Bergamini pilastro del caseificio

Nel celebrare la proclamazione della transumanza “patrimonio dell’umanità” è doveroso richiamare come la transumanza, in ambito alpino-padano, ebbe una connotazione particolare, basata sull’allevamento di vacche da latte e sull’attività casearia. Le tradizioni casearie lombarde (ma anche delle regioni vicine) e la stessa nascita della moderna industria del latte devono molto allla transumanza dei “bergamini”.

(27.12.19) Nell’affermare l’importanza della transumanza dei bergamini, casari e allevatori di bovini da latte, non si cesserà mai di insistere sull’effetto formidabile che lo scambio tra pianura e montagna ebbe sullo sviluppo della moderna agricoltura a indirizzo zootecnico della pianura irrigua lombarda.  Oggi  è difficile capire questo fenomeno per non poche ragioni ma due valgono a farci capire: 1) il ruolo insostituibile del concime organico nel determinare l’affermazione di un’agricoltura intensiva basata su rotazioni, irrigazione e… letame. Nel medioevo, era dominante la cerealicoltura estensiva asciutta che utilizzava i bovini quali animali da lavoro. Le poche vacche servivano per lo più da madri di buoi e davano due litri di latte al giorno. Il latte e i formaggi  erano per lo più pecorini, frutto di un sistema pastorale  e transumante che sfruttava gli spazi ancora incolti. Un sistema del tutto separato dal punto di vista agronomico e sociale da quello agricolo. I grandi proprietari concedevano i diritti di pascolo su larghe estensioni ai “malghesi” (che avevano per lo più pecore da latte, qualche capra e qualche vacca) mentre i latifondi coltivati erano suddivisi in tante unità mezzadrili gestite da una famiglia di coltivatori con scarsi mezzi. La rivoluzione dell’irrigazione è stata anche una  rivoluzione delle strutture fondiarie: al posto delle piccole unità mezzadrili sorsero poche grandi unità organiche, le cascine, ampiamente provviste di fabbricati, incluse stalle e caseifici. Le cascine vennero cedute in affitto a imprenditori. Il capitale bestiame, però, lo portarono i montanari transumanti e solo molto gradualmente gli affittuari si dotarono di mandrie proprie di lattifere, chiamate nel milanese “bergamine” proprio perché alle origini della moderna agricoltura della pianura irrigua lombarda,  le mandrie  erano il larga misura transumanti e, un estate tornavano per l’alpeggio sulle Alpi orobiche. “Bergamina” era la mandria di vacche da latte e bergamino il suo proprietario.

I bergamini, grazie alla possibilità di svernare in pianura, dove acquistavano il fieno dagli affittuari che conducevano le cascine,  potevano allevare molte più vacche dei contadini di montagna. Questi ultimi spesso ne avevano solo una, 4-5 era già un bel “capitale”. Bisogna pensare che: 1) i prati erano pochi perché il montanaro doveva coltivare segale, orzo, grano saraceno, rape, fagioli, mais, patate; 2)  ogni famiglia aveva  un po’ di bestiame e quindi tanti avevano tanti piccoli appezzamenti; 3) il fieno andava sfalciato a mano, spesso su terreni in pendio, e ci voleta tempo e fatica.

I bergamini, con le loro “bergamine”, furono ben accolti dagli agricoltori di pianura. I contratti d’affitto, da essi stipulati con la grande proprietà (enti assistenziali e patriziato milanese), imponevano di mantenere sul fondo un certo numero di vacche da latte, pena l’escomio. La ragione è evidente: non si voleva, dopo tutti gli investimenti in opere di irrigazione, bonifiche, fabbricati, che la terra perdesse fertilità e che il capitale fondiario “evaporasse”.  Ma il “fittavolo” che aveva già il suo bel da fare a gestire un’azienda con decine di dipendenti, a seguire i mercati, le complicate procedure dell’utilizzo e del pagamento dell’acqua di irrigazione, cercava di esimersi dalla “grana” dell’allevamento e della lavorazione del latte.

Erano epoche (lo fu sino all’Ottocento) in cui le competenze relative alla cure delle malattie del bestiame, alla riproduzione animale, alla lavorazione del latte erano considerate alla stregua di  saperi esoterici  i cui depositari li custovivano gelosamente, di padre in figlio. Gli agricoltori di pianura non avevano alcuna domestichezza con il bestiame (gli animali venivano acquistati dai commercianti e non riprodotti in azienda); in più il clima, il regime alimentare, le condizioni igienico-sanitarie, i sistemi di stabulazione (scarsità di luce e di ricambi d’aria) rendevano impossibile o comunque anti-economico allevare la “rimonta”, ovvero allevare vitelle da vita. Dopo il Cinquecento, massicciamente nel Settecento e nell’Ottocento, il rifornimento delle giovani vacche (si acquistava l’animale che aveva già partorito e prodotto latte) veniva principalmente dai montanari svizzeri che si erano specializzati nel rifornire il mercato degli agricoltori della bassa.  Anche se il problema del rifornimento della “rimonta” aveva trovato una soluzione con l’import da oltre Gottardo, restava il problema del personale addetto al bestiame. Ma lo scoglio principale era quello della caseificazione. I casari assunti dai fittavoli pretendevano salari elevati, una casa più che decente e… facevano di testa loro.

Così anche quando i fittavoli iniziarono gradualmente a gestire direttamente le “bergamine” (con personale che, specie i capi-stalla, era in prevalenza costituito da elementi di origine bergamina), l’attività di caseificazione, con tutti i rischi che comportava, continuò ad essere demandata ai lacé (laté).

Una cascina diroccata nell’Est milanese. A destra il “casone” (caseificio) di impostazione ottocentesca

Costoro erano figli “cadetti” di famiglie transumanti con diversi eredi al ruolo di regiùr o che, per motivi vari,preferivano staccarsi dal padre/zio o dai fratelli e che si dedicavano in prevalenza alla lavorazione del latte (pur continuando a mantenere qualche vacca e ad allevare suini), rimanendo in pianura tutto l’anno. L’attività di lattaio non richiedeva una famiglia numerosa (come quella dei transumanti che spesso dovevano dividersi tra più compiti e più località) ed era gestibile individualmente.

In una statistica del 1857 si osserva che nel circondario di Lodi e nel Pandinasco  la presena dei bergamini era preponderante tra  i gestori dei “casoni”.  Dove i “bergamini di ventura” erano già stati in parte o in tutto sostituitidalal gestione diretta del fittavole della stalla, vi erano ancora parecchi “lattaj”.  Nella zona di Codogno erano be erano rimasti pochissimi. Come si spiega questa forte differenza nell’ambito dlelo stesso lodigiano? Nella parte bassa lo sviluppo delle grandi cascine era stato più precoce, in più la dimensione dei fondi è rimasta maggiore. Nella parte più a Nord le aziende erano di dimensioni ridotte e di conseguenza gli affittuari avevano meno risorse organizzative ed economiche.  Intorno a Lodi, la zona dei Chiodi (corrispondente ai Corpi santi di Milano) era caratterizzata da piccole cascine e da un’attività casearia favorita dal facile rifornimento alla citta con la vendita diretta.

La loro condizione era comunque in qualche modo altrettanto “nomade” di quella dei bergamini che continuavano a salire in montagna per l’alpeggio a ogni fine primavera. Sia i lattai che i bergamini stabilivano con i conduttori delle cascine contratti semestrali: da San Michele a San Giorgio e da San Giorgio a San Michele. Il primo era il contratto per l’acquisto del fieno, tipicamente dei transumanti (che a maggio salivano in montagna), il secondo era il contratto “per l’erba” che stipulavano i bergamini che restavano in estate in pianura. Anche per i lattai valeva una uguale ripartizione che corrispondeva – in termini caseari – alla produzione, alla “sorte”, “vernenga” e di quella “maggenga” che contraddistinguevano due produzioni distinte per qualità e prezzo con riferimento al prodotto più importante, specie nel lodigiano, ovvero il formaggio “di grana”.

Un bergamino (un Papetti di Foppolo), orgoglioso del proprio bestiame)

I lattai, come i bergamini si spostavano spesso da una cascina all’altra; era rarissimo che tornassero per più anni nella stessa. Molti si spostavano ogni anno o ogni sei mesi. I motivi potevano essere pratici (se la “bergamina” cambiava di dimensione servivano stalle e fienili adeguati alla nuova situazione) o legati a contestazioni sulla qualità del fieno. Fondamentalmente, però, il bergamino (e con lui il laté che partecipava delle stesse origini e della stessa cultura), preferiva non vincolarsi a rapporti stabili che gli avrebbero fatto perdere la sua indipendenza. Egli era l’unico che non si cavava il cappello davanti al fittavolo. Si sentiva alla pari con  il fittavolo  (che, non di rado, era stato a sua volta bergamino o era discendente di bergamini).

Famiglia di bergamini di Parre (val Seriana) in alpeggio a Bienno (Valcamonica). I bergamini per l’alpeggio si spostavano anche in altre vallate.

Così come il bergamino acquistava il fieno, e con esso il diritto all’uso dei locali di abitazione, stalle, caseificio, porcilaia (più legna, farina e altri generi alimentari), anche il lattaio “affittava” il latte che pagava a scadenze regolari (dopo aver venduto il formaggio) e otteneva gli stessi “appendizi contrattuali” del bergamino (locali, legnoa…).  Orgogliosi della propria indipendenza, il bergamino e il lattaio di origine bergamina erano insofferenti in massimo grado alla rigida organizzazione per scale gerarchiche, formalismi e rigide competenze della cascina . Un senso di indipendenza che queste figure hanno conservato a lungo. D’altra parte, all’interno della grande famiglia bergamina  vi era una  organizzazione del lavoro tutt’altro che improvvisata. Solo che i ruoli erano “flessibili” e spesso interscambiabili.

Alcune delle località dove è stato attivo Antonio Invernizzi, figlio del “Pedron”, papostipite del ceppo degli Invernizzi Pedron di Barzio (Valsassina) e nonno di Egidio Invernizzi fondatore della INALPI di Moretta (Cuneo)

Le donne bergamine per vestiario e atteggiamenti e competenze non si differenziavano troppo dagli uomini. Una sosta nella transumanza (Piazza Brembana)

Le donne, per esempio, al contrario di quello che potrebbe far sembrare (superficialmente e pregiudizievolmente) il regime patriarcale erano capaci di svolgere anche le mansioni tipiche degli uomini: guidare i carri, assistere i parti delle vacche. Nella famiglia bergamina era chiaro chi comandasse, ma secondo logiche comprensibili e accettate, non per affermazione gerarchica fine a sé stessa, come rivendicazione di uno status sociale o di forme esteriori di superiorità, come invece accade nelle grandi organizzazioni impersonali. La superiorità delle PMI, che in Italia derivano da solide famiglie contadine patriarcali, è legata a questa capacità organizzativa, alla flessibilità che contrasta con le distorsioni burocratiche e gerarchiche delle grandi imprese. I bergamini hanno trasposto queste qualità nel settore alimentare (latte e industria suina). 

A Melzo nel 1906 sorge, per opera di Egidio Galbani, il primo stabilimento caseario con impianti moderni e in corrispondenza dello scalo ferroviario. Inizialmente Galbani aveva operato, come tanti altri lattai bergamini nell’ambito delle cascine della zona. La scelta di Melzo era legata ai collegamenti ferroviari ma anche alla presenza in zona di molti bergamini (la zona, caratterizzata dall’affioramento dei fontanili e quindi propizia all’irrigazione e alla produzione foraggera è anche all’incrocio delle rotte di transumanza da Nord, dalla Valsassina e da Est, dalle valli bergamasche).

Nell’ambito dei tanti piccoli caseifici gestiti dai lattai bergamini che, nel corso del Novecento, si sono gradualmente distaccati dalle cascine per aprire caseifici autonomi, sono emersi veri e propri capitani di industria. Il più grande è stato Egidio Galbani.

A lui si devono molte delle innovazioni che hanno fatto la fortuna dell’industria casearia italiana anche se bisogna ricordare che, già nel 1926, il Galbani abbandona (le circostanze non sono mai state chiarite) la ditta da lui fondata verso il 1880. Essa manterrà il nome del fondatore ma sarà gestita dai fratelli Invernizzi (Achille – che fu presidente del Milan – e Rinaldo), una famiglia con radici in Valsassina come quella di Galbani,  meno celebrata, sia per i forti legami con il regime fascista sia per le poco limpide circostanze della cessione alle multinazionali. A Melzo vi era anche la Invernizzi, una ditta importante ma che si mosse sempre sulla scia della Galbani. Chi non ricorda la “mucca Carolina” e le campagne promozionali “all’americana” della Invernizzi! Ma a Melzo, a sottilineare una storia fatta non solo dalle “punte” vi erano almeno altri sei piccoli caseifici Invernizzi!

Ai Galbani, agli Invernizzi, ai Locatelli si riconosce di aver saputo creare una grande industria casearia partendo dalla storia dei bergamini, dalla transumanza praticata dalle famiglie di estrazione. Ci si dimentica, però, che la storia del caseificio lombardo comprende anche altre ditte grandi e medie di origine bergamina. Ci si dimentica anche che le maestranze, i tecnici, i direttori degli stabilimenti appartenevano alla stessa “comunità di pratica”, erano figli o nipoti di bergamini , avevano maturato le loro esperienze nelle piccole latterie, da lattai, da figli di lattai.

La sede londinese della Mattia Locatelli. La Locatelli ha radici che risalgono ai primi dell’Ottocento e per lungo tempo ha mantenuto la sede a Ballabio, poi trasferita a Lecco e, in ultimo, a Milano. Era la ditta più orientata all’export, con sedi a Londra, New York e Buenos Aires. 

In Italia aveva sedi produttive in Piemonte, in Lazio, in Emilia e in Sardegna in modo da coprire la produzione dei principali formaggi tipici itraliani da esportazione (Grana, Pecorino, Gorgonzola). A Londra, però, c’erano ai primi del Novecento almeno sei ditte valsassinesi con una sede o una rappresentanza

Non si darebbe il giusto riconoscimento ai bergamini se ci si limitasse a legare il loro contributo a quelle poche famiglie da cui sono sorti i celebrati marchi del caseificio italiano (tutti finiti nelle mani dei francesi).  Tra le grandi ditte di matrice bergamina va senz’altro collocata anche la Arrigoni di Crema. Limitata alla tradizionale produzione di Gorgonzola era la Devizzi che ha operato a Gorgonzola tra il 1889 e il 1981.

Lo stabilimento Arrigoni di Crema negli anni Venti del Novecento

Magazzini della Devizzi di Gorgonzola

A sottolineare la dimensione “corale” del fenomeno dello sviluppo dell’industria casearia a partire dall’attività dei bergamini  si può prendere in esame  la presenza, nelle ragioni sociali delle ditte casearie nelle provincia di Milano (comprendente anche Lodi e parte della prov. di Monza e Brianza), di cognomi di  matrice bergamina nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale. Su 233 ditte con un cognome nella propria denominazione, 110 sono riconducibili a detta matrice. Quasi la metà.  

Tabella – Caseifici “bergamini” in provincia di Milano  (Annuario industriale della provincia di Milano, Edito dalla Confederazione fascista degli industriali della provincia di Milano, Milano,1939)

CognomeOrigineCaseifici n.
InvernizziValsassina – V.Imagna28
LocatelliValsassina – V. Imagna – V.Taleggio12
Vitali + De VitaliV.Taleggio10
ManzoniValsassina -V.Taleggio – V.Imagna9
Ticozzi + TicozzelliValsassina5
DanelliV.Taleggio4
StracchiAlta V. Brembana4
CattaneoAlta V. Brembana3
ValsecchiValsassina – V.Imagna3
ArioliAlta V. Brembana2
CacciaGandino (V.Seriana)2
MiglioriniAlta V. Brembana2
Mor StabiliniAlta V.Seriana2
PapettiAlta V.Brembana2
Plati + PlattiValsassina2
Redondi + RotondiV.Taleggio2
Sfondrini + FondriniAlta V. Brembana2
BellavitiV.Taleggio1
BonettiAlta V. Seriana1
BuzzoniValsassina1
CalviAlta V. Brembana1
ChiaveriV.Taleggio1
CombiValsassina1
DedèAlta V. Brembana1
DevizziValsassina1
MorettiAlta V.Brembana – V.Seriana1
OldaniV.Taleggio1
RebuzziniV.Taleggio – V.Brembana1
ScandellaValsassina/V.Seriana1
SconfiettiAlta V. Brembana1
ScorlettiAlta V. Brembana1
ZenoniLeffe (V.Seriana)1

La presenza dei caseifici “bergamini”, che in molti casi sono ancora attivi all’interno delle cascine, è legata ai due “poli” della valle del Ticino e della Martesana, alle zone quindi della linea delle risorgive, e dei navigli (al tempo stesso canali di irrigazione e importantissime vie di trasporto (vedi qui il mio saggio: “I navigli vie di acqua e di latte. O meglio di caci e stracchini”).  Qui sorsero anche le prime industrie casearie (ad Abbiategrasso e Magenta più che stabilimenti depositi di raccolta della produzione  artigianale dei bergamini da parte delle stesse grosse ditte). 


I bergamini e i lattai di matrice bergamina sono quasi assenti a Nord di Milano in ragione dell’assenza, mancando l’irrigazione (almeno sino alla realizzazione del canale Villoresi) di grosse cascine ad indirizzo misto (foraggero e cerealicolo). Qui vi erano parecchi caseifici gestiti da famiglie dell’alta Brianza dove non era assente una tradizione locale di caseificio (vedi il formaggino di Montevecchia).

Inzago (Martesana): qui si trovano ancora aziende che praticano la transumanza. Come la famiglia Cattaneo che alpeggia a Cambrembo, in alta Val Brembana, da dove è originaria (come Carlo Cattaneo)


Se ci spostiamo nel Novarese, una statistica di diversi anni precedente (1905) attesta una schiacciante preponderanza dei produttori caseari di origine bergamina. Sono 113 su 168. Per di più tra gli altri produttori parecchi hanno cognomi brianzoli, comaschi, milanesi, pavesi. 

   Tabella – Caseifici “bergamini” in provincia di Novara

L. Richter, Guida Tecnica Industriale dei Circondari di Novara, Domodossola, Pallanza, Varallo, Tipografia Gioachino Gaddi, Novara 1905. Prima edizione.

CognomeOrigineCaseifici n.
InvernizziValsassina – V.Imagna35
Ticozzi + TicozzelliValsassina16
Arrigoni + ArrigoneValsassina – V.Taleggio14
GalbaniValsassina9
AnnovazziValsassina – Alta V. Brembana8
CombiValsassina5
LocatelliValsassina – V.Taleggio – V.Imagna5
CasariValsassina4
GipponiV.Brembana4
RosaValsassina3
BergaminiValsassina/Ardesio (Alta V.Seriana)2
OrlandiValsassina2
ZanottiMedia V. Seriana2
BonettiAlta V. Seriana1
MerloValsassina1
SantiAlta V. Brembana1
ScandellaValsassina – V.Seriana1
ZanettiAlta Val Seriana1

Tra i produttori caseari di matrice bergamina nel Novarese predominano in modo schiacciante i valsassinesi (concentrati nell’area di Abbiategrasso). Anche nella precedente statistica milanese avevamo notato una forte presenza valsassinese ma bilanciata da una significativa presenza dei taleggini e di originari dell’alta val brembana, con qualche caso di matrice seriana. Anche a Novare, in ogni caso, non è trascurabile la presenza di originari dell’alta val Brembana e della val Seriana. Il caseificio Santi di Cameri, fallito qualche anno fa, è la testimonianza più importante. Non a caso i Santi (Sàncc) sono presenti nella statistica del 1905.

Oggi la presenza valsassinese a Novara è manifesta nella presidenza (riconfermata) del Consorzio del Gorgonzola in capo a Renato Invernizzi. La ditta SI (di cui era titolare Renato) è però stata acquistita la scorsa estate (come in precedenta la Santi) dal gruppo IGOR, ormai leader incontrastato nel mondo del gorgonzola.

Si mantengono indipendenti, nel mondo del gorgonzola, gli Eredi Baruffaldi, anch’essi originari di Barzio in Valsassina.

Tornando nel Milanese tra i piccoli caseifici di origine bergamina troviamo i Papetti di Liscate, alle porte di Milano (presenti a Liscate nella statistica del 1939) che continuano con successo a produrre il loro stracchino da generazioni.

A produrre gorgonzola nel milanese, ad Abbiategrasso ci sono gli Arioli, famiglia tra le più blasonate per le secolari transumanze da Piazzatore (e in minor misura Mezoldo), entrambe località dell’alta val Brembana, e la Bassa. A Gorgonzola  non c’è più nessuno (anche in conseguenza dello scontro tra il comune e il consorzio sulla deco “stracchino di Gorgonzola”).

Il nome Arrigoni è tenuto alto da diverse ditte. La più grande e la Arrigoni Battista di Pagazzano nella bassa pianura bergamasca . La bassa pianura bergamasca con Caravaggio, Treviglio, Fornovo San Giovanni, Calvenzano, Pagazzano, ha costituito  – in parte costituisce ancora – un  formidabile quadrilatero del latte con Melzo/Gorgonzola, Lodi e Crema/Pandino.

Tra le ditte Arrigoni va ricordata la Arrigoni Sergio di Almè e, più recente la casArrigoni che ha il merito di aver mantenuto la sede  nella frazione Peghera di Taleggio (dove c’è anche la ditta Arnoldi). In CasArrigoni lavorano sia Tina che Marco, figli del fondatore Giovanni. Il titolare è Alvaro Ravasio, marito, di Tina che – a differenza di tanti che sono scesi in pianura – si è stabilito in montagna affascinato dall’attività del suocero e della moglie. Alvaro è presidnete del consorzio dello strachitunt, il “gorgonzola dei bergamini”, quello a due paste, nato quando non esistevano frigoriferi e spore di Penicillium.

E il nome Invernizzi, quello che identifica, più di ogni altro, i transumanti (indicati come “quelli che vengono in inverno”, gli invernali, con attributo poi cognominizzato), hanno ancora un nesso con la realtà casearia. Non sono poche le piccole realtà che possono vantare il blasone Invernizzi nella denominazione della ditta. Tra queste, in Valsassina, culla del caseificio bergamino, la Daniele Invernizzi, capace di fare della tradizione un elemento di innovazione, sia sul piano del marketing (nomi dei formaggi, confezioni con riferimenti storici) che sul piano della tecnica di produzione basata sull’uso di latte km 0 e sulla stagionatura nelle classiche “grotte” della Valsassina, veri frigoriferi naturali dove, dalla roccia viva, spirano correnti a 7°C.

Gabriele Invernizzi, figlio del fondatore Daniele (di famiglia di transumanti), con Gualtiero Marchesi e il formaggio del Lasco, un brigante valsassinese entrato nella leggenda

La grotta della Daniele Invernizzi a Ballabio (il caseificio è a Pasturo). A Ballabio avevano casere di stagionatura i Locatelli, la Galbani e tante altre ditte ora dimenticate. Erano decine le “grotte” per la stagionatura del gorgonzola, prima chge, negli anni Trenta, la filiera si spostasse a Novara dove erano state realizzati grandi magazzini refrigerati sotterranei presso lo scalo ferroviario. E’ la storia che rivive in questa grotta.


Perché solo piccoli caseifici possono chiamarsi Invernizzi? Perché il marchio Invernizzi, acquisto dalla Kraft (oggi della Lactalis), rivendicava l’esclusiva contro i tanti  produttori caseari di cognome Invernizzi. La Kraft ha tollerato i piccoli ma ha imposto il suo assurdo monopolio ai grossi. Fare formaggio è “mestiere da Invernizzi”. Abbiamo già visto che a Novarea la Invernizzi si è chiamata SI. Un caso analogo, ma ancor più clamoroso è quello della INALPI di Moretta (Cuneo).   Un marchio che oggi sfrutta il richiamo alle “Alpi” , un fatto non da poco perché l’onnipresente Kraft (ciocolatto) utilizza solo latte “alpino”, e Cuneo – anche l’altopiano – è ricompreso nell’area. La ditta, però, era nata con il nome del fondatore  Egidio Invernizzi.

Lo stabilimento INALPI a Moretta (Cuneo)

Oggi Egidio. che a un certo punto decise di rinunciare alla battaglia legale caratterizzata da alterni pronunciamenti, si consola sostenenendo che, dopotutto, la ditta era giovane, fondata nel 1966 e che non era un gran capitale di marchio. Però il nome Egidio, rimanda al grande Galbani e coniugato con il cognome Invernizzi è un concentrato di grande tradizione casearia. In ogni caso oggi l’INALPI, gestita dai figli di Egidio, è una grande azienda dinamica. Ma nel solco più puro della storia dei bergamini e del caseificio lombardo. Un caseificio che in terra piemontese è rappresentato anche dai Biraghi (evidentemente per il latte i lombardi hanno una vocazione particolare) e, nella forma moderna, industriale, è stato portato dai Locatelli. I Locatelli in Piemonte hanno impiantato, sin dagli anni Venti del Novecento, ben sette caseifici. Il più importante era quello di Moretta.


La storia di Egidio Invernizzi e della Inalpi.  Abbiamo già visto che il nonno di Egidio era un lattaio “nomade” (come tutti i laté bergamini). Un altro figlio del  Pedron  era Battista che vediamo nella foto sotto. Siamo negli anni Venti e la foto è stratta da La Campagna, organo della Cattedra ambulante di agricoltura di Como (none sisteva la provincia di Lecco). Fatto eccezionale il bergamino Invernizzi Pedron si era meritato un articolo . Nella foto è ritratto nella classica posa, con la scussala (il grembiale da casaro) arrotolato sul fianco. Sullo sfondo il Pizzo dei Tre Signori. L’alpeggio è Sasso che era proprietà della famiglia Invernizzi Pedron. Chi pensa ai bergamini come a dei “poveri allevatori di montagna” sbaglia tutto se confonde la loro vita dura, la loro “rozzezza” (molti si recavano anche in piazza Fontana a Milano a fare mercato – ancora negli anni Trenta – con gli zoccoli di legno, il bastone il tabarro) con una condizione misera e  mancanza di intraprendenza.

Non pochi, come i Pedron avevano anche parecchi terreni in montagna.  I  Pedron, in particolare,  avevano  (c’è tuttora) una cappella al cimitero di Barzio essendo tra i più grossi proprietari di terreni e di immobili del paese. I bergamini erano gente dura e parsimoniosa, che badava al sodo, ma non erano privi di intraprendenza. La vita nomade gli impediva di spendere in beni di consumo (vestiti, arredamento) , così i guadagni andavano tutti nell’ampliamento della bergamina  (grande onore era avere  più di 100  capi)  e nella tesaurizzazione (sino a tempi recenti in monete d’oro). Quest’ultima era necessaria per ricostituire la mandria in caso di epidemia (l’afta epizootica picchiava duro). Così vendendo dei capi e utilizzando il “tesoretto” i bergamini, con lo stupore di chi li considerava dei “poveri montanari” sempre con la puzza di vacca addosso, erano in grado, al momento buono, di acquistare anche dei fondi in pianura. Va notato, però, che al insieme all’abbigliamento montanaro, indossato con orgoglio, i bergamini esibivano  catene d’oro dell’orologio, orecchini d’oro (una vecchia tradizione contro il malocchio), gilè. Durante la transumanza, che era una specie di festa e motivo di ostentazione (specie delle belle vacche e dei costosi campanacci) il bergamino si vestiva al meglio, così questi bambini come questi ritratti a Taleggio in partenza per la pianura .



Tornando a Egidio Invernizzi egli ricorda che, da figlio di un laté, gli toccava da ragazzo pulire le baste dei maiali. Nel frattempo si dedicava agli studi. Dopo il diploma di ragioniere si recò all’estero acquisendo una specializzazione in tecnologie casearie di prim’ordine  in Germania (dove si iscrisse a una scuola superiore di caseificio non avendo ancora i requisiti di età minima), in Olanda e in Nord America. Con il curriculum acquisito non ebbe difficoltà a entrare alla Locatelli, prima della vendita alla Kraft. Una mano la ricevette da degli zii, uno capo del personale, l’altro della contabilità che erano uomini di fiducia di Locatelli, gente di Ballabio, valsassinesi. Non andavano diversamente le cose alla Galbani e alla Invernizzi: se eri di famiglia bergamina o solo di paesi come Morterone (dove erano quasi tutti bergamini e in larga misura Invernizzi) il posto era assicurato, anche senza cv. Dal magazziniere al direttore. Dopo essere stato a Vevey  per dei corsi dalla Kraft,  nel frattempo subentrata alla guida della Locatelli, al rientro Egidio viene destinato allo stabilimento di Moretta, che sarà per lui fatale. Qui conosce la futura moglie, figlia di commercianti di bestiame. Con lei  deve però trasferirsi a Soncino (Cremona), dove c’era un altro stabilimento Locatelli con il ruolo di direttore. Qui, però si rende conto che la disciplina di una multinazionale svizzera non è compatibile con l’indole indipendente di un bergamino; torna a Moretta e avvia, partendo quasi dal nulla. una sua azienda favorito anche dalle relazioni acquisite nella sede di Moretta della ex-Locatelli (oggi acquisita dal pastificio Rana). E così dalla Locatelli è sorta una nuova grande Invernizzi. Peccato che non possa chiamarsi così. Ma essa rappresenta un capitolo in linea con una grande storia di imprenditori con le radici in montagna o meglio nella transumanza: da Egidio a Egidio.