Mostra Cargà Mut – Vita d’alpeggio sulle Orobie

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StriscioneAperta tutti i week-end dal 24 ottobre al 6 dicembre 2015 dalle 10 alle 19

ingresso gratuito

Sala sopra la Porta Sant’Agostino a Bergamo alta (bus linea 1 da Stazione e Città bassa)

Nei giorni infrasettimanali aperta per visite guidate di scuole e gruppi (contattare il numero 3284819895).

Cargà mut 

Espressione bergamasca (con corrispettivo cargà muunt  in Valsassina e nelle Orobie valtellinesi) . Già il latino medioevale utilizzava caregare con il medesimo significato. Può essere approssimativamente tradotto con  “caricare l’alpeggio”.  Ma c’è una ben diversa pienezza di significati in quel cargà mut.  Cargà, infatti, rimanda  al “riempire il pascolo”, all’esigenza di equilibrare il potenziale foraggero e “carico di bestiame”,  le bocche. Cargà implica anche il salire, l’andare e stare su, sui pascoli alti, spesso distanti ore di cammino dagli abitati.  Al termine del periodo di alpeggio in modo corrispondente vi è il descargà. Il cargà  definisce anche il ruolo chi si assume la responsabilità dell’alpeggio: il cargamut, in italiano “caricatore d’alpe”. Il mut è il continuatore del latino medioevale mons.  Quella dei pastori è la montagna “da mangiare” dove cresce ancora un ciuffo d’erba.  Quella degli alpinisti, che rappresenta oggi largamente il “monte” nell’immaginario sociale, era per i pastori un territorio sterile e pericoloso, da cui tenersi alla larga. Il tabù lo popolava di spiriti ed era violato solo dai cacciatori, personaggi trasgressivi.
L’alpeggio, che affonda le sue origini oltre 5 mila anni fa ha contribuito in modo significativo e continuativo al mantenimento della vita in montagna. Il valore simbolico dell’alpeggio e la sua influenza sulla cultura delle genti orobiche si spiegano però anche nella sua natura di prezioso bene collettivo spesso gelosamente difeso.  Sono così fiorite intorno all’alpeggio ricche espressioni culturali, credenze, leggende.
Nella sua dimensione ancestrale, stagionale e temporanea l’alpeggio è, però, una realtà molto più complessa e strutturata di quanto si potrebbe a prima vista ritenere. Complessa e polimorfica nella tensione a fornire il massimo di erba e quindi di latte. Adattandosi alle caratteristiche dei mutevoli ambienti di alta montagna le strutture materiali dell’alpeggio presentano una grande varietà che esprime la capacità dei nostri antenati di operare in sintonia con l’ambiente.
La vita sull’alpe era frugale e caratterizzata da un duro lavoro. Oggi  l’adozione di una modesta meccanizzazione ha alleviato la fatica fisica ma il lavoro resta altrettanto se non più duro in considerazione della drastica  riduzione del numero di addetti.  Anche da questo punto di vista l’apertura a una nuova funzione turistica ed educativa degli alpeggi aumentando occasioni di vendita diretta, socializzazione, opportunità di mantenere più addetti sull’alpeggio, rappresenta uno sviluppo positivo ed auspicabile.

La mostra attraverso 32 pannelli,  l’esposizione di oggetti (attrezzi da lavoro, indumenti, campanacci ecc.) e la presentazione di audiovisivi,  sottolinea la ricchezza e la multidimensionalità  della realtà dell’alpeggio nella sua dimensione produttiva in quella culturale e simbolica. Nelle Orobie sono attivi 270 alpeggi con una superficie totale di 31 mila ettari (300 kmq). Nella gran parte si produce ancora latte e si trasforma sul posto dando vita ad una varietà di prodotti pregiati. Una realtà di grande interesse per la promozione turistica di tutto il territorio orobico.

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Le sezioni

  • Introduzione: terminologia, dati statistici essenziali, relazione tra alpeggio e complessiva utilizzazione agropastorale della montagna;
  • L’organizzazione: l’alpeggio come spazio strutturato dove le “baite” hanno funzioni specifiche e dove ogni minuta struttura, ogni manufatto risponde all’esigenza di sfruttare in modo uniforme e completo la risorsa foraggera risolvendo i problemi di fabbisogno idrico e di viabilità interna;
  • L’oro delle Orobie: il formaggio (ma anche gli altri latticini) costituiscono il frutto del lavoro sull’alpe, ottenuto con tecniche che sono ancora basate in larghissima misura sulla manualità sapiente pur con un’evoluzione di materiali e attrezzature;
  • La vita in alpeggio: una lunga giornata di lavoro,  un abbigliamento  che adotta delle “mode” che si succedono quello che è realmente funzionale, un cibo frugale ma basato su materie prime di grande qualità che può essere anche proposto all’interno di una proposta agrituristica;
  • Suoni e tradizioni: mentre la tradizione dei campanacci e “bronze” conosce un grande revival, le ricche tradizioni musicali e canore dell’alpeggio sono andate in gran parte perdute anche se rimangono in uso (vedi baghèt) alcuni degli strumenti utilizzati sino in tempi a noi vicini (Ottocento) dai pastori e se stanno sviluppandosi iniziative di rilancio di alcuni strumenti (corno di legno).
  • I segni del sacro: gli alpeggi erano luoghi di celebrazione rituale e sono rimaste molte tracce di questa loro funzione sacrale mentre molto diffuse sono leggende e credenze legate all’alpeggio e alla presenza degli spiriti;
  • I bergamini: protagonisti solo oggi in fase di riscoperta di secoli di storia delle Orobie ma anche dell’agricoltura lombarda i bergamini (bergamì) hanno rappresentato il caso più importante tra Quattrocento e Novecento di transumanza bovina legata alla produzione e alla lavorazione del latte stabilendo legami strettissimi tra montagna e pianura e determinando la nascita dell’industria casearia;
  • I pastori di ovini: continuano a praticare la transumanza e dimostrano, attraverso il loro ritorno su alpeggi non più utilizzati con i bovini da latte, come l’attività più antica può mantenere una straordinaria vitalità contribuendo a una preziosa opera di mantenimento dei pascoli, del paesaggio, della biodiversità.

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