Campanacci, fantocci e falò

8 novembre 2014 – Sala Viscontea dell’Orto botanico, Passaggio Torre d’Adalberto, Bergamo, ore 16.00 (ingresso libero)

Giovanni Mocchi e Manuel Schiavi (a cura di) Campanacci, fantocci e falò, riti agro-pastorali di risveglio della natura. Pro loco Ardesio,  Gennaio 2014,  pp. 225 (comprende 20 link video )

Seguirà degustazione prodotti gastronomici di Ardesio (Alta Val Seriana)

Il risveglio della Lombardia tribale

Riti_Mocchi

L’opera rappresenta un viaggio attraverso una serie di località, quasi tutte nelle provincie di Bergamo, Sondrio, Brescia, Como e Lecco, dove sono stati ripotenziati, o ripresi dopo decenni, 50 riti della civiltà agropastorale radicati nella cultura ancestrale.  Questi riti sono raffrontati con quelli di area alpina e, più in generale, europea e con quelli di cui vi sono tracce nelle fonti dell’antichità.  con documentazione originale e contributo dei protagonisti. Si tratta dell’eredità di cultura millenaria tramandata oralmente. Una cultura che probabilmente ha vissuto anche in passato momenti di eclissi e di rinascita (di certo in epoca medioevale), che si stava quasi esaurendo e che e oggi, smentendo ogni previsione, conosce un nuovo ciclo di espansione.

La realizzazione di questo libro è parte integrante del processo di rilancio del ritualismo. Esso rappresenta una narrazione dall’interno, da parte di attori che sono attivi nella rinascita e nella diffusione del ritualismo. La differenza rispetto alle opere del passato che erano redatte da osservatori esterni, caratterizzati da un atteggiamento di scetticismo e che comunque tendeva a interpretare i relitti del ritualismo quali “permanenze culturali” motivate dalla “marginalità” geografica, culturale, sociale. Destinate a sparire. Erano narrazioni che applicavano visioni esterne, proprie di culture urbane, incapaci di penetrare nella dimensione concreta delle espressioni culturali descritte interpretate alla luce degli schemi dell’antropologia classica. Oggi il salto è abissale. E’ alla luce dell’antropologia della contemporaneità che il vuovo significato dei riti e del loro rilancio va interpretato. E’ alla luce di una realtà culturale inedita che avviene tutto ciò, una realtà in cui cade la distinzione tra osservatore e osservato, tra studioso e partecipante alla realtà sociale, in cui si diffonde l’autoriflessività dell’azione sociale, in cui internet e you tube consentono di confrontare realtà simili, di scambiarsi idee e interpretazioni. In cui i social network, a differenza dei media dell’epoca della società di massa, consentono di realizzare reti dal basso, di predisporre, attraverso le chat e i gruppi facebook l’organizzazione di riti ancestrali. Sono esiti su cui solo pochi anni fa pochi avrebbero scommesso. Sono esiti imprevedibili che smentiscono il “vizio della modernità”, l’idea di uno sviluppo in una sola direzione, l’idea di un progresso che cancella il passato, che vive solo in un presente proteso al futuro.

E’ difficile trattenersi dall’interpretare questi processi socio-culturali quali una rivincita della tradizione, la rivincita di una storia che “torna indietro” che riafferma uno svolgimento circolare che si interseca a quello lineare senza essere da quest’ultimo soppresso (l’immagine è quella della spirale dove, dopo un giro, ci si ritrova molto vicini ad punto dell’anello sottostante). Vi sono dei fatti concreti che spingono per far rinascere riti, affermazioni di senso della comunità, culture ancestrali, legami con la terra, con l”heimat.

Le promesse del progresso senza fine, dell’abbondanza, della vita lunga sana, prospera per tutti si stanno rivelando inganni crudeli. Con il risveglio dall’ipnosi dell’abbondanza garantita dall’energia a basso costo, con la corsa all’accaparramento delle terre fertili e delle risorse sempre più scarse e minacciate di acqua pura ci si accorge che i beni più preziosi (e contesi) sono ancora il cibo, l’acqua, la terra da coltivare. I centri commerciali no n garantiscono la cornucopia universale. Con il declino dell’Europa destinata a divenire un’area marginale (o, al meglio, una regione come tante del pianeta) crollano i miti dell’eurocentrismo, dell’identificazione della “nostra” cultura con quella vincente, universale, unica. Ci sono anche gli altri, ma in compenso ci siamo ancora “noi”. Anche se non sempre è facile ritrovarsi e concepirsi come una delle tante tribù dell’umanità

La rinascita dei riti di cui tratta il libro curato da Mocchi e Sclavi è frutto di iniziative parallele, di convergenze spontanee ma anche di riflessioni comuni, di scambi, di una creazione di una rete che abbraccia anche realtà dell’arco alpino e oltre. Importanti momenti di impulso sono stati gli incontri organizzati in occasione della Scassada del generù (La cacciata del gennaione) ad Ardesio (Bg). Qui da diversi anni in occasione del rito (assurto a fama non solo strettamente locale) si riuniscono (in videoconferenza o in presenza fisica) gruppi di protagonsisti di altri appuntamenti rituali, di studiosi, scuole. Altra occasione di incontro e rilancio di iniziative sul ritualismo sono stati gli Incontri per lo studio delle tradizioni alpine di Breno. Valle Camonica e Valli bergamasche sono state al centro di una ripresa dei riti ma anche in Valtellina e nell’area lariana non sono mancati in questi anni segni di rinnovato interesse. Va precisato che le località e i riti descritti nel libro non esauriscono il panorama del fenomeno (nella sola Valtellina la ripresa del rito Ciamàa l erba/Ciamàa mars è attestata anche a Morbegno, Talamona, Teglio). Nel fenomeno è presente indubbiamente una componente imitativa. I resoconti sui media locali delle iniziative stimolano gruppi spontanei (ma spesso anche Pro Loco, amministrazioni comunali, Alpini, Coldiretti) a organizzare il rito sia dove era stato interrotto, sia dove non vi erano notizie di un suo svolgimento tradizionale.

E’ interessante osservare come in diverse località si rivendichi una continuità che i “rivali” tendono a mettere in discussione. A volte è difficile stabilire se il rito era sopravvissuto perché spesso, ma succedeva anche in passato, era “officiato” da pochi partecipanti che si limitavano a scampanare presso la propria borgata o presso abitazioni isolate. Spesso il rito era sopravvissuto solo quale divertimento infantile, senza presenza di adulti e neppure degli adolescenti che si vergognavano a partecipare a qualcosa regredito a pura espressione ludica infantile. Il segno che il rito è rinato è la partecipazione degli adolescenti, dei giovani adulti, degli adulti, degli anziani, felici di trasmettere ai più giovani una tradizione che credevano dispersa. In una precisa distinzione di ruoli l’aspetto esibizionistico e di prova di forza è appannaggio di adolescenti (o poco più) che si cimentano in scampanate con leciòche strette alla cintura e sbattute con le mani (inequivocabili espressioni falliche).

Il suono, il clangore di ferraglia e dei campani e campanacci agitati con vigore è elemento alla base della maggior parte dei riti. Per i ragazzi, per i grandi e i piccoli lo scatenare di questo frecasso è una manifestazione liberatoria che rompe schemi e regole. Ma alla base c’è una precisa espressione di magia simpatica: il suono deve essere forte perché deve essere udito dalle radici e dai germogli dell’erba che dorme sotto una spessa coltre di neve. Il suono deve rianimare l’erba, prepararla al prossimo sciolgimento della neve. Non è un caso che l’atterzzo sonoro principe di questi riti sia il campanaccio (ciòca, sampùgn, trögn, ecc. ecc.). Quello stesso che le bestie porteranno al colo quando andranno al pascolo. Il rito è inserito in una simbiosi tra uomo-erba-ruminante domestico che viene in qualche modo espressa anche dall’uso di un altro strumento: il corno di vacca o di becco (la capra Orobica autoctona dalle lungghe e larghe corna ritorte è particolarmente apprezzata per lo scopo). Per fare frecasso si usano anche le tòle (barattoli di metallo usati) raggruppate a grappoli e trascinate sul selciato o percosse con bastoni (a Tirano il rito prende il nome di Tirà li toli). In passato quando si cercava di unire il più possibile l’utile al dilettevole si trascinavano sul risc/risciada (acciottolato) le catene dei focolari che, dopo simile trattamento, tornavano splendenti ripulite dalla fuliggine.

In diverse località, a partire da Ardesio, al nucleo costituito dai campanacci, che in questo caso devono spaventare gennaio e farlo scappare per portare febbraio annunciatore di una intensificazione della luce e della prossima anche se non ancora vicina primavera, si è affiancato negli anni il falò in cui si bruciano i fantocci del gennaione. Il rito del falò è “ingrediente” comune a diverse manifestazioni, eredi dei riti ancestrali.

“Bruciare la vecchia” o la “giobiana” è rito che a gennaio (le date sono variabili) si ritrova anche nell’area collinare varesotto-comasca ma anche nella “bassa”. La sovrapposizione dei riti si osserva in alcuni che hanno mantenuto il nome Pisa vègia(accendi, brucia la vecchia) ma che si sono ridotti al solo scampanio lasciando comprendere che in origine ci fosse anche il rogo. Il falò è sopravvissuto anche nei riti natalizi e di mezza estate (fuochi di S.Giovanni, del 1° agosto – che in Svizzera coincide con la festa nazionale – della Madonna di agosto). Quello che prevede la “condanna al rogo” del pupazzo richiama ai riti ancestrali di propiziazione in cui venivano sacrificati esseri umani racchiusi in un grande pupazzo di paglia. Già in epoca celtica la crudele usanza venne sostituita dal rogo di fantocci. Il falò rappresenta un richiamo molto forte. Interpreta anche la luce che compensa la mancanza di luce solare e che cerca di “aiutare” il sole nel suo momento di maggiore debolezza, è elemento che avvince e avvicina gli umani a differenza degli altri animali che fuggono terrorizzati. Da 700 mila anni fa parte dell’esperienza comune all’uomo e agli ominidi che l’hanno preceduto. Il falò ipnotizza, unisce, attira ed è comprensibile che gli organizzatori lo inseriscano nelle manifestazioni. Come a S.Brigida in alta val Brembana dove, però, quelli di Cusio, paese limitrofo, fanno valere l’ininterrotta tradizione della Pisaègia e il carattere più autentico, meno organizzato, meno “per turisti”.  Anche queste espressioni di orgoglio di campanile sono segno di vitalità di questi eventi. Un campanilismo peraltro che non impedisce ai ragazzotti di S.Brigida di recarsi a Cusio (dove la manifestazione è più trasgressiva e spontaneistica) a bisbocciare sino all’alba.

Suonate collettive, cortei per le strade, falò. Elementi che definiscono un programma del rito che spesso include anche – come da tradizione – la questua e il pasto collettivo.

Ci può chiedere a questo punto quale nesso vi sia tra questa ripresa di riti agropastorali e la realtà della vita rurale, del pastoralismo alpino. Al di là del grande interesse per i campanacci e per gli strumenti sonori legati al pastoralismo è interessante sottolineare come ci sia, da parte di giovani e meno giovani, la voglia di identificare la cultura “nostra” con quella agropastorale.

E’ finito il tempo del rifiuto di ogni riferimento alla cultura alpestre e allevatoriale. Si cerca, anche imitando altre regioni dove le tradizioni pastorali noin hanno mai perso prestigio come il Tirolo, i cantoni della Svizzera tedesca, la Savoia, di riconnettere tutto ciò che racconta il pastoralismo con gli emblemi orgogliosamente esibiti della cultura locale. Una vera rivoluzione che (ri)avvicina le nostre valli alle Alpi più celebrate sotto il profilo folklorico e fa riscoprire come la cultura alpina abbia moltissimo in comune. La passione per i grandi campanacci, per le preziose bronze di fusione (quelle che si usavano solo per la transumanza) per le corregge riccamente decorate (con borchie, decorazioni in cuoio colorato, pelo di tasso) era diffusa anche nelle valli lombarde. Ma, come tutte le epressioni culturali di cui bisognava obbligatoriamente vergognarsi dagli anni ’60 in poi, era stata molto depotenziata. Rinasce anche l’interesse per gli strumenti musicali: corni innanzitutto, ma anche flauti in legno e cornamuse (ovviamente meno alla portata di tutti). Quello che più colpisce è che l’abbigliamento bergamino, tipico dei mandriani transumanti diventa l’ambito costume per la rappresentazione dei riti. In disuso i cappelli da cow boy sono i tabarri e i capellacci da pioggia di fattura bergamina ad essere ricercati.

Quanti tra i giovani che iniziano mesi prima a “corteggiare” gli allevatori per farsi dare un bel campanaccio o che vanno a comprarselo sui mercati anche fuori provincia o fuori regione, che si vantano del cappello e del tabarro dello zio e del nonno malghesi desiderano tornare a fare il lavoro dei vecchi? Non pochi a giudicare dalle richieste di lavoro in alpeggio che aumentano di continuo. che non vuole sparire né demograficamente né culturalmente.

In questo senso il revival dei riti “invernali” non appare quale un fenomeno isolato in sé stesso ma si ricollega al boom dei riti di rievocazione “estivi”: le transumanze le feste del fieno, ai tanti riti alimentari (le sagre) che fioriscono ovunque.

In ogni caso è il clima che circonda l’agropastoralismo che è cambiato. Da occupazione marginale a lavoro che conferisce l’orgoglio di rappresentare la cultura locale e di mantenere, molto concretamente e fisicamente, lo spazio antropizzato per una comunità

La forza con cui sono sbattuti i campanacci dai non molti giovani che sono rimasti nei paesi è anche un modo di affermare un vitalismo che si ribella ad un destino di fine della comunità. E’ propiziazione di fertilità (anche in senso sessuale, a dispetto di una cultura di negazione dell’identità di genere e di propaganda dell’omosessualità), propiziazione di fertilità in un senso pieno quindi, molto vicino a quello di comunità di secoli fa che si sentivano sopraffatte dal buio dell’inverno, dal timore dell’esaurimento delle scorte alimentari.

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