. Non è raro il caso che anche nel primo tratto del canale si trovino polle risorgive, talvolta albergate in nicchie scavate nelle sponde, mentre è normale una libera e diffusa risorgenza dal fondo o dalle rive medesime.
A seconda della genesi che li caratterizza, dunque, i fontanili che si originano nell’area settentrionale della provincia di Cremona possono essere assimilati a sorgenti di sbarramento quando attingano ai livelli acquiferi più profondi, oppure a sorgenti di emergenza quando siano alimentati dai livelli freatici più vicini alla superficie topografica, sebbene sovente si riscontri una promiscuità di fenomeni.

Altro tipo di sorgente, con caratteri chimico-fisici analoghi, è rappresentato dagli affioramenti che si originano al piede del le scarpate morfologiche che delimitano le valli fluviali “a cassetta” caratteristiche anche dei fiumi che lambiscono la nostra provincia.

In questo caso solo eccezionalmente simili risorgenze di affioramento presentano scaturigini accentrate e incamiciate da tubi, poiché di norma si tratta di travenazioni diffuse che vengono solitamente intercettate da canalette di scolo scavate alla base della scarpata morfologica, con andamento parallelo ad essa, allo scopo di far defluire le acque che altrimenti finirebbero per intridere i terreni adiacenti fino ad impaludarli.