Sonorità degli strumenti di lavoro

Battere la ségia

I suoni del lavoro tra rito e quotidiano. I pastori battevano con lo scagnel per mungere la ségia (di legno) del latte per chiamare alla mungitura. Era anche un modo per farsi sentire dagli altri alpeggi e comunicare (“qui da noi tutto bene”). Foto dal libro fotografico di Gianpiero Mazzoni I pastori delle valli del Bitto, pro loco di Albaredo (So), 2004.

tum, tum-tum, tum-tum-tum, tum, tum-tum, tum-tum-tum …

Battere la sègia consisteva nel battere contro il secchio di legno usato per contenere il latte, lo sgabello o  scagn dove il mandriano si sedeva poi per mungere le vacche.
Percuotendo  lo scagn  contro la sègia, si ottiene un suono unico ed inconfondibile.

Grazie alla disposizione degli alpeggi, potevano essere trasmessi da uno all’altro vari segnali: uno di questi era appunto il segnale per la mungitura, vero e proprio rituale trasmesso per molti anni dagli alpeggiatori più anziani a quelli più giovani.
Quando si avvicinava l’orario per mungere, i capi malga si posizionavano in punti strategici ed iniziavano a battere la sègia; il suono prodotto si diffondeva in un baleno in tutto l’arco alpino, raggiungendo gli altri alpeggi che a loro ‘volta rispondevano e cosi si dava inizio al duro lavoro della mungitura.  Ma battere la ségia poteva avere altri significati: poteva essere un segnale di allarme o un segno di scherno. Quando un capoalpe nuovo dell’alpeggio commetteva degli errori clamorosi (per esempio nel seguire l’ordine delle baite e delle relative aree di pascolo da utilizzare in successione) dalle altre alpi intonavano il coro delle ségie per mettere in evidenza l’errore.

Una funzione della ségia era anche quella di dare la sveglia ai poveri cascì, i pastorelli, per i quali era durissimo alzarsi all’alba. In questo, ma anche in altri casi, si poteva usare al posto della ségia, il segiù, il secchione da 25 litri dove i pastori versavano il contenuto delle ségie piene di latte.

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