La cascina nel cuore (in mostra)

tESTATA_2018

Mostra aperta sino al 18 novembre 2018

alla sala della Porta Sant’Agostino a Bergamo

orari: domenica e festivi: 10-13 – 14-18:30 / sabato 14-18:30

ingresso libero

La cascina nel cuore del bergamino

di Massimo Vitali e Michele Corti
foto della mostra: Giovanni Siro Mocchi

Alla mostra sui bergamini a Bergamo è esposta uno straordinaria testimonianza di una storia di vita individuale e collettiva: il modello a grande scala che ricostruisce, sin nell’ultimo impensabile dettaglio la cascina Majocchetta di Melegnano. Acquistata dopo generazioni di transumanza e di fatiche da una famiglia di transumanti (Vitali “Giana” di Pizzino), venne espropriata dal comune. Piero, uno dei proprietari, non accettò questo fatto e si ritirò da eremita in montagna nella baita paterna. Qui, affidandosi alla memoria, ricostruì la sua cascina.

Pietro Vitali Giana a ottanta anni al Piazzo


La mandria dei Vitali arriva in cascina

(29.10.18) La Cascina Maiochetta (che in parte sopravvive come struttura edilizia), era sita al limite nord dell’abitato di Melegnano, Nell’Ottocento era ancora chiamata Majocca; poi, per distinguerla dalle non poche “Majocche” della zona, assunse il diminutivo di Majocchetta. Questa cascina ha visto, sin dal 1880, Antonio Vitali bergamino transumante della famiglia Giana del Piazz (una frazione di Pizzino in val Taleggio),  svernarvi con le sue bestie.
Negli anni Venti del secolo scorso Antonio diventa fittabile, ma continua a praticare la transumanza a piedi su e giù da Pizzino e dall’alpe Baciamorti fino a Melegnano.
Nel 1976 i nipoti Giuseppe e Piero (nato nel 1921) acquistano dai Conti Cicogna Mozzoni di Milano La cascina Maiochetta: in poco più di 50 anni e in tre generazioni, la famiglia Giana del Piazz passa da  bergamini ad affittuari e poi proprietari. La disordinata espansione edilizia del secondo dopoguerra “assedia” la cascina.
Di qui anche il sorgere di situazioni di conflitto. Piero le racconta con foga a tanti anni di distanza in una intervista del 2001, capace di adirarsi ancora.

Lì c’erano dei palazzi … c’erano dei professori [medici dell’ospedale di Melegnano]nei palazzi in giro alla costa. Nessuno mi ha reclamato. [alza il tono di voce] Uno, che andava a fare il mal-gh-ese [sillabando] e‘ndava con nüm, guardi, che mi creda, eh… c’era lì il professore de Melegnano el diséva niént ..el prufesór de li ossa [ortopedico] … e quèl lì, che ‘nava a fà il malghées (al mùng amò i vàch), in un altra parte, in cascina … andava in Comùn a dì che i spussàva…. Se pò fà chi robb lì? Basta …l’è vera, neh!

Nel 1987 il comune di Melegnano espropria tutta la cascina inserendola in un piano di edilizia economica popolare. Senza la cascina, Giuseppe e i figli sono costretti a cessare l’allevamento e la transumanza che non si era mai interrotta e  diventano coltivatori e contoterzisti.
Per Piero, che era scampolo, è un duro colpo.  Non mai accettato il fatto che, in forza di una legge, qualcuno gli avesse portato via la sua cascina. Piero non riusciva a stare senza le sue vacche; quando viveva in cascina tutti i giorni le lavava le puliva, in tutta la stalla non c’era una ragnatela. Lui era sempre lì a disposizione dei suoi animali, guai a toccarglieli! Per stare vicino alle sue “bestie” dormiva in un bait, uno spazio, tamponato con assiti, nella soppalcatura della stalla. La stalla non sembrava nemmeno una stalla tanto era ordinata e pulita sembrava una sala!Piero, che di carattere era un orso, si ritira al Piazzo di Pizzino nella antica casa paterna, lontana dal paese, e lassù nella pacifica solitudine dei lunghi inverni (gli vengono a portare da mangiare una volta la settimana), ricostruisce intagliando nel legno, le sue vacche, i maiali i cavalli, i carretti le stalle e pezzo dopo pezzo tutto quello che era stata la sua cascina.
La cascina Majocchetta oggi

L’ultimo dei bergamini

Piero era ancora immerso nella dimensione bergamina descritta dal Volpi (Luigi Volpi, I Bergamì Note folkloristiche in Rivista di Bergamo, giugno 1930, pp 261-266). Era uno degli ultimi veri bergamini, che non aveva perso quell’istintivo senso della decorazione, dell’abbellimento, della personalizzazione degli oggetti, un senso andato perduto in nome della mera funzionalità, del venir meno di valori simbolici ed estetici associati anche agli umili utensili di uso quotidiano.
Non intagliava solo i tanti “pezzi” della sua cascina, ma anche vari oggetti legati all’attività del bergamino. Oltre agli oggetti d’uso (sgabello di mungitura, cucchiai, ciotole) produceva anche le nacchere bergamasche (i tarlèch) che sapeva utilizzare in modo molto abile (eco dei tempi in cui i bergamini autoproducevano e suonavano vari strumenti musicali: pifferi, corni, baghèt).
Piero si riferiva a quelle manifestazioni “stregate” che rimandano alle antiche mitologie e religioni precedenti la cristianizzazione (la caccia selvaggia, nella versione della cascia di can, il sabba, nella versione dei balabiòt) come esperienze reali (sia pure non vissute personalmente ma riferitegli come testimonianze oculari da parenti stretti).

La vita di Piero è stata dura, dormire nella stalla, trasportare in alpeggio i vitelli a spalla sino giù in paese, stare all’aperto sotto i temporali scaldarsi con l’orina delle vacche nelle fredde albe in alpeggio, bere acqua della cisterna (“con le lumache”). Amava ripetere a proposito: Uu fàa ‘na pelìcula mi … uu fàa ‘na pelìcula. La “pellicola” gli ha garantito una salute di ferro: Mai ciapà niéent! Il bergaminoresistente a ogni fatica e intemperie non aveva una “pellicola” per i mali dell’anima. Per quesati era più vulnerabile. La vita di Piero è stata segnata dolorosamente – sino al rocovero in ospedale psichiatrico – dal divieto di contrarre matrimonio con la sua bionda murusa, la  fiöla del biòlch (‘bifolco’ ovvero una delle tante figure di dipendenti fissi della cascina della Bassa). Quella ferita, frutto della rigida disciplina patriarcale che consentiva alle grandi famiglie bergamine di sopravvivere (e, spesso, di arricchirsi) non si è mai rimarginata. Sino alla fine Piero non ha perdonato alla madre (una bergamina Pretalli valdimagnina) di aver impedito il matrimonio con l’amata. Il dramma di Piero è legato a una situazione di evoluzione dei rapporti sociali che rendeva incomprensibili, sin anco crudeli, quei “tabù” (Piero, nella sua semplicità, usa proprio questa appropriata espressione colta). Ma questi tabù avevano garantito la continuità famigliare dei gruppi patriarcali bergamini. L’entrata in famiglia di una donna che non fosse assuefatta ai disagi della vita semi-nomade,  che non avesse acquisito da bambina le competenze e le abilità necessarie a “fare tutte le cose come gli uomini”, metteva in pericolo  il gruppo.  Piero  ha continuato a rimpiangere la morosa sino alla vecchiaia. Tanto è vero che una delle figure del “modello” di Majocchetta è proprio lei, collocata vicino alla “tromba” (la pompa) dell’acqua.

Una fedeltà alla memoria che commuove

Nulla di quello che è rappresentato nel modello è invenzione, ogni “pupazzetto”, ogni carro è fedele all’originale. Piero non si è basato su fotografie, su piante della cascina. Era tanto impresso nella memoria ogni dettaglio che non ha avuto difficoltà a riprodurlo, un evidente atto di amore per la cascina perduta e per le cose amate: le “bestie”, la morosa. La ricerca della corrispondenza all’originale ha portato Piero ad utilizzare oltre al legno materiali “realistici”, cuoio, metallo. Ammirevole la ricostruzione dei finimenti, soprattutto la “collana” dei cavalli.
In ciò l’opera di Piero si distacca nettamente dalle fattorie-giocattolo o dal Lego con il quale qualcuno potrebbe notare delle somiglianze. Esse, sono casuali, dettate dalla ricerca di soluzioni semplici per modellare il legno. I pupazzetti di plastica del Lego il Piero non li ha mai visti.
Ogni mucca reca, scritto a matita sul ventre, il suo nome e, probabilmente, la lunghezza e la forma delle corna e altri dettagli morfologici sono, sia pure in forma stilizzata, rispecchiati nel modello.
Anche le macchine, non ancora numerose, sono personalizzate. Così la falciatrice reca la scritta “Laverda”. Il modello di Landini a testa calda è invece immediatamente riconoscibile. Belle anche la macchina a vapore e la trebbiatrice da essa azionata.
Espressione di questa fedeltà, finalizzata non tanto a creare qualcosa “bella” per gli altri, ma per sé stesso, è  la collocazione di oggetti di dettaglio all’interno degli “edifici” o di altri oggetti.  Anche dove nessuno, dall’esterno, osservando il modello, potrebbe scorgerli o intuirli.
Così all’interno del forno vi sono delle forme di pane, all’interno delle stalle le varie categorie di animali, all’interno del landò (la carrozza dei fittavoli che conducevano la cascina quando i Vitali erano ancora bergamini), vi erano i famigliari del fittavolo.
E così via. Ovviamente c’è anche lui, Piero, nascosto nel soffitto della stalla, nel bait.

 

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