Musica e pastori

da (adattato): Michele Corti Uno squarcio sulla vita pastorale alpina prima della modernità (http://www.ruralpini.it/Materiali04.03.13-Pastori-XVI-secolo.html)

Paride Cattaneo Della Torre, canonico di Primaluna (parrocchia del fondovalle e chiesa “matrice” della valle, quindi con un capitolo)nel 1571 scrisse una Descrizione della Valsassina che venne pubblicata dopo quasi tre secoli dall’ing. Giuseppe Arrigoni nel suo Documenti inediti risguardanti la storia della Valsassina e delle terre limitrofe, Milano, Per i Tipi di Giacomo Pirola, 1857 pp.37-38.

Il canonico inizia ricordando l’ubertosità della valle, la presenza di molto bestiame di ogni tipo e quindi la copiosa produzione di latticini

Questi fertilissimi Monti [si tratta degli alpeggi della bellissima Val Biandino in Valsassina] che detto habbiamo sono molto fertili et fecondi d’herbazzi et pascoli al tempo della state per li bestiami. Imperocché sopra se gli conducono et caricano diverse sorti d`armenti et greggi, come saria cavalli, mulli, asini, buovi, vaccine, porci, peccore et capre la dove in gran quantità di buoni formagi, bottiro, mascharpi, vitteli, capretti et agnelli si ritrovano, et questo caricar che si che da questo tempo, si è per schifar il caldo della fastidiosa estate qual molto si serra quà in questa valle al basso specialmente al tempo del Giugno, Luglio et Agosto et molto più dilletta, quei aerosi monti ……… forti castelli et opulenti città avor ……… li tempi si vedranno sopra questi …….

Il manoscritto qui presenta delle falle ma si riprende con un riferimento agli “spassi e piaceri” dei pastori. Si vede che il bestiame era molto ma molti anche i pastori (abbiamo visto che un secolo dopo vi erano 113 persone a gestire quattro alpeggi). Non solo i pastori sono tanti, ma il canonico riferisce anche che godono di cibo abbondante e di molto, moltissimo tempo libero che dedicano a vari diletti.

… diversi spassi et piaceri. Imperocché co……. la guardia de’ tanti armenti et greggi ….. forte tenir gran numero di Pastori, i quali più volte ritrovandosi ben pasciuti et grassi godono assai quella morbida et poltronesca vita non potendo capir nel cuojo, vederansi a belle squadre danzare, ballare et saltare, altri correre, altri sonare et cantare, altri nel chiaro fiume, piano et piacevole nuottare et pescare, altri vedrai lottare, far correr cavalli, dei quali in gran copia ivi sempre si ritrovano, altri fanno risuonar gli antri, caverne spelonche, li cavi sassi, li alti colli et le basse valli da lor frequenti gridi, urli et fremiti, da rusticani stromenti, di varie et diverse sorti, et da repetiti nomi delle sue dolci et grate favorite. Altri essendo poi pieni di cibo si veduno prostrati supra le verdi herbe sonnacchiar, dormire, et ronfare et altri per fuggire l’otio vedransi tirar il palo, lanciar dardi, giochar alle braccia, tirar il sasso, giocar a carte, tesser spartelle et altri degni esercitii far li vedrai, cose che a lor dan spasso et a risguardanti trastullo et grato piacere. 

I giochi alpestri in Svizzera sono null’altro che la “istituzionalizzazione” la trasposizione in termini nazionalistici di una cultura comune alle genti alpine. La “lotta svizzera” e i giochi alpestri costituiscono un evento nazionale molto sentito (in sintonia con un “nazionalismo popolare”, ben diverso da quello italiano roboante e calato dall’alto). Vengono chiamati “Giochi federali” e l’esercito è impegnato per la preparazione delle strutture (senza gravare ulteriormente sul cittadino contribuente). L’ultima edizione ha visto il concorso di 250 mila spettatori

Sotto, invece, vediamo alcuni aspetti dei giochi scozzesi nelle Highlands (esattamente la stessa cosa dei giochi dei bergamì lombardi e dei mandriani svizzeri)

Le varie espressioni culturali osservate dal canonico di Primaluna a Biandino riconnettono il mondo dei nostri bergamini a quello alpino accomunato da un comune sostrato celtico. Evidente nell’arte casearia, nella quale “latini” e germanici hanno assimilato le tecniche dei celti (come testimoniano le radici linguistiche di parte del lessico caseario nelle varietà alpine delle lingue tedesche e neolatine). Hubschmied J.L., Ausdrücke der Milchwirtschafr gallischen Ursprungs, Vox Romanica, 1, 1936, 88-105. Anche le credenze sopravvissute – per quanto degradate – quasi sino ad oggi, nonostante l’opera della controriforma, mettono in evidenza un immaginario in cui la mitologia celtica ha lasciato un segno profondo. Basti pensare al ruolo del drago che ritorna nelle leggende dei bergamini come riferito dal folklorista novecentesco Volpi:

Lo sfondo sul quale intrecciano le loro leggende è terrificante; draghi, streghe, orchi, animali dalle forme inverosimili e grottesche, le narrazioni delle gesta dei quali fa battere di paura il cuore dei piccoli. Vi è poi un florilegio di racconti di paurose visioni di anime trapassate ‘confinate’ o vaganti la notte per la montagna e che talvolta si fanno ‘sentire’ anche nella baita […]  L. Volpi, I bergamì. Note folkloristiche in: «Rivista di Bergamo», giugno 1930, pp. 261-266. 

Ma torniamo alle espressioni musicali. Tutta l’esplosione di gioia di vivere dei bergamini di Biandino è finita in un colpo? La piccola glaciazione (che iniziava proprio allora), la controriforma, la graduale erosione del reddito dei montanari in ragione di rapporti di scambio meno favorevoli e dell’aumento della pressione fiscale di uno stato che si faceva sempre più esoso, possono averla spenta del tutto?  In realtà il Bianchini, descrivendo la vita tradizionale d’alpeggio – “prima degli anni ’60” del XX secolo – nella Val Tartano (orobie valtellinesi in stretto collegamento con l’alta Valbrembana) osservava come giovani pastori e ragazze praticassero ancora il canto e anche quei “gridi, urli e fremiti” ascoltati dal canonico di Primaluna secoli prima, assimilati ora dall’autore ai tipici vocalizzi alpestri svizzeri: lo jodel.

La quiete del meriggio era talvolta intervallata dai canti intervallati da «jodel» gícui di ragazze che raccoglievano céra sui dirupi: anch’esse a quell’ora si riposavano, attendendo che l’erba falciata si essicasse, per poterla portare a casa, in grossi fasci. Giovani pastori o i cascii rispondevano con «jodel».  Bianchini (1985) Gli alpeggi della Val Tartano ieri e oggi. Economia e degrado ambientale nella crisi dei pascoli alpini, Sondrio, Tip. Mitta, 1985,

Analoghe le ossercazioni da Piero Pensa che riferendosi alla raccolta del fieno selvatico nelle valli lariane osservava:

Era tuttavia, quell’impegno che occupava tra la prima e la seconda fienagione sui maggenghi, un momento da cui i giovani non rifuggivano quasi gustando la libertà della natura e, mentre tagliavano l’erba magra, moncif o scernion, come la si chiamava in dialetto, lanciavano, da una parte all’altra delle valle, il cigol, tipico grido di presenza e di richiamo, festoso segno del gusto di vivere insieme P. Pensa, L’Adda nostro fiume, Religiosità. Tradizioni e folklore nel ritmo delle stagioni. Vol III, Lecco, 1977 p. 439.

BAGHèT3

L’osservazione è tanto più significativa considerando che questa espressione viene ritenuta quasi esclusiva delle regioni di lingua tedesca A. Niederer. “Mentalità e sensibilità”, in: Storia e Civiltà delle Alpi. Il destino umano, a cura di P. Guichonnet, Milano, pp.104-156.

Affresco anonime del XV secolo: “Il miracolo di S.Glisente”. Chiesa di Berzo inferiore, Vallecamonica, Bs

Le espressioni musicali legate alla vita d’alpeggio comprendevano, però, anche l’uso di vari strumenti  utilizzati per segnalazione, richiamo di animali oltre che per “trastullo”. L’uso del Corno delle Alpi che si ritiene strumento tipico delle Alpi svizzere è documentato (vedi foto sopra) presso i nostri pastori e malghesi (sino al XV secolo non differenziati tra loro). Nei secoli il repertorio di strumenti si è immiserito anche se la cornamusa (nelle sue diverse varietà) è rimasta in uso ancora per molto tempo.  Cesare Cantù, nella sua Grande Illustrazione del Regno Lombardo-Veneto, descrivendo la vita delle montagne lariane – probabilmente con riferimento proprio alla Valsassina – riferisce che:

… molti sono pastori o malghesi, come ivi si dicono, distinti da consuetudini proprie, legati in una vita di famiglia, abili del par a suonare la zampogna e la cornamusa come ad arrampicarsi coi loro zoccoli ferrati sulle colme più ardue (…) C. Cantù, Grande illustrazione del Lombardo-Veneto Vol III, 1858, p.764-765.

La rottura nella trasmissione di questa tradizione musicale pastorale è evidente nelle notizie storiche che sono riferite al proposito del baghèt, la particolare cornamusa bergamasca, il cui uso si ritiene circoscritto alle valli bergamesche e, almeno in una fase recente, ad un ambito contadino e non più pastorale. La documentazione dell’uso da parte di pastori e malghesi, oltre che dalle osservazioni del Cantù è, fornita da alcuni affreschi risalenti ai secoli XIV-XVI di chiese e castelli della bergamasca.

Suonatore di baghèt.  Affresco anonimo della fine del XIV secolo (castello di Bianzone)

Al graduale impoverimento di espressioni musicali (il pastore “sommesso”) è corrisposto anche una trasformazione nell’abbigliamento , sempre più “dimesso”, con l’eliminazione dei colori sgargianti utilizzati in passato anche per l’abbigliamento maschile, poi limitati alle occasioni festive per essere poi del tutto abbandonati. Al contrario in Svizzera e in Tirolo i costumi singolari e sgargianti sono stati mantenuti quale emblema di identità e cultura nazionali, utilizzati in svariate occasioni in chiave non solo turistica ma anche politica (vedi Sud Tirolo). Anche nel caso dell’abbigliamento l’affermazione del modello “dimesso” (almeno per quanto riguarda i colori e gli accessori appariscenti) è stata graduale.

Fedele Massara nei suoi Cenni sulla storia, fabbricazione e commercio dello stracchino di gorgonzola del dott.r fedele massara, Milano 1866 19 Agosto (in D. Muoni (1866) Melzo e Gorgonzola e loro dintorni: studi storici con documenti e note, Milano, Tipografia di F. Gareffi) come altri autori ottocenteschi sottolinea il carattere “pittoresco” dei bergamni tranbsumanti che in autunno “calavano” su Gorgonzola. E riferisce di “costumi singolari e svariati e la pulitezza dei vestiti” ma anche:

… di belle e vigorose montanare dalle corte e variopinte gonne, e dai cappelli di feltro neri ed accumiati, disposti con un gusto veramente artistico sotto cui brillano gli argentei spilloni che legano le folte ciocche dei neri capegli, secondo l’ antico costume delle donne del contado lombardo …

“Folklore” svizzero: si canta lo jodel accompagnato dai campanacci. Notarei pantaloni gialli al ginocchio, i panciotti rossi e gli orecchini d’oro. Tali ornamenti ovvero vistosi orecchini d’oro, protezione contro il mal d’occhi ma anche segno ostentativo, sono stati utilizzati dai nostri bergamini sino al XX secolo.

Sotto: malghese con panciotto rosso e calzoni al ginocchioin un ex-voto del Santuario della Madonna di Lantana a Dorga di Castione della Presolana (Bg)

Indipendente, almeno entro certi limiti, dalle vicende della storia del costume dei ceti alti, la storia del costume pastorale è segnata da una progressivo impoverimento di espressioni culturali, di manifestazioni festive e giocose. Quanto questo sia da imputare a determinanti economiche piuttosto che culturali è materia di approfondimento. Di certo tutte quelle espressioni “folkloriche” alpestri oggetto di un potente revival in tempi recenti (in funzione turistica ma non senza implicazioni culturali più profonde come ho avuto modo di notare in altre occasioni) erano presenti anche sugli alpeggi lombardi. Una testimonianza molto precisa a proposito è offerta dall’esinese Pietro Pensa (n. 1906) profondo conoscitore della realtà della sua terra (inclusiva della Valsassina).

…Il ritorno dall’alpe era quanto mai festoso. Le mucche portavano rami d’albero intrecciati alle corna, le giovani vestivano gli abiti festivi, i ragazzi facevano ogni sorta di suoni con campani, zufoli e ferraglie. Al paese poi, specialmente là dove le alpi pascolive erano caricate in cooperativa, si festeggiava la chiusura con una cena in compagnia, arrostendo qualche agnello e innaffiandolo di vino. P. Pensa, L’Adda nostro fiume, dalla natura e dalla storia una straordinaria economia, Vol II, Lecco, 1990 456.

L’immagine del montanaro “sommesso e dimesso” non corrisponde alla realtà neppure del XIX secolo quando il boom demografico e la pressione fiscale avevano di molto eroso il benessere delle popolazioni alpine. Una componente culturale nella spiegazione della degradazione della “cultura alpestre” è quindi innegabile. Probabilmente trattasi di una spiegazione socio-politico-culturale. Attraverso la scuola dell’obbligo, il servizio militare di leva i montanari sono stati condizionati da un sistema di rappresentazioni dell’identità nazionale che li collocava ai margini, che poneva al centro le “cento città”, le espressioni dell’arte e dell’architettura colte (surrogato di un’identità politica debole). Le espressioni della cultura alpestre, palesemente comuni a quella oltremontana, sono state evidentemente considerate “centrifughe” e potenzialmente disgregatrici di un’unità nazionale che è sempre rimasta fragile e sono state associate ad uno stigma di “primitività” che ha spinto i montanari stessi ad autoalienarsi rispetto alla propria matrice culturale. Anche prima della “modernizzazione spinta” degli anni ’60, dell’arrivo della televisioni e del consumismo.

Al contrario in Svizzera e in Austria l’identità alpestre è stata incoraggiata, esaltata, istituzionalizzata quale elemento costitutivo e distintivo di identità nazionale. In Sud Tirolo e, in modo meno marcato e coerente, in Valle d’Aosta l’enfasi sulla cultura tradizionale alpina percepita come fondamentalmente “altra” rispetto a quella italiana, ha assunto scoperti connotati politici con il rischio di una folklorizzazione politica che può – in assenza di autoriflessività – comportare esiti simili alla folklorizzazione turistica. Ne deriva che una riflessione e una riappropriazione non strumentale della comune cultura alpina possono risultare utili per tutte le comunità alpine in un contesto di grade crisi e trasformazioni. Da tale riflessione può discendere anche una valutazione critica del “progresso” e della “modernità”.

L’ansia di riprendere al più presto la “crescita” e lo “sviluppo” senza ragionare sugli impatti sulla società e l’ecosistema di questo “sviluppo” perseguito accanitamente dalla modernità sin dai suoi albori. Uno sviluppo che ha impoverito le espressioni di gioia, di gioco, di festa (non compulsiva), di socializzazione.  Che ruba il tempo alla vita. In cambio del possesso e dell’uso di una pletora di oggetti spesso inutili e schiavizzanti. La parabola della vita del pastore, che oggi ha solo brevi attimi di respiro durante la giornata in alpeggio, costretto ad accudire e a mungere molti animali per racimolare un minimo di reddito, esaspera una condizione che non è estranea al grosso della società. Dal XVI al XXI secolo c’è stato un progresso o un regresso?

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