Ricordo di Tino Ziliani: Anna Carissoni

Tino l’ho conosciuto alla Mostra Zootecnica di Clusone, tanti anni fa, quand’era intento a mostrare la tosatura col fórbes ad un gruppo di scolari delle elementari. Ricordo che una bimbetta gli si avvicinò e gli chiese preoccupata se le pecore, così ‘pelate’ non avrebbero avuto freddo quando fosse arrivato l’inverno, e ricordo la pazienza con cui Tino le rispose, spiegandole, con molta semplicità ma anche con molta precisione, che le pecore non sono persone come noi ma sono animali abituati a stare all’aperto e che, casomai, avrebbero sofferto di più se non fossero state periodicamente tosate. “Tu saresti contenta se d’estate, quando fa proprio caldo caldo, fossi costretta ad andare in giro con i maglioni e col cappotto?” – concluse. La bimba rispose “Certo che no!” e tornò dalla maestra sorridendo rassicurata.

Voglio dire, con questo, come Tino fosse capace di rapportarsi ad ogni persona con rispetto e con empatia, grande o piccola che fosse, cittadino normale o autorità.

Io all’epoca avevo già fatto qualche ricerca sui pastori e sul pastoralismo nelle nostre Valli, ma conoscendo Tino compresi quanto ancora avessi da imparare sull’argomento. Da allora ebbi più di un’occasione di incontrarlo, ed ogni volta che parlavo con lui imparavo qualcosa di nuovo. Era sempre disposto a rispondere alle domande, e lo faceva in modo paziente ed esauriente, senza badare al fatto che forse gli stavo facendo perdere tempo prezioso. Da quando si era sposato aveva deciso di fare il tosatore per non stare troppo lontano dalla famiglia e così aveva conosciuto molti pastori, i loro problemi e le loro difficoltà. Ed io mi meravigliavo sempre della sua capacità di inquadrare problemi e difficoltà nell’ottica più ampia del pastoralismo nazionale e mondiale, con dati, riferimenti, rimandi che non gli venivano solo dall’esperienza e dalla passione ma anche da una conoscenza precisa e diretta dei fatti e da un’informazione attenta e puntuale: insomma, Tino era tutto il contrario dell’immagine stereotipata del pastore come individuo fuori dal mondo e dall’attualità, isolato, disinformato, attento solo al suo gregge ed al suo interesse immediato, incline alla lamentazione più che alla rivendicazione dei suoi diritti di cittadino-lavoratore….

Capivo anche che suo impegno come presidente dei pastori lombardi veniva da un’esigenza profonda, e vorrei dire proprio etica, di rispetto del lavoro di tutti e perciò di giustizia nei confronti di una categoria trascurata e spesso vessata: una categoria che lui cercava in tutti i modi di far “crescere” in consapevolezza e in solidarietà, perché dei pastori conosceva anche i difetti e le mancanze e non mancava di rimproverarglieli, anche se poi era sempre pronto a dar loro una mano… La stessa esigenza di conoscenza e di consapevolezza che cercava di alimentare nel pubblico e che lo portava a partecipare ad innumerevoli incontri e convegni, e non solo in Italia, a molteplici manifestazioni divulgative, ad interventi nelle scuole e nelle associazioni, tutte attività svolte a livello di volontariato, nella convinzione che un futuro per i pastori c’è se si lavora in sintonia col territorio e se si sfatano i pregiudizi degli ambientalisti da salotto e degli animalisti metropolitani tramite un confronto franco e sincero delle rispettive opinioni.

Come avvenne, per esempio, durante una memorabile serata a Parre, nella sala della Comunità strapiena di persone che l’associazione di cui faccio parte, Il Testimone, aveva invitato ad assistere alla proiezione del film “Fuori dal gregge”: alla fine della proiezione invitammo la regista del documentario, Cristina Meneguzzo, e Tino a rispondere alle domande dei presenti, e anche in quell’occasione egli si dimostrò un grande ed efficace divulgatore in grado di inquadrare il tema della pastorizia nel contesto più ampio dei temi ecologici – che allora non erano di moda come adesso! – economici e sociali.

Un’altra importante occasione di lavorare insieme Tino me la offrì quando si trattò di preparare, a nome dei pastori lombardi, la lettera di sostegno all’iniziativa di inserire la transumanza nell’elenco dei ‘patrimoni immateriali dell’umanità’ dell’Unesco. Molte le mail e le telefonate che ci scambiammo, ma in realtà il mio contributo fu di poco conto, da vecchia maestra ne curai soprattutto la forma, perché i concetti erano tutti frutto dell’esperienza, dell’intelligenza e della capacità di sintesi di Tino. Il testo diceva tra l’altro:

La transumanza e la pastorizia, che ne è la premessa, sono certamente attività millenarie di grande valore storico e culturale, ma oggi appaiono anche come uno dei pochi futuri possibili per il nostro Paese in balìa del dissesto idrogeologico e dell’invasione di alimenti stranieri di pessima qualità.

I pastori transumanti possono essere considerati dei “resistenti” perché resistono, appunto, al difficile riconoscimento sociale del loro ruolo; alla frammentazione del territorio; al ritorno dei grandi predatori; ai tempi biblici di erogazione dei contributi e dei risarcimenti; allo stillicidio dei cavilli burocratici e fiscali; all’abbandono delle aree montane e collinari marginali che il passaggio delle greggi preserva dall’abbandono e dal degrado. I pastori transumanti sono consapevoli di tutti i benefici sociali ed ecologici che questa attività, anello fondamentale per l’equilibrio dell’ecosistema, produce sul territorio: pulizia della biomassa vegetale in eccesso; mantenimento di spazi pascolivi necessari per la sopravvivenza di molte specie selvatiche, in particolare uccelli; distruzione delle specie vegetali non autoctone; prevenzione degli incendi, ecc…. Per tutti questi motivi la transumanza merita di essere riconosciuta come manifestazione di diversità culturale e quindi come patrimonio indivisibile delle nostre montagne”.

Ecco, quando penso a Tino penso che queste parole si potrebbero considerare anche una sorta di testamento, il patrimonio che ci ha lasciato andandosene troppo presto, l’esempio – il buon esempio!- che deve spronarci tutti a proseguire il percorso che ha tracciato con la sua vita ed il suo impegno: un’eredità preziosa, di cui non gli sarò, e credo che noi tutti non gli saremo, mai grati abbastanza.

Anna Carissoni

Bergamo, Festival del Pastoralismo, ottobre 2021