Cesare Correnti e i bergamini

Sono però i mandriani d’ordinaria assai ricchi

Cesare Correnti (Milano 1815 – Meina 1888)

Noto come uomo politico nell’Italia post-unitaria, il C. era entrato nell’Amministrazione del regno Lombardo-Veneto presso la Regia delegazione di Bergamo. Questa esperienza gli consentì di redigere diversi contributi per l’autorevole rivista Annali di statistica. Qui, su invito di Carlo Cattaneo (che però non accolse mai il C. tra i contributori de Il Politecnico), pubblicò, le Indicazioni storiche e statistiche sulla provincia di Bergamo importante fonte di notizie economiche e sociali che riporta anche interessanti considerazioni sui temi dell’allevamento e della transumanza. Il C. così scrisse al Cattaneo nel trasmettergli il suo lavoro.

Al Sig. Carlo Cattaneo. Le indirizzo quelle notizie che mi fu dato raccogliere sulla Provincia di Bergamo: se v’ha cosa in esse che meriti d entrare nel vasto piano degli studi sulla Lombardia, a cui Ella con sì lodato coraggio ha saputo riunire i voti e l’opera dei buoni […] p.48-69 Annali universali di statistica economia pubblica, geografia, storia, viaggi e commercio, vol. 1, serie 2 (1844)

Durante la rivoluzione del ‘48 il C. fu segretario del governo provvisorio, ruolo in cui, con grande disappunto di Cattaneo, prese partito a favore dell’annessione sabauda. Profugo politico a Torino oscillò tra le posizioni moderate filo-cavouriane e quelle repubblicane. Nel 1859 – a prova di una linea ondivaga – scrisse un memoriale in cui cercava di dissuadere Cavour dalla politica di imposizione alla Lombardia di un rigido accentramento amministrativo. Sappiamo come andò a finire.

Più volte deputato e poi senatore fu ministro della pubblica istruzione nel qual ruolo propugnava una riforma tesa a ridimensionare il ruolo della formazione classica nella scuola superiore (anche in questo caso la storia andò in senso opposto come dimostrò la riforma Gentile).

Per una biografia recente di Correnti: M. Soresina, Non potendo esser fiori contentiamoci di essere radici : una biografia di Cesare Correnti, Milano, Biblion, 2014, 402 pp.

Il brano

Ad alcune interessanti notazioni il Correnti aggiunge dei dati statistici fantasiosi frutto, evidentemente, di fraintendimenti tra i vari movimenti del bestiame. le dimensioni della transumanza bovina erano nettamente inferiori (gli alpeggi non potevano certo sopportare un carico indicato da quelle cifre astronomiche). Più realistici i numeri per gli ovini transumanti.

“Sono però i mandriani d’ordinaria assai ricchi”

[…] numerose vi sono [nella provincia] le mandrie bovine: la maggior parte scendono d’autunno, quando le prime nevi imbiancano le vette dell’alta montagna, ai tratti delle valli, lungo le rive del Brembo e del Serio, ne’ fossati e nelle cavedagne del piano; ma pochi svernano nella provincia, scarsa di fieno; la maggior parte passa sul Lodigiano, e sul Milanese per pascervi le grasse erbe dei prati perpetui. Tornano in primavera al paese, rifanno la stessa via, si nutrono delle prime erbe delle patrie valli, risalgono i monti, e nell’estate vagano sull’alta catena che divide il Bergamasco dalla Valtellina. Più nomade è la vita dei pastori, che così chiamano qui soltanto quelli che guidano greggie di pecore o di capre, a differenza dei malghesi o bergamini, nome che danno ai mandriani. […] Grandissima è la varietà delle epoche di queste pastorali migrazioni, dei contratti, delle fermate: ogni cosa è regolata dalla opportunità della natura modificata dall’industria maggiore o minore degli uomini. I Malghesi d’Adrara, per esempio, non fanno che passare nel loro paese, e appena è chi vi si fermino qualche giorno; ad Oltre il Colle (Val Brembana) invece più di mezzo migliajo di bovini sverna in buone stalle mantenuto al fieno cui non manca il condimento del sale.
A Carona quando si affitta un Alpe ai mandriani loro s’impone provvidamente l’obbligo di migliorare il pascolo, distribuendo la mandra in modo che il terreno riesca equabilmente concimato: perrocchè in tutti gli altri luoghi ove si trascura questo ovvio avvenimento, i prati rimangono magre svigoriti, mentre concime s’accumula inutilmente vicina alle baite (casolari) dei pastori, intorno alle quali le mandre passano la notte. Nel piano bergamasco ove pochi e piccoli sono i prati, le mandre si dividono in branchi di 5, 6 capi e si distribuiscono per gli sparsi casali; al monte, invece, e sulle vaste praterie lodigiane si uniscono più mandre per coprirvi come dicono, un’Alpe intera o un latifondo. Dura e nella sua varietà monotona è la vita de’ mandriani e dei pastori. Sono però i mandriani d’ordinaria assai ricchi; possiedono pascoli montani; hanno qualche cavallo, o mulo: vengono accolti volontieri dai fittajuoli della bassa, e con festa nel loro paese. La loro industria è troppo legata coll’agricoltura per non essere protetta e favorita
[…] numerosi i puledri indigeni; quelli di miglior forma, sono generati dai buoni stalloni, che il governo manda ogni anno a Bergamo e a Romano: gli altri di membra ineleganti provengano dagli stalloni de’ mandriani: ma quantunque grossolani e pesanti sono più forti e resistenti al lavoro.
[…] Bergamo, la cui parte piana è tutta commerciale e moderna, è nel tempo stesso come il punto in cui si incrociano le vie battute dai numerosi eserciti pastorali, che ogni anno errano con regolare vicenda dalle sponde del Po alla cima delle Alpi. Noi non ci accorgiamo di queste carovane e di queste nomadi tribù che la nostra agricoltura ha obbligate quasi a scorrere entro un fisso canale, ma che pur basterebbero ad animare il deserto. Secondo quanto pubblicato nel 1839 sarebbero in un anno passati sulle strade di Bergamo 375.000 tra cavalli e bovini, e 257.000 capi lanuti. Il movimento delle mandra e delle greggie nella provincia può distinguersi in importazione, esportazione e transito. Entrano 200.000 tra cavalli e animali bovini e 100.000 capi lanuti, metà per la valle dell’Oglio, metà per quella dell’Adda: la quale grande immigrazione si divide poi per la pianura lombarda, uscendo dalla parte del bresciano 50.000 bovini, e 25.000 pecore: 30.000 bovini e 15.000 pecore portasi sul cremonese, altrettante sul lodigiano e sul cremasco: 40.000 bovini e 20.000 pecore sul milanese.

C. Correnti, Indicazioni storiche e statistiche della provincia di Bergamo (Pastorizia e bestiame), in Annali universali di statistica economia pubblica, geografia, storia, viaggi e commercio, vol. 2, serie 2 (1845): 46-56.