Pandinasco: acqua, fieno, latte, bergamini

(09/08/2021) La Gera d’Adda/Pandinasco sarà attraversata a fine settembre dalla Transumanza dei bergamini, la rievocazione storica delle secolari transumanze tra le valli orobiche e la Bassa pianura lombarda. In quest’area il passaggio delle mandrie dei bergamini è ancora impresso nella memoria dei meno giovani.

I nostri allevamenti non potevano competere con le mandrie di bovini dei “malghesi” con spiccata attitudine alla produzione lattiera che in inverno venivano, dopo l’estate trascorsa in montagna, nelle nostre campagne dove c’erano foraggi in abbondanza anche in autunno. A. Bellandi, L’agricoltura cremasca tra passato e presente, in “Insula Fulcheria”, 37 (2008), pp.241-255.

Molte famiglie di allevatori di oggi discendenti di coloro che ancora mezzo secolo fa esercitavano la transumanza, sfilando con le loro mandrie nell’ammirazione delle persone del posto. Il nesso tra la transumanza dei bergamini e questa porzione del cremasco e del lodigiano (in sinistra Adda) appare quindi scontato e ancora ben presente nella memoria collettiva. Nonostante ciò può essere utile comprendere quanto profondo è questo nesso, quanto profonde le radici di questo fenomeno.

Il Pandinasco, insieme alla zona a Nord di Crema, è senza dubbio area vocata all’allevamento animale. Per certi versi proprio a causa del suo carattere agricolo “povero”. Quando la sussistenza era strettamente legata alla disponibilità cerealicola erano considerate ricche le terre da pane. Così queste terre che alternano ghiaie a terreni umidi (i “paduli” le zone paludose o comunque umide erano ancora ben presenti nell’Ottocento), erano considerate più povere di quelle poste a Sud-Est.

Mappa dello Stato Maggiore imperiale del 1833. Si osservano i “mosi”, ma anche la presenza di aree palutose lungo il fiume Torno nei pressi della stessa Pandino.

Tutta l’area a Nord di Crema era umida e venne adibita alla coltivazione del riso e del lino. Tra Trescore, Bagnolo e Vaiano si estendevano, ancora nell’Ottocento, i “mosi”, ultimo residuo delle vaste paludi del “lago” Gerundo. Nell’Ottocento erano ancora estesi i boschi (non solo lungo l’Adda ma anche tra Pandino e Spino). Terre povere dal punto di vista delle coltivazioni, quelle del Pandinasco erano però preziose per i transumanti. Sino al Trecento essi erano definiti “malghesi” (non perché proprietari di pascoli pa perché proprietari di “malghe”, consistenti gruppi di animali: pecore, capre, bovini). I malghesi mungevano anche le pecore, il cui prodotto principale era però la lana. Dal Quattrocento, per marcare la novità di un allevamento sempre più specializzato nel senso dell’allevamento bovino e della produzione casearia, di inizia a parlare di “bergamini”.

Nel medioevo i “malghesi” che scendevano dalle valli bergamasche (ma anche dalla Valcamonica), sfruttavano le aste del Brembo/Adda, Serio, Oglio per raggiungere il Po. Nei loro trasferimenti tra il Po (e le foci dei suoi affluenti) e gli alpeggi estivi, essi attraversavano le aree tra l’Adda e il Serio e tra il Serio e l’Oglio. Ai lati dei fiumi vi erano infatti ampie aree con terreni formati da alluvioni “recenti” (in senso geologico) dove la coltivazione era difficile e l’unico sfruttamento possibile era mediante il pascolo. Valerio Ferrari ha evidenziato, basandosi sull’attenzione dedicata dagli statuti cremaschi, l’importanza che rivestiva, nel tardo medioevo, la transumanza (ovvero la presenza e il transito di malgarii forenses, ovvero dei malghesi forestieri.

Malghesi medievali in una miniatura del Theatrum sanitatis di scuola lombarda (fine Trecento)

Gli statuti di Crema – di cui possediamo la redazione quattrocentesca, ma che possono essere ritenuti di formulazione trecentesca – d’altro canto testimoniano la diffusione dell’allevamento transumante, in quel distretto, in forma così rilevante da richiedere una specifica rubrica, intitolata De malagriis forensibus venientibus ad pasculandum, che ne regolamentasse lo svolgimento. Vi si stabiliva che i malgarii forenses venientes et ducentes aliquas bestias ad pasculandum super territorio Cremae, dopo cinque giorni, al massimo, di presenza sul territorio cremasco, non potessero condurre il bestiame a pascolare su terre gravate da consolidati diritti altrui (honor curtis vel pasculatus) se non dopo aver preso i necessari accordi con gli aventi titolo, sotto pena pecuniaria differenziata a seconda che si pascolassero bestiae grossae (per lo più bovini) ovvero bestiae minutae (pecore e capre).(V. Ferrari, Contributi toponomastici all’interpretazione del paesaggio della provincia di Cremona. 5. Il paesaggio pastorale, in “Pianura”, Scienze e storia dell’ambiente padano, 33 (2014), pp. 3-34 (p.11).

Alla fine del Quattrocento troviamo, nell’area di cui ci stiamo occupando, un riferimento ai bergamini è contenuto nell’istromento di divisione delle sorelle Angela e Ippolita Sforza Visconti (anno 1493) Miscellanea di storia italiana, Vol. 4 Di Regia Deputazione sovra gli Studi di Storia Patria per le Antiche Provincie e la Lombardia, pp. 443 ssg. Nella minuziosa descrizione delle pertinenze della corte di Prata (Prada, fraz. di Corte Palasio) viene citata una volta una “caxa [casa]da bergamino” e un “caxoto da bergamino”. Queste strutture si trovavano in aperta campagna, tra rogge e il corso del Torno. Una condizione intermedia tra quella dei malghesi medievali e quella dei bergamini moderni che si sistemavano all’interno delle cascine.

Sugli sviluppi del fenomeno della transumanza nel Pandinasco nei secoli successivi sarebbero necessarie delle indagini specifiche (negli archivi storici notarili e, dal settecento, in quelli parrocchiali). Un elemento molto interessante è fornito dall’opuscolo pubblicato dal naturalista lodigiano Agostino Bassi nel 1820 per celebrare le innovazioni agrozootecniche e casearie introdotte dal conte Giovanni Barni Corrado nella sua possessione di Roncadello (Dovera) (A. Bassi, Sulla fabbrica del formaggio all’uso lodigiano nel luogo di Roncadello in Gera d’Adda, G.B. Orcesi, Lodi, 1820). La dissertazione descrive le iniziative del conte Barni nella bonifica di terreni, evidentemente molto umidi, nella costruzione di stalle, importazione di capi bovini dal Friuli, avvio della produzione del grana che, ad onta dello scetticismo dei lodigiani, secondo lo studioso, riuscì benissimo. Era il primo grana prodotto nell’area. Dopo qualche decennio la situazione non doveva essersi evoluta di molto se, alla metà del secolo (1853) la produzione casearia dei distretti di Pandino e di Crema della provincia di Crema e Lodi vedeva il netto monopolio dei bergamini. Era di là da venire la trasformazione dei fittabili in allevatori e la piena integrazione tra le attività agricola e zootecnica. Questa si verificherà (in tempi che andrebbero precisati attraverso apposite indagini) solo allorquando i bergamini divennero fittabili.

Il distretto di Pandino nel contesto della Provincia di Crema e Lodi (1816-1859). In verde i prati stabili attuali (Fonte Servizio cartografico Regione Lombardia)

La differenza con una parte del Lodigiano non potrebbe essere più netta. Come si vede nelle seguenti tabelle e grafici, nella porzione meridionale del Vescovado di Lodi il bergamino era già sparito a metà Ottocento. In realtà non era sparito: come fittavolo, capo stalla, casaro, stagionatore di grana (vedi gli Stabilini a Codogno, con la più grande casera del Lodigiano) era ben presente, solo con ruoli diversi da quelli degli avi. Intermedia tra la Gera d’Adda e il (Nord) Cremasco, la situazione del distretto di Lodi, dove, non solo nei Chiosi intorno alla città, ma anche nella porzione più a Nord del Distretto, i bergamini erano numerosissimi e di Borghetto. Anche la situazione dei “lattai” (i latè della lingua parlata) è un indice importante di una traiettoria evolutiva: quando il bergamino, in quanto transumante, “scompare” dai radar (perché i fittavoli hanno accumulato abbastanza esperienza in ambito zootecnico o, più facilmente, perché i fittavoli sono essi stessi ex bergamini o perché diventa reperibile personale salariato competente: capi-stalla, casari), allora, per una fase storica che in qualche area è stata secolare, in altre aree più breve, appaiono numerosi i latè. Perché mai? Perché il rischio collegato alla lavorazione del grana è, ancora per tutto l’Ottocento, molto alto e gli imprenditori agricoli capitalisti preferiscono scaricarlo su altre figure sociali. Il fatto che nel Pandinasco e nel Nord Cremasco ancora a metà Ottocento i lattai siano pochissimi è indice di un’evoluzione tardiva (parallela allo sviluppo della praticoltura, che, specie nel Cremasco, si svilupperà con la fine delle risaie di palude).

Tabella 1 – Situazione dei caseifici (casoni) della provincia di Crema e Lodi (1853)

DistrettofittavolilatèbergaminiTotale
Lodi444886178
Pandino322025
Borghetto26222068
Sant’Angelo3238676
Crema522027
Codogno383142
Casalpusterlengo5116471
Totale1215711189
C. Cantù et al. 1859. Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, ossia Storia delle città, dei borghi, comuni, castelli, ecc. sino ai tempi moderni, Vol. 5, Corona e Caimi, Milano, p. 50. (per Crema i dati sono ricavati da: Rapporto annuale della Camera di Commercio di Pavia per l’anno 1852, 1853.

Tabella 1 – Situazione dei caseifici (casoni) della provincia di Crema e Lodi (1853)

DistrettofittavolilatèbergaminiTotale
Lodi24,727,048,3100,0
Pandino12,08,080,0100,0
Borghetto38,232,429,4100,0
Sant’Angelo42,150,07,9100,0
Crema18,57,474,1100,0
Codogno90,57,12,4100,0
Casalpusterlengo71,822,55,6100,0
64,030,25,8100,0
C. Cantù et al. 1859. Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, ossia Storia delle città, dei borghi, comuni, castelli, ecc. sino ai tempi moderni, Vol. 5, Corona e Caimi, Milano, p. 50. (per Crema i dati sono ricavati da: Rapporto annuale della Camera di Commercio di Pavia per l’anno 1852, 1853.

Tabella 3. I comuni della provincia di Lodi e Crema nel 1853

LodiArcagna, Bottedo, Cà de’ Zecchi, Campolungo, Casaletto, Cassino d’Alberi,  Casolate,  Cervignano, Chiosi di Porta d’Adda, Chiosi di Porta Cremonese, Chiosi di Porta Regale, Cologno,  Comazzo,  Cornegliano,  Dresano,  Galgagnano,  Gugnano, Isola Balba,  Lodi,  Lodivecchio,  Merlino,  Mignete,  Modignano,  Montanaso,  Mulazzano, Paullo, Pezzolo dei Codazzi, Pezzolo di Tavazzano, Quartiano, Salerano, Santa Maria in Prato, Sordio, San Zenone,  Tavazzano,  Tribiano,  Vigadore,  Villa Pompeana, Villa Rossa, Zelo Buonpersico
PandinoAbbadia di Cereto con San Cipriano, Agnadello, Boffalora, Corte del Palasio,  Crespiatica,  Dovera con Postino e Barbusera, Fracchia (oggi Spino),  Gardella, Nosadello, Pandino con Nosadello e Gardella,  Rivolta, Roncadello, Spino, Torno (oggi Crespiatica), Vailate con Cassine de’ Grassi
Distretto di BorghettoBorghetto, Cà de’ Bolli, Cavenago, Caviaga, Ceppeda, Grazzanello, Mairago, Motta Vigana, Ossago, San Colombano, San Martino in Strada, Sesto, Soltarico
Sant’AngeloBargano, Bonora, Cà dell’Acqua, Caselle, Castiraga da Reggio, Cazzimano, Fissiraga, Cascina Guazzina, Marudo, Massalengo, Mongiardino, Orgnaga, Sant’Angelo, Trivulzina, Valera Fratta, Vidardo, Villa Nuova
CodognoCaselle Landi, Castelnuovo Bocca d’Adda, Cavacurta, Codogno, Corno Giovine, Corno Vecchio, Corte Sant’Andrea, Fombio, Gattera, Guardamiglio, Lardera, Maccastorna, Maleo, Meletto, Mezzana, Mezzano Passone, Mirabello, Regina Fittarezza, San Fiorano, San Rocco al Porto, Santo Stefano, Senna, Somaglia, Trivulza
CasalpusterlengoBertonico, Brembio, Cà de’ Mazzi,  Camairago,  Cantonale,  Casalpusterlengo,  Castiglione,  Livraga,  Melegnanello, Orio, Ospedaletto, Pizzolano, Robecco, Secugnago, Terra Nuova,  Turano,  Vittadone,  Zorlesco

Con un salto di qualche decennio, arriviamo alla famosa Inchiesta agraria Jacini, dal nome del politico, imprenditore, possidente terriero Stefano Jacini, di Casalbuttano. Siamo alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento quando l’economia agricola italiana è scossa da una crisi generale, frutto dell’apertura dei commerci internazionali alle derrate agricole (segnatamente cereali) di oltre Atlantico. E’ significativo che le descrizioni più accurate e diffuse dei bergamini nei volumi dell’inchiesta riguardanti la Lombardia siano quelle relative al Cremasco (comprensivo delle Gera d’Adda).

Questi malghesi, per lo più nativi delle vallate bergamasche, seriana e brembana, sono proprietari di mandrie bovine, in cui trovansi capi di ogni età, ma per lo più femmine. Essi provvedono al mantenimento delle loro mandrie con pascoli di loro proprietà o presi in affitto durante i mesi estivi, pascoli che si trovano appunto nelle valli sopra indicate. Per l’inverno invece, e precisamente dalla fine di settembre al principio di maggio, secondo una consuetudine, che ci sembra antica, scendono al piano, dove hanno preventivamente comperato il fieno che loro abbisogna in qualche cascinale. I patti tradizionali per tali contratti sarebbero: che il malghese deve pagare il fieno, misurato in fienile, al prezzo stabilito in rate fisse e minore del prezzo corrente di circa lire due il quintale, il foraggio lo deve consumare interamente in luogo; a lui compete il pascolo delle erbe dette quartirole, di cotica vecchia. Il proprietario dal canto suo deve fornire stalla, stramaglia per il letto degli animali, casa per la famiglia del malghese, locali per la lavorazione del latte, porcili, talora anche una determinata quantità di legna e di granoturco in natura. (Atti della Giunta per la Inchiesta agraria Vol. VI tomo II, fasc. III. Roma, 1883, Il Circondario di Crema, Commissione presieduta dall’. On. Comm. P. Donati).

La relazione ci informa anche sulla concentrazione territoriale dei bergamini, sulla consistenza delle loro madrie, sulle loro produzioni casearie. Osserviamo che il bergamino, negli atti ufficiali, è sempre chiamato “malghese”, un po’ perché il termine “bergamino” era ritenuto “volgare”, un po’ perché in alcune zone, come osservato già ma proposito della bassa Lodigiana, i bergamini, diventando casari salatiati, capi-stalla, mungitori, erano ancora indicati come “bergamini”.

I malghesi si trovano più numerosi nella zona di Ghiaia d’Adda, e in quella a settentrione della città di Crema, meno in quella a sud, e quasi punto in quella cremonese (…) Nelle due prime zone si può calcolare un malghese per ogni comune; il numero medio dei capi bovini, che compongono le mandrie di questi ultimi varia solitamente dai 15 ai 40 capi (…) [E’] caratteristica nel Cremasco la produzione delle varie qualità di stracchini. Alla produzione di questi ultimi attendono i malghesi, i piccoli lattai, ecc. tutti quelli insomma (e sono i più) che cercano di trarre un guadagno qualunque da piccole partite di latte (…) malghesi che, come si avvertiva, attendono ordinariamente alla fabbricazione di stracchini, li conducono per venderli sovente sul mercato di Bergamo(Ivi).

La relazione sul Circondario di Crema dell’Inchiesta Jacini fornisce anche altre notizie interessanti: apprendiamo che il grana (inviato a deposito nelle casare di Lodi) era prodotto (come logico) solo da chi aveva più di 40 vacche (qualche fittavolo e qualche bergamino), mentre il grosso dei bergamini era dedito alla produzione di stracchini. Erano tre i tipi di stracchino: il quartirolo (più simile al salva cremasco attuale che al taleggio, con forme di ben 4-8 kg e scalzo alto 8-10 cm). Era il tipo di formaggio destinato al consumo locale e ne veniva esportato poco. Lo stracchino di Gorgonzola era più pregiato (forme sino a 15 kg, stagionate sino a sei mesi). Era venduto sui mercati di Lodi, Casalpusterlengo, Treviglio e da questi affluiva alle stagionature di Gorgonzola. Infine la crescenza, prodotta con latte grasso e molto caglio nel periodo autunno-invernale (ricca di acqua è poco conservabile) era destinata al mercato di Milano.

Nei decenni successivi, specie dopo l’inizio del Novecento, l’area del Pandinasco si affermerà come quella di maggiore densità di capi bovini allevati. A fare da traino a questo sviluppo, la grande vocazione alla foraggicoltura (con i fontanili e l’abbondanza di rogge), la presenza in zona di un tessuto di medie aziende agricole che, sotto la spinta dei bergamini che dopo la prima guerra mondiale accentuarono la loro “fissazione” alla bassa quali fittavoli, si orientò ad un indirizzo zootecnico specializzato (mentre i grossi fittavoli del milanese, pavese e lodigiano, sotto la spinta della “battaglia del grano”, tornarono a privilegiare i cereali). Va però aggiunto un altro fattore, indirettamente legato ai bergamini: la nascita dell’industria casearia che, dopo gli anni ’20, indusse i bergamini prima a conferire i loro stracchini ai depositi delle grandi aziende, poi a vendere il latte.

Densità dell’allevamento bovino in Lombardia al Censimento dell’agricoltura del 1930
L’ex stabilimento Invernizzi a Caravaggio

Negli anni ’20 la Galbani (dal 1926 guidata da una delle tante famiglie Invernizzi del mondo del latte), la Invernizzi, la Mauri, realizzarono o acquisirono nuovi stabilimenti nell’area di Melzo, Treviglio, Caravaggio. Non esistevano ancora le cisterne refrigerate e il raggio di raccolta era di una ventina di chilometri. La Martesana e la Gera d’Adda, terre di bergamini divennero ancora di più terre di latte.

La vecchia sede della Scuola Casearia di Pandino

Negli anni ’50, a sancire il ruolo di Pandino quale cuore di un comprensorio foraggero-caseario, venne fondata la Scuola Casearia che continua tutt’oggi a sfornare tecnici di caseificio molto richiesti anche da grandi aziende.

Cosa rimane di tutto ciò in un’epoca in cui il latte arriva a prezzo vile dalla Lituania e il mercato mondiale del latte risente di quello che succede in Australia o altrove? Non poco, anzi tanto. A partire da una risorsa che altrove è scomparsa: il prato stabile, fattore chiave di una zootecnia che rivaluta il legame con il territorio, sia sotto la spinta della globalizzazione (che impone la differenziazione e la valorizzazione massima delle risorse specifiche locali) che degli imperativi ecologici. E poi c’è la storia dei bergamini che significa una cultura, dei valori, uno stile produttivo che hanno ancora molto da dire.

I prati stabili nella pianura lombarda (fonte: Regione Lombardia)

Bergamini e Brescia


   

(28/11/2020) In vista del 2023 (Bergamo-Brescia “capitale della cultura”), un positivo segnale nella direzione del riconoscimento di un capitolo di storia sociale che accomuna le due provincie




La “transumanza” a Bagolino. Dalla Valsassina  alla val Sabbia, ferro e formaggio contraddistinguono un comprensorio caratterizzato da grandi competenze nella metallurgia, nel caseificio e nell’allevamento. Il comprensorio dal quale, per secoli, si sono dirette, verso le pianure lombarde, emiliane, venete, piemontesi, le correnti di transumanza dei bergamini lecchesi (storicamente milanesi), bergamaschi e bresciani.
(28/11/2020) Sul Giornale di Brescia, due settimane fa, è apparso un bell’articolo di Claudio Baroni nella pagina della cultura (segnalatomi da Stefano Manzoni di Fara Gera d’Adda, originario di Morterone, paese di bergamini). Un frutto del riconoscimento, da parte dell’Unesco, della transuanza quale “patrimonio immateriale dell’umanità”. Esso ha spinto a “guardare in casa” alle transumanze, sia a quelle storiche che a quelle attuali, che hanno caratterizzato e caratterizzano i nostri territori lombardi.



Parlando di una famiglia originaria di Castione della Presolana (Bg), i Tomasoni, che praticava la transumanza con le proprie vacche da latte verso la bassa bresciana, l’articolista si riferisce a loro come “bergamini” e chiarisce con precisione le modalità essenziali della transumanza. Citando il libro che Piergiuseppe Tomasoni, emigrato in Germania, ha voluto scrivere per omaggiare l’epopea dei suoi avi, ma anche di tutti i “bergamini”, l’articolo ricorda come, tra le due guerre, i “bergamini” avessero preso in affitto, o acquistato, fondi agricoli nella bassa bresciana. Tra i cognomi citati: Tomasoni, Toninelli, Chiodi, Armanni, Ferrari, Migliorati, Cozzi. Ma ce ne sono tantissimi altri.
Ottorino Milesi1, non dimenticato direttore dell’Ispettorato agrario di Brescia, sulle colonne dello stesso GdB, scriveva nel 1974 a proposito dei “mandriani”  :
Parlano con orgoglio delle loro origini di montanari bergamaschi ed assicurano che sui registri degli statuti del loro paese risultano dati certi di diritto al pascolativo risalenti al medioevo. Come loro vivono ancora un centinaio di famiglie di mandriani nomadi (i Bertocchi, i Boldini, gli Olini, i Tanghetti, i Poli, i Campana, i Belotti, ecc.2

È interessante osservare come nell’elenco di Milesi non figuri alcuna famiglia bergamina citata da Tomasoni, segno della loro numerosità. Nonni materni di Piergiuseppe Tomasoni erano, per esempio, i Vitali di Pizzino (val Taleggio). Piergiuseppe, oltre a ricostruire la genealogia dei Tomasoni, è risalito anche agli avi Vitali scrivendo un altro libro in due vol. (“gli antenati”, “i discendenti”, con riferimento ai nonni materni). Il libro mi è stato segnalato da Massimo Vitali di Gorgonzola, figlio di bergamini di Pizzino fissatisi come agricoltori a Gorgonzola e discendente anch’egli dei nonni di Tomasoni). 






Agostino Antonio Vitali era nato a Soncino mentre la moglie a Orzinuovi (classico polo di attrazione dei bergamini per la grande estensione di coltivazioni foraggere frutto delle secolari bonifiche della “campanea”). Il Vitali morì a Castel Mella. Attraverso queste vicende famigliari si segue la traiettoria dei bergamini che, da transumanti diventavano fittavoli e da fittavoli – sempre in forza delle loro capacità imprenditoriali – proprietari dei fondi (continuando a condurli e ad allevare bestiame che, fino a dopo la seconda guerra mondiale, almeno quello asciutto, continuavano a portare in estate in montagna).



Le parentele bergamine costituiscono una rete che lega tra loro le valli e le pianure, al di là dei confini provinciali (un tempo di stato). Basti dire che ai Vitali di Pizzino sono collegate famiglie dell’alta val Seriana (Messa) e di chissà quante altre valli. Lo “scambio matrimoniale” avveniva in pianura ma, dal momento che le famiglie potevano frequentare ora il milanese, ora il cremonese, ora il bresciano,la rete era estesissima.



Un aspetto significativo del nuovo interesse per i “bergamini” (l’interesse di Tomasoni per la genealogia accomuna anche altri discendenti di questa “tribù”)  è il riconoscimento del loro rappresentare un elemento importante che accomuna Bergamo e Brescia. Molti agricoltori e allevatori della bassa bresciana (poi magari divenuti anche titolari di caseifici e salumifici), hanno origini bergamasche in quanto discendenti di bergamini. L’acquisto di fondi da parte loro è proseguito anche dopo la guerra.  Giuseppe Gallucci, zootecnico dell’Ispettorato agrario di Brescia, nei suoi ricordi degli anni ’60, ricorda che:… erano molti gli allevatori delle valli bergamasche che venivano a svernare nella pianura con tutta la famiglia. Gli stessi frequentavano poi i mercati di Rovato e di Montichiari dove portavano i loro prodotti caseari. Risparmiando al massimo, molti poi hanno comprato le aziende dove le loro bovine mangiavano il fieno durante l’inverno3 .

La sottolineatura della capacità di risparmio dei bergamini è un fatto comune a molti degli autori che si sono occupati di loro. Dal momento, però, che non bastava, neppure in passato, privarsi di un pezzettino di carne per acquistare un’azienda agricola, che non bastava l’avarizia e la tesaurizzazione… ma bisognava anche guadagnare, dietro quel rinfacciare ai bergamini il “risparmio feroce”c’era l’invidia sociale (di chi stava in alto ma anche in basso nella scala sociale) per le loro capacità tecniche e organizzative che consentiva ai bergamini quando non “mandati a gambe per aria” per via del tagliù (l’afta epizootica) di  diventare fittavoli e poi proprietari. Persino i salariari disprezzavano i bergamini, quei salariari che, se avevano in tasca qualche soldo se lo bevevano all’osteria o sfoggiando il vestito “della festa” di foggia cittadina. Il bergamino non aveva complessi di inferiorità nei confronti della cultura cittadina, la sua era un’identità forte, si vestiva da montanaro anche quando faceva mercato in piazza a Brescia o a Milano, non aveva bisogno di cammuffarsi da cittadino.
Il risentimento, l’invidia nei confronti dei bergamini (che, almeno in pianura, sapevano bene celare la loro ricchezza) emerge bene, siamo nei primi anni del Novecento, nelle parole di un grosso esponente della proprietà fondiaria milanese, il senatore Ettore Conti che polemizzando con i fittavoli “liberisti” (lui era un conservatore filantropo) rinfaccia loro l’origine bergamina:
Chi sono e che cosa sono poi questi fittabili? Salvo le debite eccezioni, la prosapia loro discende dalle Alpi. Probabilmente i trisavoli dei presenti conduttori erano bergamini che a furia di stenti e di economie riuscirono a mettere insieme quanto occorreva per spodestare, offrendo aumento d’affitto al proprietario od a’ suoi amministratori, il fittabile che da parecchi anni dava loro l’asilo invernale e vendeva il fieno per il mantenimento delle loro mandre. Questi mandriani, se furono felici e contenti di aver posto fine alla loro vita randagia non per ciò abbandonavano il loro sistema di economia feroce. Economia in tutto e per tutto, salvo che nella figliolanza, creata prodigalmente. Così, con virtù indiscutibili, ma che portate alla esagerazione diventano difetti gravi e deplorevoli, colla loro sobrietà riuscirono a mettere insieme quanto, alla loro morte, poteva abbisognare, a ciascuno dei figli maschi per l’acquisto o l’impianto di nuove aziende agricole4 .Per comprendere perché i bergamini come fenomeno economico e sociale abbiano avuto scarso riconoscimento in sede storica e scarsi apprezzamenti dai contemporanei (tranne che da parte dei veterinari) è necessario anche far riferimento a quella ostilità e diffidenza che sempre è riservata dagli “stanziali” ai “nomadi”, anche se onesti e industriosi (gli si riconosceva sempre la puntualità e la precisione nei pagamenti). Come visto, poi, i bergamini, entravano a volte in concorrenza con i fittabili (per “spodestarli”) e, indirettamente, anche con altre categorie agricole.  Al tempo in cui si formavano le prime leghe bianche nella bassa bresciana, i “malghesi bergamaschi” venivano accusati di essere tra le cause dei bassi salari dei lavoratori agricoli in quanto, con la loro proverbiale parsimonia accettavano patti che tendevano a mantenere alti gli affitti dei fondi, il che poi spingeva i fittavoli a rifarsi sui salariari5.
Quanto, una certa ostilità nei confronti dei bergamini abbia contribuito ad alimentare un sentimento poco amichevole nei confronti dei bergamaschi (almeno in certe zone) o quanto possa essere stato vero l’inverso (ovvero che ai bergamini fosse riservata una diffidenza in quanto bergamaschi), è difficile stabilire in assenza di elementi che possano chiarire questi aspetti. Di certo, come vedremo in seguito, i massicci e perduranti flussi di emigrazione dalle valli bergamasche verso il territorio bresciano (montagne e pianura) possono aver determinato, o quantomeno contribuito a determinare, un forme di concorrenza e di invidia. Ovviamente da considerare tenendo in relazione ai ceti sociali coinvolti (come insegna la differenza di atteggiamento nei confronti dell’attuale immigrazione straniera delle classi alte e dei ceti popolari più deboli).
Nel prendere in esame l’emigrazione bergamasca va considerato il fatto che, non solo i bergamini ma anche i bergamaschi di altre categorie, formavano comunità tendenzialmente poco integrate, orgogliose della loro origine e forti della consapevolezza delle loro capacità. Costituita da personale altamente qualificato: minatori, maestri di forgia, bergamini la comunità bergamasca era oggettivamente forte di competenze specifiche tramandate da generazione in generazione (il che favoriva l’endogamia). Va notato che, nei secoli passati, anche il mestiere di allevatore e casaro “professionale” rientrava allora in quelli ai quali si associavano competenze arcane, segreti professionali al limite della magia (come i fabbri e i metallurgici).  In tempi dei quali si conserva la memoria orale, il pastore, il bergamino (come altri “nomadi”) erano al tempo oggetto di diffidenza e di ammirazione. A loro si chiedevano previsioni del tempo e magari rimedi e trattamenti “terapeutici” al limite della magia (tra i bergamini vi erano dei guaritori degli animali e degli uomini). 


La pratica del “segno”

Le comunità bergamasche erano, non solo nel bresciano:…salde e inassimilabili dall’ambiente in cui vivono; le loro tecniche, la loro personalità collettiva, i legami intrattenuti con la loro patria, mantengono ed esaltano il senso che hanno della loro identità. Il reclutamento degli apprendisti e dei successori in terra bergamasca, spesso all’interno della loro stessa famiglia, permette loro di perpetuare le loro piccole collettività6.La transumanza, più di ogni altra attività, favoriva il mantenimento di legami con le valli di origine. Era comprensibile che comunità di accoglienza potessero nutrire sentimenti negativi nei confronti di questi immigrati. I bergamaschi, d’altra parte, non potevano non guardare con invidia alle risorse bresciane (miniere che si esaurirono più tardi, una industria siderurgica di più lunga durata, una grande pianura agricola).
Le rivalità territoriali sono poi tanto più accanite quanto più interessano collettività simili e portano a non  far volentieri riferimento all’altro, specie se per riconoscerli meriti.
Per questo, molto probabilmente, i bresciani non usavano chiamare “bergamini” i proprietari delle mandrie transumanti; avrebbe implicitamente implicato una “primazia” bergamasca. 

Bergamini/malghesi: le eccezioni confermano la regola
Jacopo da Bassano, l’Annunciazione ai pastori (metà XVI secolo)

Agostino Gallo, il grandissimo agronomo bresciano del Cinquecento, mette in bocca a messer Avogadro, nobile proprietario bresciano la seguente espressione:  Sempre io amai grandemente voi malghesi e pecoraj; perché in vero siete di molta comodità e di utilità a noi Bresciani 7 . Un apprezzamento che parrebbe smentire le considerazioni precedentementi . Ma l’apprezzamento dell’ “utilità” di figure come i malghesi e i pecorai si modifica nel tempo, oltre che dipendendo dal tipo di relazione con la quale i transumenati entrano con i diversi attori sociali. Nel Seicento, contro le pecore, vi saranno “bandi” e una forte ostilità di comunità di pianura e agricoltori. Un’ostilità complessa perché i grossi proprietari nobili, così come i piccoli agricoltori indipendenti continuarono ad accogliere volentieri i pastori. Certo è che i bergamini apportavano due elementi fortemente deficitari nella pianura bresciana sino agli ultimi decenni dell’Ottocento: il letame e i latticini. La loro utilità era quindi indiscutibile. 
Agostino Gallo diede anche una definizione del “malghese”:
Al bestiame grosso, cui non ponno bastare pochi bocconi qual di passaggio carpiti, provvede all’intero loro mantenimento il Pastore, chiamato 
malghese. Compra il fieno per l’inverno: ha in aggiunta un poco di pascolo per l’Autunno, e alle basse ancora per Maggio, poi per la State prende in affitto de’ pascoli nelle montagne per la frescura 8 .


Il grande agronomo parla spesso nella sua opera di “malghesi bresciani” (per esempio per raffrontare il loro formaggio – l’odierno bagoss o nostrano di val Trompia – a quello dei colleghi piacentini – il grana). Non fa riferimento ai bergamaschi (probabilmente perché frequentavano allora solo la fascia occidentale della pianura irrigata dall’Oglio), ma dimostra di conoscere la voce “bergamino” che utilizza però solo due volte, nel capitolo sui fieni, mentre, in quello sui malghesi, è presente solo la voce “malghese” (otto volte). Come mai?
Secoli dopo,  Don Francesco Ugoni, discendente di antica famiglia comitale bresciana, che, oltre a gestire le proprietà di famiglia a Pontevico ed educare i nipoti orfani (Camillo e Filippo, letterati e rivoluzionari), fu autore – all’inizio dell’Ottocento – di diverse opere agronomiche. Sui prestigiosi Annali di agricoltura, curati dall’agnonomo bolognese Filippo Re, pubblicò una Memoria sopra l’agricoltura di una porzione del Dipartimento del Mella [la futura provincia di Brescia senza la Valcamonica]  situata a mezzo giorno9.  In quest’opera fece un interessante cenno ai bergamini, anzi ai “bergamaschi”:Prima della epidemia bovina, che tanto infierì per tutta  l’Italia nel 1796, 1797 e 1798; molti erano i malghesi del paese che consumavano colle loro vacche i fieni delle praterie stabili […] Ma dopo la strage de’ bestiami avvenuta, la massima parte dei malghesi suddetti è andata a male, e sono pochissimi quelli che hanno potuto conservare. le loro vacche, onde presentemente nell’inverno viene qualche malghese o bergamasco delle nostre valli a consumare parte del fieno delle cascine, i latticinj dei quali sono appena appena bastanti per a popolazione 10.


Ex voto settecentesco. Alcuni bergamini invocano Sant’Antonio da Padova e Sant’Ambrogio perché intercedano presso la Vergine con il bambino affinché protegga il loro bestiame

Come si vede, anche a Brescia  era noto il termine “bergamasco” utilizzato per indicare, per antonomasia, il transumante con mandrie “da formaggio”.  Pergamaschus è utilizzato insieme a pergaminus nel XV secolo, poi, però, nella forma italiana di “bergamasco” diventò raro.  Mano a mano che l’uso comune dell’aggettivo “bergamino”, riferito anche a manufatti di origine bergamasca, per indicare “di Bergamo” diventava arcaico, il sempre più usato “bergamasco” rappresentava un riferimento esplicito a qualche nesso con Bergamo. Ugoni non aveva però remore a parlare di “bergamaschi delle nostre valli”, quindi bergamaschi… bresciani. Un vezzo letterario? Comunque un’eccezione.
Chiarisce il carattere di quasi-geosinonimi  della coppia “bergamino”/”malghese”, il milanese Domenico Berra, un ricco avvocato agricoltore e allevatore con una bergamina a Crescenzago, oggi comune di Milano. Egli scrisse negli anni ’20 dell’Ottocento;
I Bresciani chiamano Malghesi que’ proprietari di mandrie di vacche i quali […] alla fine di settembre poi o al più al principio dell’ottobre scendono con le loro mandre alla pianura ove rimangono infino a maggio, mantenendo il bestiame con erbe e fieni comprati. Di questi proprietarj di vacche noi ne abbiamo tuttora moltissimi nel Milanese, Lodigiano, Pavese e Cremonese e sono detti volgarmente Bergamini11.
Un osservatore super partes, l’agronomo bavarese Joannes Burger, trattando dell’agricoltura del Lombardo-Veneto, osservava che  i transumanti erano chiamati sia bergamini che malghesi e che provenivano dalle montagna di Bergamo e di Brescia:Come ho già detto altra volta, essi si chiamano Bergamini o Malghesi. Se ne trovano ancora molti in Lombardia e nelle provincie di Mantova e di Verona, benchè il loro numero, a confronto degli anni andati, siccome ho inteso dire, sia d’assai diminuito. Nelle montagne di Brescia e di Bergamo vi sono del pari che in Isvizzera de’proprietari di bestiame, i quali non possedono in patria che quel tanto di terra che basta per alimentare le loro vacche nella state, e nell’autunno vengono giù alla pianura a cercar pascolo ne’campi per quella stagione e pel successivo inverno. Perchè essi vengono da Bergamo furon detti Bergamini, e di qui fu derivato il nome di Bergamina alla mandra di vacche destinata alla produzione del formaggio12.
La variazione lessicale dipende non solo dall’area geografica ma anche dall’epoca e dal contesto d’uso. Berra riferiva che la voce “bergamino” apparteva al registro “volgare”. Divenne così nell’Ottocento, non certo nei secoli precedenti. Gli Ordini di provvisione (regolamenti annonari) di Milano del Cinquecento e del Seicento citano parecchie volte i “bergamini” a proposito della vendita al minuto dei latticini sul mercato “della balla”13 (i mercati contadini per la vendita diretta non solo una novità).  Essi erano anche menzionati a proposito del divieto loro imposto di pascolare e acquistare fieno entro un raggio di cinque miglia dalle mura cittadine14 (onde non far concorrenza sul mercato del fieno cittadino in un’epoca di numerose, sontuose e pesanti carrozze). 
Se facciamo un passo indietro nel tempo (al Quattrocento), vediamo che l’erario ducale milanese otteneva ottimi cespiti dal sal pergaminorum, il sale destinato ai bergamini (che dovevano salare i formaggi)15. A Piacenza, come in altre città, il commissario addetto alla tassa sul sale si occupava anche, tra gli altri, del seuddetto sal pergaminorum 16.  Per tutto il Settecento secolo, nello Stato di Milano, il termine “bergamino” era utilizzato in inchieste ufficiali e provvedimenti fiscali 17. Ma era così anche nello Stato veneto, a Bergamo, come si evince  dal seguente proclama di sanità del 1761.



Con la perdita di importanza (relativa, non in termini assoluti) della transumanza dei bergamini) la voce passò a un registro “gergale” e “volgare” e, negli atti ufficiali e comunque scritti si dette la preferenza, anche nell’Insubria, a “madriano” e “malghese”, ritenuti termini più “tecnici”.  Il significato di “bergamino” scivolò da quello, che aveva avuto per secoli, di “proprietario di mandrie transumanti” a quello di casaro, capo-stalla e, in ultimo, di “mungitore” (ci sono contratti sindacali degli anni ’60 del Novecento nella bassa Lombardia e nel basso Piemonte che la utilizzano con questo significato).Oltre al bergamino c’era anche la “bergamina”, che non era la donna delle famiglie di bergamini, ma la mandria, la stalla o anche la singola vacca da latte. Anche nei dialetti emiliani, oltre che in quelli lombardi, erano utilizzate entrambe le voci: bergamino (bergamèn) e bergamina (bergamìnna)18. Va notato, per inciso, che la provincia di Modena è quella dove è più diffuso il cognome Bergamini, seguita da Ferrara, Bergamo, Bologna, Milano, Verona, Brescia, Rovigo e Mantova (sarebbe interessante, a tal proposito, capire quanto la diffusione in Emilia sia legata ai bergamini piuttosto che a tessitori o a contadini in genere). 

Bovegno: uno dei centri della transumanza

Il bresciano Domenico Brentana, originario di Bovegno, in alta val Trompia, tipica località di bergamini (anche i Brentana lo erano stati), nell’ampio saggio dedicato al paese natio, pur utilizzando 19 sempre la voce “malghese” (anche per indicare i transumanti), utilizza tre volte la voce “bergamina” per riferirsi alla mandria lattifera. Era professore di zootecnia a Parma, fu anche preside di quella facoltà di veterinaria ed è probabile che, oltre che dalla letteratura tecnica lombarda dell’Ottocento, egli abbia assimilato quell’uso lessicale in terra parmigiana.
Di fatto, in uno spazio che va da Alessandria e Vercelli sino a Ferrara e Bologna si riconosceva, anche attraverso attestazioni linguistiche, una qualche relazione tra i fatti attinenti la transumanza, la mungitura, la lavorazione del latte, le vacche da latte e… Bergamo. “Bergamino” era infatti un etnonimo al pari di “bergamasco” (usato in passato, come già visto, in alternanza). L’opera letteraria del duecento bergamasco è il Liber pergaminus di Mosè del Brolo20, un’esaltazione della città.  
In definitiva possiamo dire che l’identificazione dei transumanti con i “bergamini” ha conosciuto ampia estensione geografica e sociolinguistica.  Il fatto che il bresciano faccia eccezione può trovare un’altra spiegazione, al di là del fattore di rivalità con Bergamo, nella circostanza che, anche dalle valli bresciane, scendevano dei transumanti con le loro mandrie.  Un numero consistente di transumanti, però, scendeva anche dalla Valsassina e da quelle terre della valle Imagna, della val Taleggio, dell’alta val Brembana occidentale che appartenevano alla diocesi di Milano e che, in parte restarono incorporate nello Stato di Milano anche dopo la dedizione di Bergamo a Venezia. Vi erano quindi (non pochi) bergamini milanesi che, però, non solo venivano chiamati così in pianura ma anche nelle loro valli. 




Transito di bergamini da Introbio, “capitale” della Valsassina in una foto di inizio Novecento

Nella Valsassina lecchese il nome di bergamino era di uso corrente e non ha mai comportato alcun “disagio campanilistico”. Luigi Formigoni, che fu direttore dell’Ispettorato agrario di Como (la provincia di Lecco è di recente istituzione) e fu un grande ammiratore delle capacità allevatoriali dei “suoi” bergamini (pur essendo nato a Milano da genitori modenesi). Egli, non potendo evitare di utilizzare quel nome, ormai radicato, che richiamava Bergamo, e che in qualche modo oscurava il primato dei valsassinesi, cercò di riprendere la  suggestiva, ma infondata21, ipotesi etimologica già avanzata nell’Ottocento da Stefano Jacini (e da altri autori prima di lui22) : in lingua celtica infatti berg significa monte e man uomo23. Il caso di Formigoni indicae fin dove possono condurre le ragioni del “patriottismo” ma induce anche a distinguere tra “patriottismi” popolari e quelli alimentati dagli esponenti dei ceti colti. Questi ultimi possono aver contribuito a conservare, nei confronti di altre città/territori, sentimenti riconducibili a fatti di parecchi secoli prima attraverso il culto delle “memorie civiche” che si è perpetuato, un po’ anacronisticamente, per lungo tempo dopo la fine della civiltà comunale che lo aveva generato. Se, però, queste memorie diventano memoria collettiva popolare e si conservano inossidabili attraverso i secoli è perché trovano corrispondenza in elementi della realtà sociale in gradi di riattualizzarli. La realtà, però, cambia profondamente e le ragioni della rivalità tra territori del passato possono diventare quelle della collaborazione. Bisogna saper superare certe inerzie mentali.


In vista del 2023

Fare riferimento all’epopea dei bergamini oggi ha il significato di valorizzare una storia comune a bergamaschi e bresciani. La massiccia emigrazione bergamasca nel bresciano (non è azzardato affermare che i bresciani hanno una forte componente bergamasca) ebbe una secolare componente bergamina, destinata a insediarsi stabilmente nel territorio di pianura. Non solo, ma il fenomeno bergamino nelle valli bresciane ebbe caratteristiche molto simili a quello delle valli bergamasche tanto da poter far ritenere che il fenomeno dosse unico. I bergamini della montagna bresciana si spingevano a svernare sin nel lodigiano (come i pastori di pecore). Tale Antonio de Valcamonica bergamino (così definito nel contratto), nel 1461 prendeva a soccida oltre cento bovini da latte da un affittuario di una grande possessione del vescovo di Lodi 24. Negli stessi anni, a conferma della generalità del fenomeno una ducale emanata a Brescia del 14 giugno 1464 proibiva ai “malghesi”, pena gravissime sanzioni, di svernare fuori dello stato veneto25 . Sappiamo che continuarono a dirigersi verso il milanese26 . Per secoli (sino al Novecento) i bergamini delle valli bresciane, mentre i bergamaschi occupavano molte cascine bresciane si sono diretti verso il mantovano e il reggiano effettuando anch’essi per secoli la transumanza a lungo raggio, come i valsassinesi e i bergamaschi.Oggi, esaurita l’epopea dei bergamini (ma la loro “spinta propulsiva” è rintracciabile nei caratteri odierni delle strutture zootecniche e agroalimentari della bassa Lombardia), ormai lontani anche i tempi della mungitura a mano e dei bergamini-mungitori sullo scagnèl a un piede, ereditato dalla tradizione alpina (semmai fiorisce la letteratura sui bergamini-sikh)27, definitivamente consacrato nel linguaggio corrente il termine “malghese” a indicare l’uomo delle malghe-pascoli (che lui chiama ancora monti, mut, montagne), una opportuna convenzione potrebbe stabilire di definire come “bergamini” i transumanti storici con vacche da latte, tra XV e XX.   “Malghesi storici” (quelli delle malghe-greggi o malghe-mandrie, nel significato più antico ancora vivo in parte della Lombardia) andrebbero invece definiti, per fare chiarezza, i transumanti medievali, che avevano in prevalenza pecore da latte. Chiarendo che, se è indubbio il nesso tra bergamini e Bergamo è altrettanto vero che i bergamini non erano solo bergamaschi. 
Bergamo e Brescia sono state proclamate congiuntamente “città italiana capitale della cultura 2023”. La candidatura era stata avanzata dopo la prima letale ondata dell’epidemia Covid dell’inverno-primavera 2020. Si è trattato di un moto spontaneo teso a far prevalere su una rivalità, che andrebbe circoscritta all’ambito propriamente sportivo, le ragioni della solidarietà, di forti retaggi e caratteri comuni, di relazioni basate su movimenti migratori e correnti di scambio commerciale (spesso intrecciate all’emigrazione stessa). Si tratta di un’iniziativa che punta, guardando oltre la lunga emergenza e gli aspetti emotivi, a consolidare le opportunità di collaborazione e di complementarietà tra due città e territori, non solo contigui ma anche molto simili, rafforzandoli sul piano della consapevolezza culturale e – ma le cose sono strettamente connesse – su quello della messa in rete di risorse e della proiezione verso l’esterno.In vista si questa scadenza risulterebbe preziosa una più sistematica ricostruzione delle vicende storiche legate all’emigrazione, ai commerci, alle transumanze in grado di inquadrare aspetti chiave che hanno definito le relazioni di lungo periodo tra Bergamo e Brescia (con tutte le loro implicazioni socio-culturali). Un lavoro del genere restirebbe un quadro, forse inaspettato, della continuità, la sistematicità, l’estensione dei fenomeni di osmosi tra i due territori, fenomeni che conosciamo ancora solo sommariamente. 
Qualche spunto

In realtà abbiamo già molte indicazioni della stretta e costante interrelazione tra i due territori, in tempi meno vicini forse più stretta che nel recente passato. Basti pensare all’importanza degli scambi tra le valli bergamasche e Brescia attraverso la comoda via d’acqua del Sebino (quando le merci, per terra, dovevano viaggiare con le carovane di muli). Saliva grano dalla pianura bresciana, scendevano formaggi.


1825, il 27 maggio Bortolo Bergamini di Ardesio invoca la grazia alla Madonna di Ardesio per aver salva la vita dalla tempesta abbattutasi sul lago d’Iseo. Come si vede, oltre ai passeggeri l’imbarcazione trasportava colli di merci

Rovato resterà sino alla metà del XX secolo un grande centro caseario dove affluivano i formaggi d’alpeggio bergamaschi (tranne quelli della val Brembana che erano destinati alla stagionatura a Bergamo). Qui operarono anche ditte e famiglie della Valsassina e della val Taleggio a conferma che il centro della Franciacorta era uno degli snodi più importanti del settore di tutta la Lombardia (gli altri erano Codogno, Corsico, Milano).



Nel Seicento, quando il lanificio bergamasco era ancora florido, ma era piombato in una gravissima e irreversibile crisi a Milano, Como, Monza, Cremona e Brescia, i lanaioli di quest’ultima città presero a commercializzare il panno bergamasco. Il lanificio si restrinse poi alla val Gandino. Forse a questa supremazia bergamasca nel lanificio di deve il proverbio, diffuso nelle valli bresciane che recita: Bröt tép, bröta zènt, pan bah, i vé töcc dal Bergamàh ( Brutto tempo [le perturbazioni atlantiche], brutta gente, panno basso [sinonimo di bassa qualità] ). 28 
Con lo sviluppo del setificio, che ebbe grande importanza nella bergamasca specie nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento, le campagne della bassa bresciana fornivano abbondante materia prima alle filande bergamasche. Invece, nel campo metallurgico, fu Brescia, con le valli, a emergere, con il grande sviluppo dell’industria siderurgica che si prolungato sino in tempi recenti.  I magistri dei forni fusori bergamaschi che, forse per primi, avevano messo a punto la tecnologia dell’alto forno, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento emigrarono nelle valli bresciane, segnatamente in val Trompia. Ma questi non sono che alcuni esempi.
Si è già fatto riferimenti all’emigrazione. Che questa abbia creato una forte connessione tra Bergamo e Brescia lo aveva già messo in evidenza Paolo Guerrini, nei suoi primi studi sche risalgono agli anni ’40 del secolo scorso29.  Inizialmente limitati al XIV secolo i primi studi di Guerrini sono stati poi confermati da altri autori successivi che presero in considerazione anche il secolo successivo30. Anche la presenza di moltissimi cognomi uguali a Brescia e a Bergamo era già stata osservata da Guerrini (quando non c’era internet a rendere facili certe ricerche):  Moltissimi cognomi bergamaschi ripetono nomi di paesi e di località della vicina provincia di Bergamo, e specialmente delle sue tre valli Seriana, Brembana e Imagna, dalle quali è venuta sempre verso Brescia e il territorio bresciano una forte immigrazione di mandriani, casari, contadini, e operai di industrie varie, ma soprattutto del lanificio e della concia delle pelli 31. A Brescia l’immigrazione bergamasca tese a crescere tra XIV e XV secolo (in relazione anche all’affermarsi del dominio veneto). Nel 1388 il 51% degli estimati era costituito da immigrati, nel 1416 saliva al 54, nel 1430 si abbassava al 47%. La quota di bergamaschi sugli immigrati fu crescente, rispettivamente del 23%, 33% e 40% alle tre date 32. Se l’emigrazione bergamasca verso Brescia fu massiccia dopo la peste del 1349 (quando anche molti milanesi si trasferirono a Brescia), essa – diretta verso tutta la pianura lombarda – precedeva il periodo comunale e proseguì oltre il medioevo e l’età moderna tanto che Giuliana Albini parla di emigrazione fisiologica che attraversa tutta la storia bergamasca33.
Uno dei motivi di questo fenomeno è da ricercare nel rapporto tra la città e le valli. Bergamo è una città relativamente piccola (rispetto al quadro italiano). Essa contava, verso il 1330, 10-20 mila abitanti mentre Brescia, sempre sulla base di stime, poteva superare i 40 mila abitanti. Della stessa taglia di Brescia, probabilmente più grande era Cremona, mentre Verona era ancora più popolosa 34.
Se la città è di taglia demografica inferiore a quelle vicine, se la pianura bergamasca è poco estesa, le valli bergamasche sono, al contrario, estese ed erano densamente popolate nel periodo del boom economico medievale. In esse erano attive miniere (ferro e argento) con i loro centri industriali (lana e metallurgia), i dinamici centri (Gromo, Ardesio, Gandino, Clusone, Serina, Zogno). Ma l’emigrazione bergamasca non ha rappresentato solo un travaso dalla montagna ad altre città (non bastando lo “sfogo” di Bergamo). Gli artigiani si insediavano nelle valli, artigiani, contadini e malghesi nella pianura. Ciò ha contribuito, molto più che l’emigrazione verso Brescia, a popolare il territorio bresciano di bergamaschi (è noto che le città mantengono l’equilibrio demografico solo grazie all’immigrazione e hanno saldi naturali spesso negativi).
Un’altra caratteristica dell’emigrazione bergamasca è che non è un’emigrazione di poveri montanari, come un inveterato cliché tende a far ritenere. Era emigrazione che riguardava anche le classi alte, desiderose di per far fortuna con i commerci 35. Così troviamo  mercanti bergamaschi non solo a Brescia ma anche nelle città venete che si occupano del commercio caseario, di cereali, di lana. Anche i facchini, peraltro, erano maestrane qualificate e ben organizzate come dimostra la compagnia Caravana. Approfondiremo questi aspetti in un prossimo articolo.
A secoli di distanza, sulle gelosie indotte dall’emigrazione bergamasca dovrebbe prevalere la considerazione che bergamaschi e bresciani sono stati, insieme, protagonisti dello sviluppo di settori (caseificio, siderurgia, industria armiera, tessile) di rilievo in ambito internazionale.  Un riconoscimento che stimola a guardare avanti.

Bergamini pilastro del caseificio

(27.12.19) Nel celebrare la proclamazione della transumanza “patrimonio dell’umanità” è doveroso richiamare come la transumanza, in ambito alpino-padano, ebbe una connotazione particolare, basata sull’allevamento di vacche da latte e sull’attività casearia. Le tradizioni casearie lombarde (ma anche delle regioni vicine) e la stessa nascita della moderna industria del latte devono molto allla transumanza dei “bergamini”.

Nell’affermare l’importanza della transumanza dei bergamini, casari e allevatori di bovini da latte, non si cesserà mai di insistere sull’effetto formidabile che lo scambio tra pianura e montagna ebbe sullo sviluppo della moderna agricoltura a indirizzo zootecnico della pianura irrigua lombarda.  Oggi  è difficile capire questo fenomeno per non poche ragioni ma due valgono a farci capire: 1) il ruolo insostituibile del concime organico nel determinare l’affermazione di un’agricoltura intensiva basata su rotazioni, irrigazione e… letame. Nel medioevo, era dominante la cerealicoltura estensiva asciutta che utilizzava i bovini quali animali da lavoro. Le poche vacche servivano per lo più da madri di buoi e davano due litri di latte al giorno. Il latte e i formaggi  erano per lo più pecorini, frutto di un sistema pastorale  e transumante che sfruttava gli spazi ancora incolti. Un sistema del tutto separato dal punto di vista agronomico e sociale da quello agricolo. I grandi proprietari concedevano i diritti di pascolo su larghe estensioni ai “malghesi” (che avevano per lo più pecore da latte, qualche capra e qualche vacca) mentre i latifondi coltivati erano suddivisi in tante unità mezzadrili gestite da una famiglia di coltivatori con scarsi mezzi. La rivoluzione dell’irrigazione è stata anche una  rivoluzione delle strutture fondiarie: al posto delle piccole unità mezzadrili sorsero poche grandi unità organiche, le cascine, ampiamente provviste di fabbricati, incluse stalle e caseifici. Le cascine vennero cedute in affitto a imprenditori. Il capitale bestiame, però, lo portarono i montanari transumanti e solo molto gradualmente gli affittuari si dotarono di mandrie proprie di lattifere, chiamate nel milanese “bergamine” proprio perché alle origini della moderna agricoltura della pianura irrigua lombarda,  le mandrie  erano il larga misura transumanti e, un estate tornavano per l’alpeggio sulle Alpi orobiche. “Bergamina” era la mandria di vacche da latte e bergamino il suo proprietario.

I bergamini, grazie alla possibilità di svernare in pianura, dove acquistavano il fieno dagli affittuari che conducevano le cascine,  potevano allevare molte più vacche dei contadini di montagna. Questi ultimi spesso ne avevano solo una, 4-5 era già un bel “capitale”. Bisogna pensare che: 1) i prati erano pochi perché il montanaro doveva coltivare segale, orzo, grano saraceno, rape, fagioli, mais, patate; 2)  ogni famiglia aveva  un po’ di bestiame e quindi tanti avevano tanti piccoli appezzamenti; 3) il fieno andava sfalciato a mano, spesso su terreni in pendio, e ci voleta tempo e fatica.

I bergamini, con le loro “bergamine”, furono ben accolti dagli agricoltori di pianura. I contratti d’affitto, da essi stipulati con la grande proprietà (enti assistenziali e patriziato milanese), imponevano di mantenere sul fondo un certo numero di vacche da latte, pena l’escomio. La ragione è evidente: non si voleva, dopo tutti gli investimenti in opere di irrigazione, bonifiche, fabbricati, che la terra perdesse fertilità e che il capitale fondiario “evaporasse”.  Ma il “fittavolo” che aveva già il suo bel da fare a gestire un’azienda con decine di dipendenti, a seguire i mercati, le complicate procedure dell’utilizzo e del pagamento dell’acqua di irrigazione, cercava di esimersi dalla “grana” dell’allevamento e della lavorazione del latte.

Erano epoche (lo fu sino all’Ottocento) in cui le competenze relative alla cure delle malattie del bestiame, alla riproduzione animale, alla lavorazione del latte erano considerate alla stregua di  saperi esoterici  i cui depositari li custovivano gelosamente, di padre in figlio. Gli agricoltori di pianura non avevano alcuna domestichezza con il bestiame (gli animali venivano acquistati dai commercianti e non riprodotti in azienda); in più il clima, il regime alimentare, le condizioni igienico-sanitarie, i sistemi di stabulazione (scarsità di luce e di ricambi d’aria) rendevano impossibile o comunque anti-economico allevare la “rimonta”, ovvero allevare vitelle da vita. Dopo il Cinquecento, massicciamente nel Settecento e nell’Ottocento, il rifornimento delle giovani vacche (si acquistava l’animale che aveva già partorito e prodotto latte) veniva principalmente dai montanari svizzeri che si erano specializzati nel rifornire il mercato degli agricoltori della bassa.  Anche se il problema del rifornimento della “rimonta” aveva trovato una soluzione con l’import da oltre Gottardo, restava il problema del personale addetto al bestiame. Ma lo scoglio principale era quello della caseificazione. I casari assunti dai fittavoli pretendevano salari elevati, una casa più che decente e… facevano di testa loro.

Così anche quando i fittavoli iniziarono gradualmente a gestire direttamente le “bergamine” (con personale che, specie i capi-stalla, era in prevalenza costituito da elementi di origine bergamina), l’attività di caseificazione, con tutti i rischi che comportava, continuò ad essere demandata ai lacé (laté).

Una cascina diroccata nell’Est milanese. A destra il “casone” (caseificio) di impostazione ottocentesca

Costoro erano figli “cadetti” di famiglie transumanti con diversi eredi al ruolo di regiùr o che, per motivi vari,preferivano staccarsi dal padre/zio o dai fratelli e che si dedicavano in prevalenza alla lavorazione del latte (pur continuando a mantenere qualche vacca e ad allevare suini), rimanendo in pianura tutto l’anno. L’attività di lattaio non richiedeva una famiglia numerosa (come quella dei transumanti che spesso dovevano dividersi tra più compiti e più località) ed era gestibile individualmente.

In una statistica del 1857 si osserva che nel circondario di Lodi e nel Pandinasco  la presena dei bergamini era preponderante tra  i gestori dei “casoni”.  Dove i “bergamini di ventura” erano già stati in parte o in tutto sostituitidalal gestione diretta del fittavole della stalla, vi erano ancora parecchi “lattaj”.  Nella zona di Codogno erano be erano rimasti pochissimi. Come si spiega questa forte differenza nell’ambito dlelo stesso lodigiano? Nella parte bassa lo sviluppo delle grandi cascine era stato più precoce, in più la dimensione dei fondi è rimasta maggiore. Nella parte più a Nord le aziende erano di dimensioni ridotte e di conseguenza gli affittuari avevano meno risorse organizzative ed economiche.  Intorno a Lodi, la zona dei Chiodi (corrispondente ai Corpi santi di Milano) era caratterizzata da piccole cascine e da un’attività casearia favorita dal facile rifornimento alla citta con la vendita diretta.

La loro condizione era comunque in qualche modo altrettanto “nomade” di quella dei bergamini che continuavano a salire in montagna per l’alpeggio a ogni fine primavera. Sia i lattai che i bergamini stabilivano con i conduttori delle cascine contratti semestrali: da San Michele a San Giorgio e da San Giorgio a San Michele. Il primo era il contratto per l’acquisto del fieno, tipicamente dei transumanti (che a maggio salivano in montagna), il secondo era il contratto “per l’erba” che stipulavano i bergamini che restavano in estate in pianura. Anche per i lattai valeva una uguale ripartizione che corrispondeva – in termini caseari – alla produzione, alla “sorte”, “vernenga” e di quella “maggenga” che contraddistinguevano due produzioni distinte per qualità e prezzo con riferimento al prodotto più importante, specie nel lodigiano, ovvero il formaggio “di grana”.

Un bergamino (un Papetti di Foppolo), orgoglioso del proprio bestiame)

I lattai, come i bergamini si spostavano spesso da una cascina all’altra; era rarissimo che tornassero per più anni nella stessa. Molti si spostavano ogni anno o ogni sei mesi. I motivi potevano essere pratici (se la “bergamina” cambiava di dimensione servivano stalle e fienili adeguati alla nuova situazione) o legati a contestazioni sulla qualità del fieno. Fondamentalmente, però, il bergamino (e con lui il laté che partecipava delle stesse origini e della stessa cultura), preferiva non vincolarsi a rapporti stabili che gli avrebbero fatto perdere la sua indipendenza. Egli era l’unico che non si cavava il cappello davanti al fittavolo. Si sentiva alla pari con  il fittavolo  (che, non di rado, era stato a sua volta bergamino o era discendente di bergamini).

Famiglia di bergamini di Parre (val Seriana) in alpeggio a Bienno (Valcamonica). I bergamini per l’alpeggio si spostavano anche in altre vallate.

Così come il bergamino acquistava il fieno, e con esso il diritto all’uso dei locali di abitazione, stalle, caseificio, porcilaia (più legna, farina e altri generi alimentari), anche il lattaio “affittava” il latte che pagava a scadenze regolari (dopo aver venduto il formaggio) e otteneva gli stessi “appendizi contrattuali” del bergamino (locali, legnoa…).  Orgogliosi della propria indipendenza, il bergamino e il lattaio di origine bergamina erano insofferenti in massimo grado alla rigida organizzazione per scale gerarchiche, formalismi e rigide competenze della cascina . Un senso di indipendenza che queste figure hanno conservato a lungo. D’altra parte, all’interno della grande famiglia bergamina  vi era una  organizzazione del lavoro tutt’altro che improvvisata. Solo che i ruoli erano “flessibili” e spesso interscambiabili.

Alcune delle località dove è stato attivo Antonio Invernizzi, figlio del “Pedron”, papostipite del ceppo degli Invernizzi Pedron di Barzio (Valsassina) e nonno di Egidio Invernizzi fondatore della INALPI di Moretta (Cuneo)

Le donne bergamine per vestiario e atteggiamenti e competenze (e “grinta”) non si differenziavano troppo dagli uomini, anzi. Una sosta nella transumanza (Piazza Brembana)

Le donne, per esempio, al contrario di quello che potrebbe far sembrare (superficialmente e pregiudizievolmente) il regime patriarcale erano capaci di svolgere anche le mansioni tipiche degli uomini: guidare i carri, assistere i parti delle vacche. Nella famiglia bergamina era chiaro chi comandasse, ma secondo logiche comprensibili e accettate, non per affermazione gerarchica fine a sé stessa, come rivendicazione di uno status sociale o di forme esteriori di superiorità, come invece accade nelle grandi organizzazioni impersonali. La superiorità delle PMI, che in Italia derivano da solide famiglie contadine patriarcali, è legata a questa capacità organizzativa, alla flessibilità che contrasta con le distorsioni burocratiche e gerarchiche delle grandi imprese. I bergamini hanno trasposto queste qualità nel settore alimentare (latte e industria suina). 

A Melzo nel 1906 sorge, per opera di Egidio Galbani, il primo stabilimento caseario con impianti moderni e in corrispondenza dello scalo ferroviario. Inizialmente Galbani aveva operato, come tanti altri lattai bergamini nell’ambito delle cascine della zona. La scelta di Melzo era legata ai collegamenti ferroviari ma anche alla presenza in zona di molti bergamini (la zona, caratterizzata dall’affioramento dei fontanili e quindi propizia all’irrigazione e alla produzione foraggera è anche all’incrocio delle rotte di transumanza da Nord, dalla Valsassina e da Est, dalle valli bergamasche).

Nell’ambito dei tanti piccoli caseifici gestiti dai lattai bergamini che, nel corso del Novecento, si sono gradualmente distaccati dalle cascine per aprire caseifici autonomi, sono emersi veri e propri capitani di industria. Il più grande è stato Egidio Galbani.

A lui si devono molte delle innovazioni che hanno fatto la fortuna dell’industria casearia italiana anche se bisogna ricordare che, già nel 1926, il Galbani abbandona (le circostanze non sono mai state chiarite) la ditta da lui fondata verso il 1880. Essa manterrà il nome del fondatore ma sarà gestita dai fratelli Invernizzi (Achille – che fu presidente del Milan – e Rinaldo), una famiglia con radici in Valsassina come quella di Galbani,  meno celebrata, sia per i forti legami con il regime fascista sia per le poco limpide circostanze della cessione alle multinazionali. A Melzo vi era anche la Invernizzi, una ditta importante ma che si mosse sempre sulla scia della Galbani. Chi non ricorda la “mucca Carolina” e le campagne promozionali “all’americana” della Invernizzi! Ma a Melzo, a sottilineare una storia fatta non solo dalle “punte” vi erano almeno altri sei piccoli caseifici Invernizzi!

Ai Galbani, agli Invernizzi, ai Locatelli si riconosce di aver saputo creare una grande industria casearia partendo dalla storia dei bergamini, dalla transumanza praticata dalle famiglie di estrazione. Ci si dimentica, però, che la storia del caseificio lombardo comprende anche altre ditte grandi e medie di origine bergamina. Ci si dimentica anche che le maestranze, i tecnici, i direttori degli stabilimenti appartenevano alla stessa “comunità di pratica”, erano figli o nipoti di bergamini , avevano maturato le loro esperienze nelle piccole latterie, da lattai, da figli di lattai.

La sede londinese della Mattia Locatelli. La Locatelli ha radici che risalgono ai primi dell’Ottocento e per lungo tempo ha mantenuto la sede a Ballabio, poi trasferita a Lecco e, in ultimo, a Milano. Era la ditta più orientata all’export, con sedi a Londra, New York e Buenos Aires. 

In Italia aveva sedi produttive in Piemonte, in Lazio, in Emilia e in Sardegna in modo da coprire la produzione dei principali formaggi tipici itraliani da esportazione (Grana, Pecorino, Gorgonzola). A Londra, però, c’erano ai primi del Novecento almeno sei ditte valsassinesi con una sede o una rappresentanza

Non si darebbe il giusto riconoscimento ai bergamini se ci si limitasse a legare il loro contributo a quelle poche famiglie da cui sono sorti i celebrati marchi del caseificio italiano (tutti finiti nelle mani dei francesi).  Tra le grandi ditte di matrice bergamina va senz’altro collocata anche la Arrigoni di Crema. Limitata alla tradizionale produzione di Gorgonzola era la Devizzi che ha operato a Gorgonzola tra il 1889 e il 1981.

Lo stabilimento Arrigoni di Crema negli anni Venti del Novecento

Magazzini della Devizzi di Gorgonzola

A sottolineare la dimensione “corale” del fenomeno dello sviluppo dell’industria casearia a partire dall’attività dei bergamini  si può prendere in esame  la presenza, nelle ragioni sociali delle ditte casearie nelle provincia di Milano (comprendente anche Lodi e parte della prov. di Monza e Brianza), di cognomi di  matrice bergamina nel periodo antecedente la seconda guerra mondiale. Su 233 ditte con un cognome nella propria denominazione, 110 sono riconducibili a detta matrice. Quasi la metà.  

Tabella – Caseifici “bergamini” in provincia di Milano  (Annuario industriale della provincia di Milano, Edito dalla Confederazione fascista degli industriali della provincia di Milano, Milano,1939)

CognomeOrigineCaseifici n.
InvernizziValsassina – V.Imagna28
LocatelliValsassina – V. Imagna – V.Taleggio12
Vitali + De VitaliV.Taleggio10
ManzoniValsassina -V.Taleggio – V.Imagna9
Ticozzi + TicozzelliValsassina5
DanelliV.Taleggio4
StracchiAlta V. Brembana4
CattaneoAlta V. Brembana3
ValsecchiValsassina – V.Imagna3
ArioliAlta V. Brembana2
CacciaGandino (V.Seriana)2
MiglioriniAlta V. Brembana2
Mor StabiliniAlta V.Seriana2
PapettiAlta V.Brembana2
Plati + PlattiValsassina2
Redondi + RotondiV.Taleggio2
Sfondrini + FondriniAlta V. Brembana2
BellavitiV.Taleggio1
BonettiAlta V. Seriana1
BuzzoniValsassina1
CalviAlta V. Brembana1
ChiaveriV.Taleggio1
CombiValsassina1
DedèAlta V. Brembana1
DevizziValsassina1
MorettiAlta V.Brembana – V.Seriana1
OldaniV.Taleggio1
RebuzziniV.Taleggio – V.Brembana1
ScandellaValsassina/V.Seriana1
SconfiettiAlta V. Brembana1
ScorlettiAlta V. Brembana1
ZenoniLeffe (V.Seriana)1

La presenza dei caseifici “bergamini”, che in molti casi sono ancora attivi all’interno delle cascine, è legata ai due “poli” della valle del Ticino e della Martesana, alle zone quindi della linea delle risorgive, e dei navigli (al tempo stesso canali di irrigazione e importantissime vie di trasporto (vedi qui il mio saggio: “I navigli vie di acqua e di latte. O meglio di caci e stracchini”).  Qui sorsero anche le prime industrie casearie (ad Abbiategrasso e Magenta più che stabilimenti depositi di raccolta della produzione  artigianale dei bergamini da parte delle stesse grosse ditte). 


I bergamini e i lattai di matrice bergamina sono quasi assenti a Nord di Milano in ragione dell’assenza, mancando l’irrigazione (almeno sino alla realizzazione del canale Villoresi) di grosse cascine ad indirizzo misto (foraggero e cerealicolo). Qui vi erano parecchi caseifici gestiti da famiglie dell’alta Brianza dove non era assente una tradizione locale di caseificio (vedi il formaggino di Montevecchia).

Inzago (Martesana): qui si trovano ancora aziende che praticano la transumanza. Come la famiglia Cattaneo che alpeggia a Cambrembo, in alta Val Brembana, da dove è originaria (come Carlo Cattaneo)


Se ci spostiamo nel Novarese, una statistica di diversi anni precedente (1905) attesta una schiacciante preponderanza dei produttori caseari di origine bergamina. Sono 113 su 168. Per di più tra gli altri produttori parecchi hanno cognomi brianzoli, comaschi, milanesi, pavesi. 

   Tabella – Caseifici “bergamini” in provincia di Novara

L. Richter, Guida Tecnica Industriale dei Circondari di Novara, Domodossola, Pallanza, Varallo, Tipografia Gioachino Gaddi, Novara 1905. Prima edizione.

CognomeOrigineCaseifici n.
InvernizziValsassina – V.Imagna35
Ticozzi + TicozzelliValsassina16
Arrigoni + ArrigoneValsassina – V.Taleggio14
GalbaniValsassina9
AnnovazziValsassina – Alta V. Brembana8
CombiValsassina5
LocatelliValsassina – V.Taleggio – V.Imagna5
CasariValsassina4
GipponiV.Brembana4
RosaValsassina3
BergaminiValsassina/Ardesio (Alta V.Seriana)2
OrlandiValsassina2
ZanottiMedia V. Seriana2
BonettiAlta V. Seriana1
MerloValsassina1
SantiAlta V. Brembana1
ScandellaValsassina – V.Seriana1
ZanettiAlta Val Seriana1

Tra i produttori caseari di matrice bergamina nel Novarese predominano in modo schiacciante i valsassinesi (concentrati nell’area di Abbiategrasso). Anche nella precedente statistica milanese avevamo notato una forte presenza valsassinese ma bilanciata da una significativa presenza dei taleggini e di originari dell’alta val brembana, con qualche caso di matrice seriana. Anche a Novare, in ogni caso, non è trascurabile la presenza di originari dell’alta val Brembana e della val Seriana. Il caseificio Santi di Cameri, fallito qualche anno fa, è la testimonianza più importante. Non a caso i Santi (Sàncc) sono presenti nella statistica del 1905.

Oggi la presenza valsassinese a Novara è manifesta nella presidenza (riconfermata) del Consorzio del Gorgonzola in capo a Renato Invernizzi. La ditta SI (di cui era titolare Renato) è però stata acquistita la scorsa estate (come in precedenta la Santi) dal gruppo IGOR, ormai leader incontrastato nel mondo del gorgonzola.

Si mantengono indipendenti, nel mondo del gorgonzola, gli Eredi Baruffaldi, anch’essi originari di Barzio in Valsassina.

Tornando nel Milanese tra i piccoli caseifici di origine bergamina troviamo i Papetti di Liscate, alle porte di Milano (presenti a Liscate nella statistica del 1939) che continuano con successo a produrre il loro stracchino da generazioni.

A produrre gorgonzola nel milanese, ad Abbiategrasso ci sono gli Arioli, famiglia tra le più blasonate per le secolari transumanze da Piazzatore (e in minor misura Mezoldo), entrambe località dell’alta val Brembana, e la Bassa. A Gorgonzola  non c’è più nessuno (anche in conseguenza dello scontro tra il comune e il consorzio sulla deco “stracchino di Gorgonzola”).

Il nome Arrigoni è tenuto alto da diverse ditte. La più grande e la Arrigoni Battista di Pagazzano nella bassa pianura bergamasca . La bassa pianura bergamasca con Caravaggio, Treviglio, Fornovo San Giovanni, Calvenzano, Pagazzano, ha costituito  – in parte costituisce ancora – un  formidabile quadrilatero del latte con Melzo/Gorgonzola, Lodi e Crema/Pandino.

Tra le ditte Arrigoni va ricordata la Arrigoni Sergio di Almè e, più recente la casArrigoni che ha il merito di aver mantenuto la sede  nella frazione Peghera di Taleggio (dove c’è anche la ditta Arnoldi). In CasArrigoni lavorano sia Tina che Marco, figli del fondatore Giovanni. Il titolare è Alvaro Ravasio, marito, di Tina che – a differenza di tanti che sono scesi in pianura – si è stabilito in montagna affascinato dall’attività del suocero e della moglie. Alvaro è presidnete del consorzio dello strachitunt, il “gorgonzola dei bergamini”, quello a due paste, nato quando non esistevano frigoriferi e spore di Penicillium.

E il nome Invernizzi, quello che identifica, più di ogni altro, i transumanti (indicati come “quelli che vengono in inverno”, gli invernali, con attributo poi cognominizzato), hanno ancora un nesso con la realtà casearia. Non sono poche le piccole realtà che possono vantare il blasone Invernizzi nella denominazione della ditta. Tra queste, in Valsassina, culla del caseificio bergamino, la Daniele Invernizzi, capace di fare della tradizione un elemento di innovazione, sia sul piano del marketing (nomi dei formaggi, confezioni con riferimenti storici) che sul piano della tecnica di produzione basata sull’uso di latte km 0 e sulla stagionatura nelle classiche “grotte” della Valsassina, veri frigoriferi naturali dove, dalla roccia viva, spirano correnti a 7°C.

Gabriele Invernizzi, figlio del fondatore Daniele (di famiglia di transumanti), con Gualtiero Marchesi e il formaggio del Lasco, un brigante valsassinese entrato nella leggenda

La grotta della Daniele Invernizzi a Ballabio (il caseificio è a Pasturo). A Ballabio avevano casere di stagionatura i Locatelli, la Galbani e tante altre ditte ora dimenticate. Erano decine le “grotte” per la stagionatura del gorgonzola, prima chge, negli anni Trenta, la filiera si spostasse a Novara dove erano state realizzati grandi magazzini refrigerati sotterranei presso lo scalo ferroviario. E’ la storia che rivive in questa grotta.


Perché solo piccoli caseifici possono chiamarsi Invernizzi? Perché il marchio Invernizzi, acquisto dalla Kraft (oggi della Lactalis), rivendicava l’esclusiva contro i tanti  produttori caseari di cognome Invernizzi. La Kraft ha tollerato i piccoli ma ha imposto il suo assurdo monopolio ai grossi. Fare formaggio è “mestiere da Invernizzi”. Abbiamo già visto che a Novarea la Invernizzi si è chiamata SI. Un caso analogo, ma ancor più clamoroso è quello della INALPI di Moretta (Cuneo).   Un marchio che oggi sfrutta il richiamo alle “Alpi” , un fatto non da poco perché l’onnipresente Kraft (ciocolatto) utilizza solo latte “alpino”, e Cuneo – anche l’altopiano – è ricompreso nell’area. La ditta, però, era nata con il nome del fondatore  Egidio Invernizzi.

Lo stabilimento INALPI a Moretta (Cuneo)

Oggi Egidio. che a un certo punto decise di rinunciare alla battaglia legale caratterizzata da alterni pronunciamenti, si consola sostenenendo che, dopotutto, la ditta era giovane, fondata nel 1966 e che non era un gran capitale di marchio. Però il nome Egidio, rimanda al grande Galbani e coniugato con il cognome Invernizzi è un concentrato di grande tradizione casearia. In ogni caso oggi l’INALPI, gestita dai figli di Egidio, è una grande azienda dinamica. Ma nel solco più puro della storia dei bergamini e del caseificio lombardo. Un caseificio che in terra piemontese è rappresentato anche dai Biraghi (evidentemente per il latte i lombardi hanno una vocazione particolare) e, nella forma moderna, industriale, è stato portato dai Locatelli. I Locatelli in Piemonte hanno impiantato, sin dagli anni Venti del Novecento, ben sette caseifici. Il più importante era quello di Moretta.


La storia di Egidio Invernizzi e della Inalpi.  Abbiamo già visto che il nonno di Egidio era un lattaio “nomade” (come tutti i laté bergamini). Un altro figlio del  Pedron  era Battista che vediamo nella foto sotto. Siamo negli anni Venti e la foto è stratta da La Campagna, organo della Cattedra ambulante di agricoltura di Como (none sisteva la provincia di Lecco). Fatto eccezionale il bergamino Invernizzi Pedron si era meritato un articolo . Nella foto è ritratto nella classica posa, con la scussala (il grembiale da casaro) arrotolato sul fianco. Sullo sfondo il Pizzo dei Tre Signori. L’alpeggio è Sasso che era proprietà della famiglia Invernizzi Pedron. Chi pensa ai bergamini come a dei “poveri allevatori di montagna” sbaglia tutto se confonde la loro vita dura, la loro “rozzezza” (molti si recavano anche in piazza Fontana a Milano a fare mercato – ancora negli anni Trenta – con gli zoccoli di legno, il bastone il tabarro) con una condizione misera e  mancanza di intraprendenza.

Non pochi, come i Pedron avevano anche parecchi terreni in montagna.  I  Pedron, in particolare,  avevano  (c’è tuttora) una cappella al cimitero di Barzio essendo tra i più grossi proprietari di terreni e di immobili del paese. I bergamini erano gente dura e parsimoniosa, che badava al sodo, ma non erano privi di intraprendenza. La vita nomade gli impediva di spendere in beni di consumo (vestiti, arredamento) , così i guadagni andavano tutti nell’ampliamento della bergamina  (grande onore era avere  più di 100  capi)  e nella tesaurizzazione (sino a tempi recenti in monete d’oro). Quest’ultima era necessaria per ricostituire la mandria in caso di epidemia (l’afta epizootica picchiava duro). Così vendendo dei capi e utilizzando il “tesoretto” i bergamini, con lo stupore di chi li considerava dei “poveri montanari” sempre con la puzza di vacca addosso, erano in grado, al momento buono, di acquistare anche dei fondi in pianura. Va notato, però, che al insieme all’abbigliamento montanaro, indossato con orgoglio, i bergamini esibivano  catene d’oro dell’orologio, orecchini d’oro (una vecchia tradizione contro il malocchio), gilè. Durante la transumanza, che era una specie di festa e motivo di ostentazione (specie delle belle vacche e dei costosi campanacci) il bergamino si vestiva al meglio, così questi bambini come questi ritratti a Taleggio in partenza per la pianura .



Tornando a Egidio Invernizzi egli ricorda che, da figlio di un laté, gli toccava da ragazzo pulire le baste dei maiali. Nel frattempo si dedicava agli studi. Dopo il diploma di ragioniere si recò all’estero acquisendo una specializzazione in tecnologie casearie di prim’ordine  in Germania (dove si iscrisse a una scuola superiore di caseificio non avendo ancora i requisiti di età minima), in Olanda e in Nord America. Con il curriculum acquisito non ebbe difficoltà a entrare alla Locatelli, prima della vendita alla Kraft. Una mano la ricevette da degli zii, uno capo del personale, l’altro della contabilità che erano uomini di fiducia di Locatelli, gente di Ballabio, valsassinesi. Non andavano diversamente le cose alla Galbani e alla Invernizzi: se eri di famiglia bergamina o solo di paesi come Morterone (dove erano quasi tutti bergamini e in larga misura Invernizzi) il posto era assicurato, anche senza cv. Dal magazziniere al direttore. Dopo essere stato a Vevey  per dei corsi dalla Kraft,  nel frattempo subentrata alla guida della Locatelli, al rientro Egidio viene destinato allo stabilimento di Moretta, che sarà per lui fatale. Qui conosce la futura moglie, figlia di commercianti di bestiame. Con lei  deve però trasferirsi a Soncino (Cremona), dove c’era un altro stabilimento Locatelli con il ruolo di direttore. Qui, però si rende conto che la disciplina di una multinazionale svizzera non è compatibile con l’indole indipendente di un bergamino; torna a Moretta e avvia, partendo quasi dal nulla. una sua azienda favorito anche dalle relazioni acquisite nella sede di Moretta della ex-Locatelli (oggi acquisita dal pastificio Rana). E così dalla Locatelli è sorta una nuova grande Invernizzi. Peccato che non possa chiamarsi così. Ma essa rappresenta un capitolo in linea con una grande storia di imprenditori con le radici in montagna o meglio nella transumanza: da Egidio a Egidio.

Celebrare le transumanze: i bergamini lombardi


(26.12.19) La transumanza ha veramente meritato di essere proclamata “patrimonio dell’umanità”. E’ bene ribadirlo in un contesto in cui questi riconoscimenti appaiono ormai sempre più inflazionati e le attribuzioni largamente influenzate da fattori politici. Oggi, però, il riconoscimento Unesco ha ancora un valore (che diminuirà inesorabilmente con la moltiplicazione dei riconoscimenti). Di certo catalizza l’attenzione del pubblico e delle istituzioni. Tutto ciò va utilizzato per far emergere i contenuti che danno sostanza ai “patrimoni”. Nel caso della transumanza siamo di fronte a un valore che non è difficile provare. Lo attesta la sua antichità, la sua diffusione, il suo influsso economico, sociale, culturale, la sua grande varietà.

Varietà, per l’appunto. L’immagine stereotipata è però legata ai “belanti fiumi lanuti” ma la transumanza ha coinvolto e coinvolge altre specie animali. Nelle Alpi essa ha riguardato (e riguarda ancora, sia pure in misura ridotta) anche lo spostamento dalla pianura alla montagna di mandrie di vacche da latte con i loro muggiti e scampanii. Con il declino dell’industria laniera in età moderna, soprattutto con la limitazione della filiera delle lane “nostrane” a un comparto  minore del lanificio , destinato al settore di mercato delle divise militari e dei panni “grossolani” per i contadini, l’importanza economica della transumanza bovina, legata alla produzione casearia, ha sorpassato ampiamente nelle regioni alpine italiane l’importanza economica della transumanza ovina.

Particolarmente importante da questo punto di vista è stata la transumanza dei bergamì delle valli orobiche (dalla Valsassina alla Valcamonica) di cui tratta l’efficace compendio di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna, che qui presentiamo. Questa transumanza, che proveniva anche dalle valli bresciane (Trompia e Sabbia), è stata praticata dal Quattrocento a tutto il Novecento ed è grazie ad essa che si è sviluppata la moderna industria casearia lombarda. E’ dai transumanti che discende in larga misura il ceto agricolo attuale della bassa pianura lombarda che si è formato attraverso il continuo secolare passaggio dei bergamini nelle file della categoria dei “fittavoli”, un passaggio che si è fatto più imponente dopo le due guerre mondiali quando i bergamini sono diventati spesso anche agricoltori proprietari.

L’importanza della transumanza dei bergamì va oltre l’aspetto economico. Essa rappresenta un capitolo importante di storia sociale in forza dei legami che la transumanza ha stabilito tra montagna e pianura, tra vallata e vallata, tra le stesse provincie di pianura. I bergamì attraverso i loro spostamenti (potevano svernare un anno nel pavese, l’altro nel milanese, un anno nella bassa bresciana e l’altro nel lodigiano), attraverso i matrimoni, estendevano i ceppi famigliari su più valli e più aree della bassa, creando una rete di connessioni.

Una storia ancora misconosciuta, specie alla luce della sua significativa valenza socioculturale. Nonostante che, almeno da quindici anni a questa parte, il Centro Studi Valle Imagna e, dal 2014, il Festival del pastoralismo di Bergamo, operino attivamente per la sua divulgazione.

L’attenzione che il riconoscimento Unesco della transumanza, ma anche quello, sempre da parte dell’Unesco, di Bergamo quale città creativa per la gastronomia (grazie ai formaggi delle valli orobiche nati dalla tradizione bergamina), fanno ben sperare sulle possibilità di operare nel 2020 una svolta ai fini di un meritato riconoscimento da parte di istituzioni e comunità lombarde della storia singolare e importante dei bergamini che sono al tempo stesso: “veramente figli delle nostre montagne” (come diceva l’etnografo bergamasco Volpi) ma anche figli delle nostre pianure, veramente figli della Lombardia, un paese in realtà molto più unito, pur con tutta la sua ricchezza di differenze e policentrismi, di quanto esso si percepisca. E i bergamini stanno a ricordarcelo o, meglio, a farcelo scoprire.
La transumanza dei bergamini orobici patrimonio culturale immateriale dell’umanità



di Antonio Carminati

N.d.r.  nel testo l’autore utilizza le forme della parlata della valle Imagna. La parlata dei bergamini di altre valli poteva presentare forme diverse. Per tutti valeva poi una più o meno ampia contaminazione con le parlate della pianura come conseguenza di una lunga frequantazione.
Negli ultimi mesi sono balzati agli onori della cronaca alcuni fenomeni sociali ed economici, sedimentati nel corso dei secoli e connessi alla straordinaria fioritura di attività zoo-casearie, che hanno richiamato l’attenzione sulla dimensione rurale delle valli orobiche. Innanzitutto il riconoscimento di Bergamo quale “Capitale europea dei formaggi”, con le sue nove Dop, rispetto alle cinquanta esistenti su tutto il territorio nazionale, e le ulteriori trenta produzioni storiche che rendono straordinariamente articolato il paesaggio del gusto. Poi è intervenuta la dichiarazione di Bergamo quale “Città creativa Unesco per la gastronomia”. Infine la dichiarazione ufficiale, sempre targata Unesco, della transumanza quale patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Tre elementi strettamente correlati, i quali, per quanto ci riguarda, mettono in relazione i prodotti caseari con territori ben definiti e la tradizione umana e professionale dei malghesi. La cultura dei bergamini esprime la vita e il lavoro di gruppi transumanti sostenuti da un’economia zoo-casearia, dei quali Bergamo rappresenta la principale culla storica e culturale. Al centro di questo nuovo interesse, ancora prima dei formaggi, certamente espressioni eloquenti di una articolata capacità produttiva, ci sono le persone, i bergamini, che, soprattutto nel passato, hanno saputo esprimere elevate e ingegnose attitudini professionali, instaurando relazioni coerenti e sostenibili col loro ambiente umano durante il regolare succedersi delle stagioni. Una corporazione costituita da gruppi familiari seminomadi, abili allevatori di vacche da latte provenienti dalla montagna, transumanti dal monte al piano seguendo le stagioni, specializzati nella lavorazione del latte, dotati di una propria organizzazione sociale e di un particolare codice linguistico. Quello del bergamino transumante è innanzitutto uno stile di vita.

Attrezzi per la lavorazione del latte. Sant’Omobono, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierIn un suo scritto pubblicato nel 1930 sulla Rivista di Bergamo, Luigi Volpi così descrive i bergamini: “Veramente figli delle nostre montagne sono questi uomini rudi e solitari che portano il nome della nostra terra quasi a significarne una caratteristica […] E quando «i bergamì» chiudono la loro giornata raccogliendosi nella baita a pregare Iddio che ha loro dato prosperità e salute essi devono sentirsi figli prediletti della terra nostra, che madre generosa dà loro il pane e l’esistenza serena e libera. Negli stessi anni in cui Volpi descriveva i bergamì, per la precisione solo tre anni prima, il linguista ed etnografo svizzero Paul Scheuermeier compiva la sua straordinaria ricerca sul mondo contadino italiano, costituendo un archivio di ineguagliabile valore. Le immagini relative ai bergamì che vi proponiamo in questo racconto non sono molte ma, ma rappresentano documenti importanti su un fenomeno che ebbe lunga durata e vasta estensione ma che è rimasto largamente “sotto traccia”. Da anni il Centro Studi Valle Imagna, insieme ad alcuni studiosi, ha intrapreso un programma di ricerca e divulgazione su un capitolo di storia sociale lombarda, quello dei bergamì, la cui importanza viene via via confermata dal progresso delle indagini.

Contadino intento a “bàt la ranza”. Sant’Omobono, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierPer i bergamini la società era suddivisa in tre principali gruppi: c’erano innanzitutto loro, ai livelli più elevati della scala sociale dell’antico mondo contadino, in continuo movimento stagionale tra la montagna e la pianura, grandi camminatori di un tempo, allevatori di monte dotati di grandi aperture verso la realtà esterna, situata al di là della loro culla naturale circondata da crinali.Continue e affinate relazioni sociali hanno consentito loro di padroneggiare dovunque andassero, di cascina in cascina alla Bassa, di pascolo in pascolo sulle alture, con abilità e coraggio. Sono stati veri e propri imprenditori nel settore zoo-caseario, molti dei quali hanno dato origine a tradizioni economiche familiari di prim’ordine. Poi c’erano i marà, ossia i piccoli allevatori di monte rimasti per sempre ancorati nel loro piccolo mondo antico, espressioni della piccola proprietà contadina della montagna orobica, agganciati a un economia molte volte di sussistenza, i quali non avevano avuto la forza o la necessità di scendere dai monti al piano con il loro modesto allevamento zootecnico. Anch’essi praticavano forme di transumanza interna alla valle, dalle contrade in prossimità del villaggio di residenza durante la stagione invernale, sino ai pascoli di monte, nei löch [letteralmente “luoghi”, i maggenghi] anche molto distanti, durante l’alpeggio estivo. Infine i móch erano i braccianti o semplici agricoltori della pianura, considerati i servi della terra, che peraltro non possedevano, vivendo in uno stato di pesante soggezione nei confronti dei padroni, espressioni dell’antica nobiltà terriera di estesi latifondi, o dei loro diretti intermediari e fittavoli. Il loro limite consisteva nel non aver mai respirato l’aria di libertà della montagna e di non essere riusciti ad affrancare la loro esistenza nemmeno alla piccola proprietà contadina.Dice bene un caro amico – classe 1933, nato e vissuto da bergamino – quando afferma che la montagna, se per un verso riempie i polmoni di aria fresca di libertà, in modo particolare l’estate durante l’alpeggio, dall’altro, tutte le mattine, al risveglio, ti dice già quello che quel giorno non puoi non fare. Mungitura, lavorazione del latte, pascolo delle vacche, e pi di nuovo la ripetizione nel pomeriggio delle medesime azioni. Sempre, tutti i giorni, per tutta la vita. A riempire gli spazi intermedi, poi, ecco una miriade di altre attività, connesse e accessorie a quelle principali, come fà la fòia, bàt dó ol rüt [raccogliere la foglia per la lettiera, spandere il letame], curare la vacca colpita da ü culp de mòrbe [mastite], consegnare gli stracchini ai commercianti,…

La lavorazione del latte in alpeggio. Borno, 1920. Fotografia di Paul ScheuermeierOl cagièr (quel bergamì specializzato nella lavorazione del latte) ha tra le mani un mastello basso di legno sopra la grossa culdìra [caldaia] di rame appesa alla sigógna, il braccio orizzontale di legno girevole, imperniato su un altro verticale, utilizzato per avvicinare e allontanare la caldaia dal fuoco, in relazione alle esigenze derivanti dall’attività di caseificazione. All’intorno sono presenti alcuni attrezzi utilizzati dal casaro, come lo spino, un grosso penàcc (la zangola) e il caratteristico secchio per la pesa e il travaso del latte. Al termine della cagliata, dopo aver riposto la pasta ancora calda, avvolta nel patì [tela], dentro il fassaröl [fascera], il bergamì trasporta, avvalendosi delle due sègie [secchi di legno]  appese al bàsol [bilancere],ol pastù [beverone] per i maiali (la pòrca coi purselì) [la scrofa con i suinetti], da versare nell’àlbe [truogolo] scavato in un grosso tronco. I maiali, liberi in alpeggio con le vacche, accompagnano sempre la bergamina [mandria] e vengono allevati con il siero residuo ottenuto dalla lavorazione del latte. Prima di lasciare l’alpeggio per la pianura, durante la stagione autunnale egli porta a termine lo spandimento del letame nei prati migliori, avvalendosi del dèrel dol rüt [cesto del letame], e il riordino della baita, dove farà ritorno la stagione successiva.

Vita in alpeggio. Gandino, 1932. Fotografia di Paul ScheuermeierIl bergamì vive sui monti – da giugno a settembre – assieme alla sua bergamina (la mandria delle vacche e manze) e i rifornimenti di generi alimentari di prima necessità (soprattutto la farina gialla per la polénta) avvengono a dorso di asini e muli. Così pure il trasporto di utensili e materiali vari. Quella del mulattiere è una professione che si trasmette di padre in figlio. Al ritorno dal monte, poi, i quadrupedi scendono carichi di cassette di stracchini o di grosse ceste contenenti pesanti forme di strachitùnt. Esistono diversi basti o selle di legno per gli asini e muli da soma, in relazione al trasporto dei vari carichi.Il bergamì è il proprietario del bestiame. Alla fine dell’estate lascia le sue montagne per spostarsi nelle cascine della pianura lombarda, dove trascorrerà l’inverno. In primavera, poi, ritornerà regolarmente in alpeggio. Sul carèt [carretto a due ruote] ha caricato le masserizie essenziali. Il carro a due ruote, trainato da un solo cavallo, è dotato di un’impalcatura lignea ad arco, a volte costituita da semplici pèrteghe, [pertiche] sopra la quale, all’occorrenza, possono essere distesi i teli di copertura. Elemento distintivo del singolare viaggiatore transumante è la grossa caldaia capovolta sul carro, che il bergamì utilizza per le due cagliate quotidiane.

Bergamini. Sant’Omobono, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierDurante la transumanza il bergamì segue rotte e percorsi consolidati da una tradizione plurisecolare, che si snodano lungo le aste fluviali dei principali bacini idrografici lombardi (Brembo e Adda, Serio e Oglio). Queste, oltre a garantire l’approvvigionamento idrico alla famiglia e alla mandria durante gli spostamenti, facilitano l’orientamento in relazione alla localizzazione delle cascine della Bassa. La transumanza può durare da tre o quattro giorni, per coloro che si fermano nelle cascine distribuite nella cintura a Est della città di Milano (Treviglio, Rivolta d’Adda, Gorgoncola), sino a sei o sette giorni, necessari per raggiungere le aree a Sud della capitale Lombarda, verso Melegnano, e, oltre ancora, nel Lodigiano o nell’Oltrepò Pavese. La mandria non compie più di trenta chilometri al giorno e un sistema organizzato di stallazzi, distribuiti lungo le principali rotte bergamine, consentono di organizzare le tappe successive.Paul Scheuermeier ha documentato la transumanza nel 1927 dalla Costa del Palio sino a una cascina nel Cremasco della famiglia Invernizzi Pietro. Il bergamì di norma preferisce viaggiare la notte con le vacche, o la mattina di buonora, per non essere disturbato dalle automobili, e quando attraversa i centri abitati inserisce nelle ciòche [campanacci] delle vacche in cammino öna bràca de fé [una manciata di fieno], per bloccare il suono dei campanacci. Il bergamì è sempre in cammino con la sua mandria: chi in testa alla singolare caroàna [convoglio], impugnando il lungo bastone da viaggio e indossando con orgoglio la scossàla [grembiule] più bella, e chi, invece, cammina inserito a metà o in coda alla bergamina, tutti vestiti con il semplice camisòt [tipico camiciotto di tela azzurra] da lavoro e il cappello di feltro sul capo. Egli sale a caàl söl bast [a cavallo sul basto] solo per dimostrare, durante una sosta in transumanza, come cavalca in montagna, seduto su una sella imbottita di paglia, mentre il figlio porta appesa al collo la colàna [collare a spalla] del cavallo, che l’indomani servirà al quadrupede per il traino del carretto.

Il bergamino Pietro Invernizzi. Sant’Omobono, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierIl carèt del bergamì in viaggio segue la mandria in coda. Dietro rimane solo la pòrca [scrofa] , che fatica a camminare e spesso bisogna tirarla con una corda e spingerla di frequente con un bastone. Durante la sosta giornaliera, in corso di transumanza, mentre la mandria è al pascolo, il carro della famiglia bergamina rimane nel prato vicino alla strada. Il telo bianco che lo copre durante il percorso è stato tolto. Le gabbie con i polli, il vitellino e i bambini vengono messi a terra. Sul carro passeranno la notte le donne con i bambini, mentre il bergamì, se la gimbarda [ripiano appeso con catene sotto il pianale del carretto] è occupata dagli utensili vari, dormirà per terra, avvolto in una semplice coperta, senza mai allontanarsi dalle sue vacche. Nella notte il cammino riprenderà.

Durante la transumanza. Sant’Omobono, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierLa Costa del Palio, sino a tutta la prima metà del secolo scorso, l’estate brulicava di vacche al pascolo, sia sul versante verso Brumano e Fuipiano che nella valle di Morterone, verso la Culmine di San Pietro e oltre ancora. L’abbaiare dei cani e il muggito delle vacche si diffondevano nell’aria, richiamando la presenza dei gruppi di bergamini in alpeggio. Tutti i giorni, dopo la festa della Madonna del Rosario a Fuipiano (prima domenica di settembre), erano utili per la partenza, la mattina, di buonora, sempre dopo la mungitura. Pietro Invernizzi trascorreva la prima notte con la sua mandria a Selino Basso, dove il bergamì aveva avuto la possibilità di pascolare un prato fino all’indomani: in pagamento avrebbe dato al proprietario il latte munto la sera stessa e la mattina dopo. Così farà anche nelle tappe successive, fino a quando raggiungerà con la bergamina la cascina alla Bassa – da tre a sei giorni di viaggio – dove tiene una parte delle provviste raccolte in locali utilizzati l’anno precedente. Altri bergamini provenienti dalla Costa del Palio facevano la prima tappa a Ponte Giurino, dove c’era un grande stallazzo.

Durante la transumanza. Sant’Omobono, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierSul carro dei bergamì c’è di tutto: accanto alle masserizie della famiglia e agli attrezzi per la lavorazione del latte e la gestione della stalla, trovavano posto i bambini più piccoli, ma anche polli, maialini, vitellini nati da poco,… colmo sino all’inverosimile, tutto ricoperto dal bel telo bianco a nella parte superiore. È il carro da viaggio, una sorta di casa ambulante, utilizzato per raggiungere la cascina in pianura. Durante ogni sosta l’allevatore transumante si assicura dello stato di salute delle sue vacche e provvede alle due mungiture, quella del pomeriggio (appena giunto alla tappa) e nelle prime ore del giorno successivo (prima di ripartire di nuovo). Il bergamì si lega velocemente alla cintura lo sgabello da mungitura a una sola gamba con cinghie di cuoio. La notte diversi bergamini, quando le vacche sono radunate, le legano con d’ü cordöl [una fune]fissato a la gambìsa (l’arco di legno da mettere al collo degli animali, a guisa di collare), a un picchetto conficcato nel terreno; altri, invece, le lasciano libere nel pascolo loro assegnato, ma sempre sorvegliate a vista dal famèi [garzone].

Il bergamino Pietro Invernizzi. Sant’Omobono, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierAd attendere la bergamina in pianura, ecco le enormi masse di fieno frusciante accatastate sui fienili della cascina. Il cas de fé [cassero, scomparto tra un pilastro e l’altro del fienile] è il foraggio ben pressato e compattato esistente tra un pilastro e l’altro del fienile situato al primo piano. La parte esterna della mida dol fé [mucchio di fieno], sotto la gronda, si affaccia dal piano superiore verso la corte della cascina. Al piano terra c’è la stala de l’vache [stalla delle vacche] e all’intorno, nello spazio antistante, è un continuo andirivieni di persone impegnate nelle varie attività: chi è intento a trasportare secchi di latte col bàsol, mentre altri provvedono alla movimentazione di ras-ciàde [forcate]  di erba o di strame. Il bergamì era già sceso in cascina il mese di agosto per fare il contratto con il fittavolo: ora, però, si tratta di provvedere alla quantificazione definitiva del peso di ciascun cas de fé, avvalendosi dell’intervento dell’apposita squadra di taì [tagliatori], i quali provvedono a realizzare due casèle [carotaggi] in altrettante zone distinte del fienile, la prima scelta dal fittavolo, la seconda dal bergamino.

Vita in cascina. Sant’Angelo Lodigiano, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierGiunti in cascina, di norma ai bergamini veniva concesso il diritto di pascolo sino al 25 novembre, quando… a Santa Caterina, i àche en cassìna. Le vacche sarebbero poi rimaste rinchiuse nella stalla almeno sino a San Giorgio (23 aprile), ossia sino all’apertura della nuova stagione dell’alpeggio. Per molti allevatori rimaneva il problema di trascorrere alla Bassa gli ultimi quaranta dé [quaranta giorni] , sino a quando, ai primi di giugno, si poteva cargà mut [salire all’alpeggio]risalendo con la mandria di bruno alpine i sentieri della valle per raggiungere i pascoli ottenuti in concessione. In cascina il bergamino faceva una vita di stalla e il suo impegno principale quotidiano consisteva nella mungitura e nella lavorazione del latte, ma alla Bassa molti allevatori iniziarono a vendere il latte alle grosse aziende di trasformazione lattiero-casearia. La stala de l’vàche della cascina era molto diversa da quella di piccole dimensioni lasciata vuota in montagna e, sullo sfondo, oltre la prima porta, c’è la stala de manzète [manzette] e, più in là ancora, quella dol caàl. Il bergamì, quando può, organizza al meglio la distribuzione degli animali, tenendo distinti gli spazi per gruppi omogenei.

Vita in cascina. Sant’Angelo Lodigiano, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierAnche in cascina, come in montagna, l’abbeverata delle vacche avviene all’esterno, all’occorrenza anche nel grosso mastello di legno, chiamato in pianura segión [“secchione”]utilizzato in mancanza di una fontana in prossimità del pozzo, collocato di norma al centro nella corte. Non ci sono ancora le bacinelle per l’acqua applicate alla mangiatoia e due volte al giorno, mattina e sera, solitamente prima della mungitura, le vacche vengono slegate e, a gruppi di cinque o sei per volta, in relazione alla grandezza della fontana, si accompagnano all’esterno per l’abbeverata (dabbià fò i àche a bìf).

Vita in cascina. L’avveberata . Sant’Angelo Lodigiano, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierI fittavoli avevano stretto una formidabile alleanza con i bergamini, i quali erano costantemente deficitari di foraggio durante l’inverno e agivano da produttori di prezioso concime per campi e prati. Laggiù, alla Bassa, i bergamini, anche davanti ai padroni delle cascine, i se tuìa do mai ol capèl [non si toglievano mai il cappello, sottinteso “davanti al fittavolo o al proprietatio della cascina”], ossia mantenevano la loro dignità, grazie alla specifica forza contrattuale. Non si sporcavano le mani. Due volte al giorno il fittavolo inviava nella stalla alcuni braccianti per ripulire il letame dalla lettiera e trasportarlo nel luogo prestabilito, all’aperto – la méssa dol rut [concimaia] – dove sarebbe giunto a maturazione da lì a pochi mesi. Il trasporto del letame avveniva con la carèta senza sponde (stravacà la carèta, rovesciare la cariola), ma in precedenza si utilizzava la barèla [barella], trasportata almeno da due lavoranti.

Vita in cascina. Sant’Angelo Lodigiano, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierAnche nella cascina, il centro della vita del bergamì rimane sempre la stalla delle vacche. Nel contratto di cascina è previsto pure l’utilizzo di una o due grandi stanze per ospitare la famiglia transumante, ma rimangono ambienti freddi; d’accordo, c’è il focolare, ma anche la legna va razionata. La stalla, come avveniva prima in montagna, anche alla Bassa rappresenta la sala, il luogo privilegiato dell’incontro tra le persone, sino a trasformarsi in un piccolo ma efficace laboratorio artigianale. La presenza della sedèla da muns [secchio per mungere] e dol bidù dol làcc [bidone del latte], rivoltati all’insù sopra un cavalletto provvisorio, rivelano che siamo in presenta di un’attività zoo-casearia. Le donne, soprattutto la sera, sedute sulla baca [panca]posta contro il muro dell’andadüra [corsia centrale della stalla], sono intente a lavorare a maglia e a rammendare; altre, invece, sedute söl scàgn [su uno sgabello] o su qualche altro appoggiofilano la lana col füs [fuso]. La stalla si trasforma in uno spazio di socialità. Gli uomini costruiscono scope di saggina e altri piccoli manufatti di legno occorrenti per l’attività domestica quotidiana.

Pescarolo, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierIl bergamino vive in cascina, ma non partecipa alla vita e al lavoro quotidiano nella corte. Lui è di passaggio e, soprattutto, non è mezzadro, né dipendente. È in attesa di ritornare sui suoi monti. Mentre osserva le sue vacche nella stalla, sull’aia della grande corte alcune donne sono intente a fà sö la mèlga [raccogliere il mais essiccato sull’aia] con in mano rastèl, palòt e scua [rastrello, pala e ramazza]. Al centro c’è il pozzo, attrezzato di impianto manuale per il sollevamento dell’acqua, mentre all’intorno non mancano tettoie, granai, casa del fittavolo, portici del fienile, stalla per le vacche (in grado di contenere anche cento o duecento capi), “casa del bucato”, caseificio, abitazione degli “obbligati” o braccianti. Il bergamino anche in cascina mantiene la propria indipendenza.

Vita in cascina. Sant’Angelo Lodigiano, 1927. Fotografia di Paul ScheuermeierUn’altra stagione è passata. Il bergamì è ritornato alla vita in cascina, dove trascorrerà con la mandria e la famiglia i mesi invernali. È il tempo del riposo e del ripensamento per i tanti impegni conclusi e quelli da affrontare. Qui si confronterà nuovamente con fittavolo e braccianti. Nella stalla, sempre accanto alle sue vacche, seduto sullo scagn [sgabello], si dedica a varie attività, si intrattiene con familiari e ospiti, mentre osserva le sue mucche ruminare e vigila continuamente sul loro stato di salute… Ma già pensa alla stagione successiva, a quando cioè potrà ritornare in quota, sull’alpe, a traguardare lontani orizzonti…

Pescarolo, 1927. Fotografia di Paul Scheuermeier

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I bergamì tornano nel cuore di Milano

Venerdì 28 aprile alle 18 alla Sala del Grechetto della Biblioteca comunale centrale di Milano (Via Francesco Sforza, 7)


(23.07.17) Si torna a parlare di bergamini a Milano. Un ritorno a casa gli allevatori-casari transumanti di origine orobica che rappresentarono per secoli una presenza ben visibile nella metropoli lombarda. L’occasione è offerta dalla presentazione i libri di Michele Corti sul tema dei bergamini alla biblioteca centrale comunale (Palazzo Sormani-Andreani) nel quadro del ciclo di incontri Grechetto-dipoesia e delle attività di Latte&Linguaggio onlus che organizza a maggio alla ex Cascina Chiesa Rossa (biblioteca comunale realizzata in una vecchia stalla di bovine da latte) l’omonimo convegno-sagra rurbana Alla sala del Grechetto della Sormani si parlerà di bergamini e Milano, bergamini e Valsassina, con Michele Corti e Giacomo Camozzini (autori). Antonio Carminati (editore), Luigi Ballerini, l’anima di Latte&Linguaggio.

Ma non è strano parlare di allevatori-casari, per di più montanari nel centro di Milano? D’accordo che questi personaggi sono oggetto di libri, ma… E invece i bergamini proprio nella precisa zona di Milano dove sorge la più frequentata biblioteca cittadina, erano di casa.

Partiamo dalla via

I bergamini, come altre “categorie” che hanno marcato la storia di Milano del tardo medioevo e della età moderna, hanno – in pieno centro della città – una via ad essi  dedicata nel quartiere dove si concentrano e aleggiano  le loro memorie.  Come gli orefici, i cappellari, gli spadari, gli armorari ecc.

Per chi non lo sapesse la via bergamini è dedicata proprio a loro, era detta prima della più fredda “via bergamini”, “contrada dei bergamini”. Così, al plurale, era chiaro a chi ci si riferisse. Poi la toponomastica modernizzante ha censurato quegli arcaici “dei”e ciò non aiuta gli ignari.
La via quindi è intitolata ad una categoria, ai bergamini, non a un sig. Bergamini (cognome peraltro piuttosto diffuso), una categria che per i cittadini era tanto famigliare quanto i cappellai o gli orefici.  A togliere ogni dubbio c’è il fatto che, sulla targa infatti non c’è nessuna di quelle “qualificazioni”, dal sapore burocratico
(sino ad esiti comici quali: “Spartaco: gladiatore”), che accompagnano l’intitolazione della via sulle bianche targhe marmoree.
Ecco come si presenta oggi (foto sotto) la via bergamini (in fondo si vede bene  la facciata dell’ex Ospedale grande, ora sede dell’università). Sino a qualche decennio fa sulla via si affacciavano ancora le botteghe dei furmagiatt. Anche a occhi chiusi qui – chissà in quanti milanesi se lo ricordano – si percepiva il (fragrante, ma anche penetrante) nesso con una “storia di cacio e stracchino”. Ma quanti degli studenti che frequentano la “statale”conoscono i bergamini? Da tempo medito di eseguire un sondaggio in proposito. Di piazzarmi sotto la targa e fermare gli studenti: “scusa, non sono un rompiballe, ma un prof, e vorrei fare un piccolo sondaggio sugli studenti che passano da questa via…”
La dedica della via – che ha dato luogo a ricostruzioni a volte
fantasiose – era legata, ovviamente, alla presenza dei bergamini al “mercato della Balla” (il mercato istituzionale dei latticini, che ebbe più sedi e si teneva ogni tre giorni). Per secoli la sede era nell’area di via Torino (esiste ancora la via Palla,) poi venne spostato alla Cà granda (via Festa del perdono). Nell’opera Milano e il suo territorio, curata da Cesare Cantù ed edita nel 1844 si legge:

Ab antico si chiama la balla il mercato dei burri e latticinii in città e dapprima stava tra Sant Alessandro e San Giorgio ove ne dura il nome, poi fu trasferito presso l’ ospedale grande sotto una tettoia nè bella nè comoda, Ma un mercato dei commestibili è un altro de pensieri che la città va maturando (1)

 

 L’imbocco di via Bergamini negli anni Venti

 

Bergamini venditori diretti

I “mercati contadini” non sono certo invenzione degli ultimi anni. Le autorità annonarie cittadine (quel Tribunale di provisione che ci è famigliare dai Promessi sposi) si preoccupavano molto di calmierare i prezzi, di far affluire le derrate (2).
In un “mercato regolato” (inconcepibile oggi ai tempi del liberismo ma che non funzionava poi così male) numerosi e dettagliati “capitoli”(articoli dei regolamenti) si preoccupavano di come far affluire le merci e di controllare i prezzi. Così i nostri bergamini li vediamo citati spesso nelle regole relative alla gestione del mercato cittadino dei prodotti alimentari. Nei capitoli realativi a Olij, Grassi, Sevi, Candele, & Mele del Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano… (3).

Cap. IX. Alcuno Postaro, ò rivenditore di questa Città non ardischi comprare, ne incaparare alcuna quantità di butiro, o mascarpe da alcuno Bergamino, ne altra persona, ne qualsivoglia vettovaglia in questa Città innanzi la seconda nona, ne di fuori per miglia dodici, ma tal butiro, & vettovaglie, che si conducono dalli Bergamini & altri alla Città, quali le debbano vendere loro stessi publicamente nelli luoghi destinati, publici, & soliti, conforme però sempre alli ordini, & non le possino vendere ad alcuno venditore di questa Città, ma solamente quelli, che vorranno comprare per uso proprio, & non altramente (salvo doppo l’hora della seconda nona come sopra alli Postari), & tutto ciò sotto pena de scuti cinquanta d’oro, e di tratti tre di corda, overo d’essere posto alla berlina o catena all’arbitrio delli detti Signori […]

Nella categoria dei “bergamini” figuravano anche quei personaggi che, pur continuando una vita “nomade” spostandosi da una cascina all’altra, avevano abbandonato la transumanza e si erano concentrati sull’attività casearia. Si tratta dei latée. Essi non solo mantenevano ancora diverse vacche da latte ma, con il siero e il latticello residuo delle lavorazioni casearie, allevavano anche diversi maiali che, una volta ingrassati, erano esitati sul mercato cittadino. Gente con una particolare sensibilità e affinità con gli animali (in testa avevano … i bes-cti)

MediatoreGiancarlo Vitali. Il mediatore

C’è una graduazione senza soluzione di continuità tra chi allevava e transumava, chi allevava e caseificava e chi – infine – si specializzò nell’attività di “negoziante”, vuoi di prodotti caseari, vuoi di bestiame. Da questo punto di vista va infatti ricordato come il “negoziante” non era solo un commerciante. Il bergamino (e i latée) vendevano formaggio fresco, spesso freschissimo (non ancora salato). Era il negoziante che, in appositi magazzini semi-interrati (dislocati in precise aree della città, come vedremo poi), provvedeva alla lavorazione, stagionatura, conservazione degli stracchini (e del grana). Ultimo anello della catena erano i rivenditori, i postari, i bottegai (ma spesso questa attività era legata a quella di commercio e stagionatura e, comunque era gestita da diversi rami delle stesse grandi famiglie). Quando, con l’espansione della città, che divorava marcite e cascine, diminuì l’offerta di stalle e foraggio ma aumentarono le bocche da sfamare, non pochi piccoli bergamini (i grossi diventarono agricoltori o imprenditori caseari) divennero “lattai” (non più nel senso di “casari” ma in quello di esercenti botteghe di vendita al minuto di latte e latticini (quelli che chi è nato negli anni cinquanta-sessanta ricorda con nostalgia e che oggi sono oggetto di revival). Non pochi divennero anche cervelée.
La presenza e la geografia dei bergamini a Milano è quindi legata a una costellazione di figure ad essi legate per rapporti di parentela e di affari. Figure stabilmente presenti in città: “negozianti” di formaggi, mediatori, commercianti di fieno e di bestiame, rivenditori di generi alimentari.

Una geografia dentro le mura

La presenza dei bergamini nella città si raggrumava in quello spicchio urbano entro la cerchia dei Navigli che unisce piazza Fontana alla Cà Granda. Dal punto di vista temporale i bergamini diventano visibili (agli atti) nel XVI secolo. Nel XVII rappresentano una presenza molto “famigliare” tanto che non solo i capitoli del mercato della balla ma anche altre normative li citano senza bisogno di aggiungere altro. Natale Arioli, nipote di un berlaj (nel lodigiano i bergamini che praticavano la transumanza erano spesso chiamati così) ex docente ITAS Codogno e allevatore (oltre che studioso) ha rintracciato la presenza dei bergamini in molti documenti (notarili) del XVI-XVIII secolo. E’ sorprendente come gli atti ci riconsegnino la realtà viva di persone che testimoniano in tribunale o da un notaio a Milano ma potevano venire dalla remota val Tartano che è nelle Orobie ma sul versante abduano. Oggi parli con amici “montagnini” e per loro venire a Milano sembra un’avventura nella jungla (metropolitana) mezzo millennio fa i nostri antenati montanari a Milano erano a casa loro. Ci andavano e venivano. La transumanza (e le migrazioni stagionali qualificate in genere) allargavano gli orizzonti e i montagnini erano tutt’altro che spaesati in città. In Valsasina i comuni affidavano ai bergamini servizi di “tesoreria”. Visto che, tranne in estate quando alpeggiavano, si recavano a Milano spesso (per vendere i prodotti o “fare mercato” di animali, acquisto del fieno ecc.) nel XVIII secolo, a Cassina, il comune incaricava il bergamino Giovan Battista Combi dell’effettuazione di pagamenti si vide abbuonato di parte dell’affitto in cambio del versamento a Milano ,a nome del comune, del corrisponente importo ad estinzione di debiti e imposte dovuti dal comune stesso (4).

Dettaglio della mappa di Milano di Giovanni Brenna del 1860

I bergamini erano ben visibili con i loro tabarri al mercato di piazza Fontana che si teneva due volte la settimana. Già, piazza Fontana…

La frequentazione della piazza (e della banca che serviva come appoggio per le operazioni) da parte dei bergamini intabarrati non era ancora cessata nel 1969 quando, il 12 dicembre, una bomba devastò il salone della Banca nazionale dell’agricoltura causando la strage che inaugurò un triste periodo.  Camilla Cederna, in un pezzo giornalistico che fece scuola (4) li citò tra le figure di un mondo rurale che stava scomparendo ma che esisteva ancora.
Erano presenze caratteristiche quelle dei bergamini (che non potevano sfuggire ai milanesi, anche a una giornalista che si era occupata di frivolezze primadi passare al giornalismo politico) . Prima della guerra la loro “divisa” era ancora più interessante. “

In Piazza Fontana a Milano non è più dato vederli avvolti nei loro caratteristici mantelloni pelosi di lana verde […]” (5). Così  scriveva negli anni Settanta Luigi Formigoni (zio di Roberto). Il veterinario Formigoni, a partire dagli anni Venti ebbe parecchio a che fare con i bergamini della Valsassina, capendoli e ammirandoli (fatto raro tra i tecnoburocrati).  Fu, infatt, qualità di funzionario (responsabile della zootecnia) della Cattedra ambulante di agricoltura e poi di direttore dell’Ispettorato agrario provinciale . L’abbigliamento dei bergamini in piazza Fontana dalla descrizione di un informatore bergamino, raccolta di persona diversi anni fa (6).

Prima della guerra i bergamìn prima de tutt gh’éren i uregìn d’òor, bei uregìn. Vegnéven in  piazza [Piazza Fontana] cun la scussalìna magàri un scussaa, quéi scussaa che metéven sü a fa i strachìn, de téla gròssa e i ligàven chidedrée [girato sul fianco e di dietro ] cun la tracòlla. Vegnéven in piazza cul scussaa, magàri gh’e n’era de quèi che metéva  sü anca un para de zuculàss gh’e n’era de quej che vegnéven sü cun scussàa e bastùn perché el  bastùn el mülàven no; l’utanta per cént di  bergamìn vegnéven  in piazza cul bastùn e l’era pròpi un abitùdin

esterno-san-bernardino

 

Come tutte le categorie i furmagiatt avevano un patrono e un”sindacato”.  Si tratta del Pio Consorzio di S. Lucio Martire, che venne canonicamente eretto nel venerando santuario di San Bernardino alle Ossa. Il Consorzio, fondato nel 1835 commissionò al pittore Ignazio Manzoni nel 1845 un grande dipinto ad olio, da cui fu ricavata una splendida stampa della raccolta Bertarelli: una scena animata che ripropone il santo nella sua opera di carità verso i poveri. Il dipinto era collocato a destra dell’altare maggiore, nel corridoio che porta all’uscita di via Verziere ora non è esposto perché ammalorato e necessita di restauro. Una riproduzione del quadro (sotto) è visibile all’esterno del caseificio di Morterone (in Valsassina)

La chiesa di San Bernardino alle ossa rappresentò un punto di riferimento costante per i bergamini . Come testimoniato da questa ricevuta rilasciata al “divoto signor Giuseppe Arioli” per la celebrazione di messe di suffragio. Gli Arioli rappresentano una dinastia di bergamini originari di Piazzatorre e Mezzoldo in alta val Brembana che conta ancor oggi allevatori e imprenditori caseari nell’area del lodigiano e nell’abbiatense.

Nella nostra geografia dei bergamini vogliamo includere anche il palazzo Sormani-Andreani. E non solopèer ragioni simboliche. Esso fino al 1783 era palazzo Monti e i Monti, originari della Valsassina, diventandone feudatari nel 1647. Per la famiglia, osteggiata dai Manzoni e da altri potenti il feudo rappresentò un pessimo affare economico. Si consolarono con… gli stracchini dei bergamini. Uno dei pochi vantaggi conseguiti all’infeudazione fu il possesso del monte (alpeggio)di Artavaggio. Nel 1731 Il conte Cesare Monti (nipote del cardinal Monti) affittò  il monte a Giuseppe Bera di Moggio per 1330 £ più un appendizio di 20 libbre di stracchino (poco più di 15 kg)  da consegnare presso il suo palazzo milanese (7).  Il palazzo è l’attuale sede della biblioteca comunale centrale (“la Sormani”).
In via Francesco Sforza, dove speriamo di veder scorrere ancora le acque dei quella che era  “cerchia interna”, oltre alla Sormani e alla Cà Granda possiamo aggiungere un altro elemento della geografia dei bergamini-furmagiatt. Essi, in alcuni casi fecero strada, alcuni in modo strepitoso entrando a far parte della più ricca borghesia cittadina. Uno di questi fu Romeo Invernizzi. Gli Invernizzi erano bergamini originari di Morterone (località che si raggiunge oggi da Ballabio con una tortuosa strada di 16 km). Carlo Invernizzi, padre di Giovanni, il fodatore della ditta, era nato nel 1837. Svernava nell’area di Treviglio e di Vaprio. Nel 1870 si stabilì definitivamente in pianura, lavorando come laté, il latte raccolto in zona, a Settala, a Sud di Melzo. Nel 1908, fondò la ditta che portava il nome del padre bergamino e, nel 1914, aprì uno stabilimento a Melzo (a breve distanza da quello della Galbani, altra ditta con origini bergamine valsassinesi).
Nel 1925 alla guida della ditta subentrerà il giovane Romeo che impresse un deciso impulso all’azienda. Il padre mantenne però sino alla morte (1941) il compito di selezionare le cascine fornitrici di latte. Giovanni Invernizzi si occupava anche di “rastrellare” i fondi agricoli in un periodo in cui i proprietari, appartenenti all’aristocrazia lombarda, erano in difficoltà. Dall’acquisizione di diverse piccole cascine nacque la proprietà di Trenzanesio (oggi un po’ mortificata dalla bretella della brebemi) nello stile della tenuta all’inglese, con tanto di daini. A far schiattare d’invidia aristocratici e borghesi dai nobili blasoni industriali era anche la sontuosità della dimora cittadina degli Invernizzi, il palazzo-villa con fronte Corso Venezia(e giardini pensili)  e retro su via Cappuccini con il famoso parco dei fenicotteri rosa.
Nel 1928 la Invernizzi rilevò da Galbani uno stabilimento già avviato a Caravaggio che consentì alla ditta di lanciare prodotti con il marchio di famiglia e di proiettarsi in campo nazionale e internazionale fino alla cessione alla Kraft nel 1985. A Pozzolo nacquero Giovanni ma anche i nipoti Remo e Romeo che mantenne le redini della società sino al 1982 e che si è spento a Milano nel 2004 a 98 anni al termine di una vita che l’aveva visto esordire da bambino comelaté, raccogliendo il latte prima di andare a scuola, e poi concluderla da ricchissimo industriale. Ricchissimo ma attento a ricalcare la tradizione meneghina di sostegno alle istituzioni ospedaliere. Così di fronte alla vecchia Cà Granda che vedeva i bergamini intenti a vendere i loro stracchini, sull’opposta “sponda” del naviglio (ancora coperto dall’asfalto tombale) oggi grazie ai lasciti dell’ex-laté, nipote di un bergamino transumante, sorge il più moderno padiglione della Cà Granda.

Una geografia che esce dalle mura

Il comune di Milano, fu circoscritto entro le mura (“spagnole”) sino al 1873, quando vennero assorbiti i Corpi santi, che costituivano un comune a se. Il perimetro dei Corpi santi, che divenne quello del comune di Milano (salvo poi fagogitare in tempi successivi parecchi altri comuni come quelli di Lambrate e del Vigentino). I Corpi santi, istituiti nel 1781 , rappresentavano una “camera di compensazione” tra la città e la campagna vera e propria. Si praticava un’agricoltura intensiva con moltissime  cascine. Quelle della prima fascia, di un miglio o poco più erano piccole e la produzione di latte era indirizzata prevalentemente al consumo fresco. Mano a mano che ci si allontanava dalle mura cittadine le cascine dei Corpi santi (così verso il Vigentino e Charavalle) assumevano l’aspetto di quelle tipiche della “bassa” con grandi corti che potevano ospitare anche centinaia di vacche da latte di più bergamini. Nei Corpi santi erano dislocate attività quali osterie, mulini,  lavanderie in stretta relazione con i bisogni della città ma anche attività industriali (concerie, fonderie, fornaci).

Il Borgo di San Gottardo (per i milanesi el burgh di furmagiatt sino a non molti anni fa) deve la sua fortuna alla presenza dei Navigli e della Darsena ma anche delle strade regie che correvano ai lati delle alzaie e conducevano verso il Piemonte e Pavia. Un ruolo decisivo nel determinare lo sviluppo del Borgo lo svolse però la normativa fiscale. I corpi santi erano esenti da dazio, quindi era possibile il magazzinaggio di merce deperibile destinata alla città (dove entrava solo quanto necessario al consumo cittadino) ma anche ad altre destinazioni interne  Questa favorevole condizione si instaurò però solo dopo il 1828. Sino a quella data, al fine di rendere meno agevole l’ingresso a Milano di merci di contrabbando, era vietata qualsiasi attività di deposito anche nei corpi santi e i furmagiatt milanesi avevano grandi magazzini di stagionatura a Corsico.  A metà degli anni cinquanta del XIX secolo i depositi caseari del Burgh raggiunsero il numero notevole di 105(8).
El burgh di furmagiatt mantenne una grande importanza nel commercio caseario sino agli anni trenta quando la stagionatura del gorgonzola venne trasferita a Novara. Per un certo periodo, mentre la funzione di magazzinaggio ormai declinava, le ditte mantennero ancora le sedi commerciali nel borgo (9)

Corso San Gottardo – El burgh di furmagiatt 

A Milano le attività di stagionatura dei formaggi non rimasero esclusive del burgh di furmagiatt. Verso la fine dell’ottocento si affermarono attività di stagionatura anche nella zona a N-E della città. Le storie di bergamini originari della val taleggio ci consegnano notizie di stagionature tra Porta tenaglia (oggi Porta Volta) e Porta Venezia. non sappiamo se e in quale misura queste attività (sicuramente di rilievo molto inferiore a quelle di Porta Ticinese) si rifornissero attraverso il vicino porto del Tumbun de San March (10). 

Per una strana coincidenza le due testimonianze riguardano due originari della contrada Grasso di Taleggio: uno: Pietro Bellaviti, nato nel 1828, si trasferì a Milano nel 1850 avviando un’attività di stagionatura a Porta orientale (attuale Porta Venezia), di certo in connessione con i numerosi bergamini di origine taleggina della zona dell’Est milanese. il pronipote racconta come il bisnonno realizzasse nel 1880 due edifici in Via spallanzani dove prima esisteva l’osteria Tri basèi (11). Nella foto sopra via Spallanzani a Porta (già Borgo) di Porta Venezia

Giacomo Danelli, nato negli stessi anni di Pietro Bellaviti, nel racconto di una pronipote (che ne conserva una fotografia di fine XIX secolo, qui a fianco) esercitò per tutta la vita l’attività di bergamino svernando solitamente nei Corpi santi. Come tutti i bergamini frequentava il mercato di Piazza Fontana e vendeva gli stracchini che produceva ad un nipote “negoziante” (commerciante-stagionatore) che risiedeva in Via Paolo Sarpi (dove il processo di urbanizzazione si sviluppò negli anni ottanta)(12)

La “polveriera” tuttora esistente in Corso Buenos Aires (negozio Benetton) 

Restando a Porta Venezia merita un accenno anche l’attività dei commercianti di bestiame di origine bergamina (13). I commercianti, spesso parenti degli allevatori visitavano le stalle dei bergamini che svernavano nel Milanese durante tutto l’inverno, acquistavano i capi che disponibili e li mantenevano nei loro depositi fuori Porta Tosa (oggi porta Vittoria), Romana ed Orientale (oggi porta Venezia) dove era possibile acquistarli anche a gruppi di decine di capi.  Tra i grossi commercianti di bestiame figuravano dei valsassinesi. Lorenzo Buzzoni di Barzio, nato all’inizio del XIX secolo, operava fuori porta Venezia, l’epicentro dei commerci di bestiame, e divenne proprietario di un edificio,tuttora esistente in corso Buenos Aires all’angolo con la via San Gregorio. Il fratello, che continuò a produrre latticini in Valsassina, ebbe meno fortuna. Il palazzo, realizzato a fine Settecento come polveriera (si chiama ancora così), era divenuto osteria con alloggio e stallazzo (“parcheggio” per i cavalli). L’osteria era luogo di incontro dei commercianti di bestiame.

La via Conte Rosso a Lambrate

La zona a Est della città era particolarmente ricca di cascine. Essa si estendeva poi verso la Martesana che, grazie al Naviglio e al ruolo di crocevia della transumanza di Gorgonzola, divenne (con Melzo) l’area del decollo industriale caseario. Dopo Gorgonzola era Lambrate il centro caseario più attivo nell’Est milanese. Sappiamo che nell’indagine sui ‘caselli’ del 1840 per la provincia di Milano (14) venivano segnalate, come chiaramente distinte dai ‘casoni’ o ‘caselli’, un certo numero di ‘fabbriche del formaggio’. Di queste ben 13 si trovavano proprio a Gorgonzola, mentre la maggior parte delle altre erano localizzate nella zona immediatamente ad Est di Milano dove era possibile ricevere il latte dai numerosi bergamini che operavano nell’area. Così ne sono indicate quattro a Lambrate (oggi comune di Milano), tre a Limito, tre a Linate (oggi comune di Segrate, confinante con Milano). A Lambrate ditte casearie (produzione e /o commercio) di una certa rilevanza si segnalano ancora nel Novecento e sono in genere gestite da bergamini della val Taleggio. A Liscate è tutt’oggi attivo nella produzione di stracchini il caseificio Papetti (il cognome, originario della val Brembana,  è uno tra quelli importanti nella storia dei bergamini).

Tutta la fascia a Sud, Est e Ovest della città era area di densa presenza dei bergamini. Qui ci piace ricordare, per concludere, almeno uno dei vecchi comuni milanesi fagocitati dallo sviluppo (spesso brutto e disordinato) della metropoli: il Vigentino (nella foto il municipio nella via Ripamonti). Molto fitta era la presenza dei bergamini a sud della città perché qui scorrevano i canali scolmatori (l’antica Vettabia e il Redefossi) che veicolarono per secoli le acque luride di Milano fertilizzando le campagne e consentendo produzioni foraggere super (per quantità, non per qualità). I due fattori: vicinanza del mercato di Milano e acque di irrigazione “grasse”. Poi con il dilagare del cemento le acque subirono un pesante inquinamento chimico a causa dell’uso dei detersivi non degradabili e della proliferazione di scarichi dei reflui di lavorazioni industriali.    Ci sarà spazio anche per “nuovi bergamini” nel futuro di Milano? Intanto al Parco del Ticinello la Cascina Campazzo continua a produrre latte dopo aver scampato il destino della lottizzazione . Ci sono tante cascine fantasmi di sé stesse, tante superfici coltivate sommariamente (tanto per la Pac) che attenderebbero di essere “riconquistate” dai bergamini.

Note

(1) C.Cantù, a cura di, Milano e il suo territorio, Tomo II, Pirola, Milano, 1844, p.101(2) Le autorità intendevano evitata nelle città non solo fame ma anche malcontento (mentre la carestia nelle campagne era tollerabile perché meno pericolosa). Era infatti difficile reprimere le rivolte cittadine, i “tumulti”. Che potevano facilmente degenerare nella “presa del palazzo”. Le cose, come noto, cambiarono dopo l’esperienza del 1848 quando, a partire da Parigi, si iniziò un “risanamento urbano”. Esso, eliminando il reticolo di viuzze, aveva lo scopo non tanto dissimulato di consentire alle truppe (e ai cannoni, che anche a Milano furono usate dal sabaudo Bava Beccaris) di impedire l’erezione di barricate.

(3) Sommario delli ordini pertinenti al tribunale di provisione della citta et ducato di Milano.  Cominciato l’anno 1580, successivamente ampliato nel 1613. Et finalmente perfettionato nell’anno 1657 con aggionta delli Ordini seguiti al presente ec. Nella regia Ducal corte per Cesare Malatesta Stampatore ec., Milano, 1657

(4)   A. Dattero , La famiglia Manzoni e la Valsassina: politica, economia e società nello Stato di Milano durante l’Antico Regime, Franco Angeli, Milano, 1997, p. 55.

(5) C. Cederna, “Una bomba contro il popolo”, L’Espresso, 21 dicembre 1969.

(6)  L. Formigoni, La Valsassina e l’allevamento del bestiame bovino di razza Bruna Alpina, s.l., 1930. p. 7

(7) L’infomatore era Mario Magenes, nato nel 1922 e l’intervista la raccolsi nel novembre 2011 presso la sua abitazione di Cascina Pessina in località Novegro (Mi), comune di Segrate (al confine con Milano)

(8) A. Dattero, op. cit,  p. 56

(9) C. Besana “Note sulla produzione e il commercio dei prodotti lattiero-caseari”, in P. Battilani, G. Bigatti (a cura di), Oro bianco. Il settore lattiero caseario in Val Padana tra Ottocento e Novecento, Lodi, Giona, 2003, p. 130

(10) M. Corti,   La civiltà dei bergamini. Un’eredità misconosciuta. La tribù lombarda dei malghesi tra la montagna e la pianura dal quattordicesimo al ventesimo secolo, Centro studi valle Imagna, Sant’Omobono terme, 2014, p. 272

(11) M.Corti, “I navigli milanesi: vie d’acqua e di latte  (o, per meglio dire, di caci e stracchini)”, in Latte&Linguaggio, 3 (2017):145-164 (a cura di L.Ballerini e P.La Torre, Danilo Montanari editore, Ravenna)

(12) 10. A. Carminati (a cura di) Bergamini, vacche e stracchini. Ventiquattro racconti di malghesi, lattai e fittavoli dalla Valle Taleggio alle cascine di Gorgonzola e dintorni. Centro studi valle imagna, Sant’Omobono terme, 2015, p. 68

(13) Intervista eall’autore alla pronipote raccolta il 3 ottobre 2015 presso la sua abitazione in contrada Grasso di Taleggio.

(14) M. Corti, G.Camozzini, P. Buzzoni. Zootecnia e arte casearia. Tradizioni da leggenda in Valsassina, Bellavite, Missaglia, 2016, p.68-60

(15) Archivio di stato di Milano, Atti di governo, Commercio, p.m., b. 15