la vita dei pastori e la storia di un plagio

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La vita del gregge bergamasco (e la storia di un plagio)

La copia originale della tesi di laurea originale di Mario Coeta, stampata a Milano nel 1921, è stata donata all’Associazione pastori lombardi dagli eredi dell’autore. Una buona occasione per restituire a Coeta la paternità del suo lavoro integralmente copiato da Gianni Astori che – grazie ad esso – diventà medico veterinario. Il Dr. Gianni Astori si laureò alla facoltà di veterinaria dell’Università di Parma nel 1942 . La beffa fu che la tesi di Astori/Coeta fu ripubblicata – con il nome di Astori – nel 1963 dall’Ispettorato agrario di Bergamo (sotto è riprodotto il frontespizio).  Mentre  sappiamo dove e in cosa si laureò Astori non sappiamo nulla di Coeta perché all’epoca non usava indicare la Facoltà.  Tra l’altro nel 1921 l’Università di Milano non esisteva ancora (fu fondata dopo tre anni). Vi erano però i Regi Istituti superiori di Agricoltura e Veterinaria che confluirono nella ‘Statale’. Varrà la pena cercare di saperne di più a titolo di risarcimento per il disconoscimento che per lungo tempo ha subito il Coeta. Nella prefazione, a somma beffa del povero Coeta si menziona come l’Astori di era laureato “brillantemente”. 

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Di seguito offriamo ai lettori uno dei capitoli più interessanti del lavoro di Coeta dal quale emergono i grandi cambiamenti ma anche le costanti della pastorizia vagante lombarda

La vita del gregge bergamasco

Tratto da : Mario Coeta, La pecora Bergamasca. Tesi di Laurea, Milano, Tipografia Giuseppe Rozza, 1921, pp 17-23. Il testo è stato riprodotto conforme all’originale; si è solo provveduto alla correzione dei nomi delle specie botaniche

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La pecora bergamasca si alleva in quasi tutti i 58 comuni del circondario di Clusone. I comuni che danno il maggior numero di pastori sono: Clusone, Fino del Monte, Onore, Songavazzo, Castione della Presolana, San Lorenzo, Gromo, Torre, Vertova, Gandino. Nel circondario di Clusone l’allevamento bovino ha importanza massima. Ecco come vi si procede, da chi meglio sa fare. In generale chi alleva le pecore e anche proprietario e le governa personalmente nell’interno. In estate, le dà in consegna al pastore di mestiere o ad un compagno amico, che raccoglie, appunto, i greci di molti altri. In montagna la sorveglianza delle pecore è molto più facile che in pianura e un solo uomo può, con un garzone di cane governare greggi di 300-400 capi. Intanto chi gli ha affidato le pecore sue, rimane a casa per altre cure, principale quella della cultura dei campi del fondo valle. Alle volte il pastore non è che uno dei proprietari i quali, per turno, fanno la stagione della montagna, per conto proprio e degli altri.

Nel primo caso, quando cioè il gregge viene affidato ad un pastore di mestiere, il compenso a costui consiste: in L. 4. – per capo (di qualunque età) pel primo mese, che è generalmente il mese di Maggio; in L. 8.- per capo, per i 3-4 mesi successivi di pascolo in alta montagna; in L. 5. – pel pascolino. Nel secondo caso, i proprietari rimasti, nulla pagano al Comune loro mandatario, appunto perché si tratta di prestazioni che, per turno, ciascuna d’essi è tenuto a dare. In tutti i casi singoli proprietari devono pagare del proprio le visite veterinarie, prima della partenza del gregge per il pascolo e tale tassa di L. 30-40 per ogni 100 capi o frazione di 100.

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Nel passato, specialmente, i grandi proprietari di piccole, le davano in consegna ad un pastore per tutto l’anno, pagandolo a seconda del numero degli animali e delle difficoltà, maggiori o minori, per alimentarli. Se no, glieli dava a Soccida; cioè due punti il proprietario consegnava le pecore al pastore, questi a sua volta, doveva pagare tutte le tasse di cui il bestiame era aggravato e doveva passare 1 Kg. di lana per capo, all’anno al proprietario. Dopo 3-5 anni, secondo i patti convenuti, proprietari conduttori dividevano a metà il gregge. I proprietari non perdono però il contatto con loro gregge. Di tanto in tanto salgono all’alta montagna per visitarlo, osservarne i nuovi nati e marcarli per riconoscere i propri animali fra i tanti, ogni proprietario contrassegni suoi con una marca incisa nel padiglione dell’orecchio.

I contrassegni più comuni sono questi:

 Marche pastorali

Essendo pochi e gli animali moltissimi, il contrassegno di ciascun proprietario viene costantemente apposto o sull’orecchio destro o su sinistro o sul padiglione interno o sull’esterno. Sicché, quand’anche l’animale portasse due contrassegni di forma identica, il luogo in cui sono opposti e decisivo per giudicarne proprietario. Tale contrassegno è prova sufficiente in giudizio.

Seguiamo ora il pastore del suo gregge. Il gregge sfrutta dapprima i pendii  vicini ai villaggi fino a metà Giugno, circa; poi si unisce con altri, formando greggi numerosi di un migliaio di capi e sale sulle montagne. La trova i pascoli presi in affitto.

Il prezzo di tale affitto variabile. Esso viene calcolato in base all’ampiezza e qualità del pascolo, lungo la qualità delle baite. Nessun ovile bergamasco ricovera la pecora. Del resto essa non soffre freddo, né le piogge, a meno che quello sia molto intenso e queste due non lungo. La lana è tanto fitta che difende l’animale da tutte le intemperie. Istintivamente, poi, esse si sono creata una auto-difesa cioè, le pecore si raggruppano ciascuna caccia la testa tra il corpo delle compagne, sì da resistere, tutti assieme, alle procelle. Il vivere così all’aperto ha un’enorme influenza sulla qualità della lana. L’esperienza ha insegnato che la lana delle pecore vissute all’aperto è molto migliore di quella delle piccole cresciute negli ovili. Però è sempre opportuno provvedere dei ricoveri degli animali malati. A tale scopo i pastori costruiscono delle baracche in pietra a secco coperte da cortecce di pino, che bastano all’uopo. In queste baite pur essi passano la notte e si preparano il magro cibo. Molte volte pastori si associano i mandriani ed a turno vanno a mangiare ed a riposare nel casolare di questi ultimi, di costruzione migliore. Ma ben altri rapporti si stringono tra pastori e i mandriani.

Essi han già stipulato dei contratti fra loro fin dall’inverno, contratti intesi a sfruttare l’Alpe nel modo più redditizio, cioè per farla godere agli armenti fin dove il piede del bovino può spingersi e farla godere agli ovini fin dove la piccola arriva e trova sufficienza da vivere. Di più, quando gli armenti abbandonano i pascoli in basso, sulle loro orme vengono le pecore, che vi si indugiano brucando tutto il mangiabile, che altrimenti sarebbe andato perduto. Cosicché mandriani e pastori han saputo combinare tal sistema di sfruttamento da dover poi concludere che l’arte non poteva essere meglio utilizzata. Per incidenza ricordo a questo punto che le Alpi pascolive nella bergamasca sono tutte  di proprietà privata, tutt’al più del demanio comunale e non soggetti a servitù pubblica di pascolo in nessun caso. E sulle giogaie che a prima vista parrebbero brulle, trovano le pecore le erbe nutrienti ed aromatiche, strappandolo ovunque con la loro labbra fine.

Il pastore, poi, per rendere il palato della piccola sempre più rustico, tale da appetire tutte le varietà di piante, anche le meno attraenti, la stimola con del sale, che sparge mucchietti qua o là, sulla montagna. Il consumo medio di sale per questa via, mi sono riferito a essere di Kg. 3-4 per ogni 100 pecore, per ogni gettata, e le gettate non sono più di 2 o 3 per stagione. Le erbe che crescono sui monti della bergamasca e sono e che  danno il caratteristico grato sapore della carne, sono molto diverse, perché molto vario è il terreno.

Le principali sono*:

Carex firma – Carex curvula – Ligustricum mutellina – Plantago alpina – Dalix herbacea – Poa alpina – Poa alpina minor – Urtica dioica – Chenopodium bonus henricus – Stallaria nemorum – Antoxantum odoratum – Festuca rubra – Festuca ovina – Agrostis rupestris – Festuva violacea – Festuca pumila – Briza media – Trifolium alpinum – Onobrychis montana – Hedysarum obscurum – Oxytropis campestis – Astragalus campestris – Phlaca frigida – Trifolium badium – Phleum micheli – Elyna spicata – Graphalium supinum – Leontodon pirenaicus – Potentilla aurea – Soldanella pusilla – Soldanella alpina – Agrostis alpina – Luzula spadicea – Juncus trifidus – Phyteuma hemisphaericum – Silene acaulis – Sibbaldia procumbens.

* adeguati alla corrente nomenclatura botanica

 Giunta alla fine del mese di Settembre, quando sugli alti monti incomincia A far freddo, le pecore scendono al pascolino, cioè, come già dissi sui pascoli che hanno ingrassato le prosperose mandrie bovine. A questo punto il grosso gregge si scompone, perché lo raggiungono i singoli proprietari che si riprendono i loro animali, che conduce con i pascoli sui prati vicini al paese.

A quest’epoca viene secondo taglio della lana e per quest’operazione le pecore vengono portate negli ovili presso le abitazioni dei pastori e, durante la tosatura, mantenuta con fieno terzuolo; poi, di nuovo al pascolo. Di quest’epoca si fa pure la cernita tra gli animali e si vende nei capi destinati al macello ai negozianti del luogo o forestieri che a quel tempo si dà un convegno lassù, quando ormai le valli hanno i loro pascoli sfruttati, ed i greggi non senza aver previamente subita la visita del veterinario, scelte dono a piccole tappe al piano.

Sono prosperosi greggi di 100,150 capi, guidati da un uomo, da un ragazzo, da un cane. Qui comincia la loro via crucis per le province della Bassa. Facendo il giro dell’anno precedente, quasi per una tacita convenzione, il pastore passa di paese in paese, di tenuta in tenuta, ben accolto dell’agricoltore che apprezza nel buon concime della pecora e malvisto dagli ignoranti. I pastori pagano un affitto per i prati ove pascolano i loro animali. Tale affitto è molto varia: natura o di denaro, direttamente al proprietario o, come era molto in uso una volta, sotto forma di oblazione alla Chiesa. Da notizie prese da più pastori, il mantenimento al piano di ogni pecora grossa, costa, per circa tre mesi una cinquantina di lire. In questa spesa inclusa una quota di spesa generale per la sorveglianza, cioè per il pastore, ragazzo e cane che non abbandonano mai proprio gregge, né giorno, né notte. Se forti nevicate coprono tutta la pianura, bisogna ricorrere al fieno e tenere le piccole spalle, piccole stalle, ma pur sempre con origine ammucchiato l’intero gregge.

Il fieno terzuolo – di qualità scadente -viene molte volte portato in giù dalle case dei pastori stessi, o ove l’avevano ammucchiato nell’estate. Ne occorrono in media, 4. Kg per ogni pecora grossa al giorno. Altrimenti sostituiscono il fieno o di foraggio verde, quali; le castagne d’India, le ghiande, che sono le più usate dove vi siano gli zuccherifici, gli scatti di tale industria. Raramente i pannelli. Tali alimenti vengono anche usate per l’ingrasso. Il consumo giornaliero, previa triturazione, per ogni pecora, e di Kg. uno e mezzo a due. Il loro costo, quest’inverno, si aggirava attorno alle L. 30 il quintale. Tale prezzo varia a seconda della comodità di acquisto. Le Ghiande sono meno nutrienti e ne occorrono di più. Kg. 2.5 a 3 per animale.

La primavera, che porta il risveglio della vegetazione, aumenta le difficoltà pastore per alimentare il proprio gregge. Deve girare continuamente in cerca di luoghi incolti, magari sulle scarpate dei fossati, sempre minacciato dagli agricoltori che molte volte si uniscono per impedirgli, con ordinanza comunale il transito. Tolti al greggi in principio dell’inverno i restanti castrati, destinati al macello, esso è ridotto ora minimi termini: cioè alle fattrici, gli agnelli, qualche ariete, che magri ed alle volte malati attendono la crescita della buona stagione per tornare monti. E di ritorno si effettua così: pastori vide gregge in due gruppi, manda avanti col ragazzo i più robusti e sani, segue lui con soggetti più malandati.

Ed ecco il gregge che sta per riprendere la vita montanina che ha cercato di descrivere A questo punto subisce la prima tosatura.

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