Scienziati francesi con i pastori

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Pubblicata il 13 ottobre 2014 sul quotidiano francese Liberation e sottoscritta anche da Carlin Petrini, fondatore di Slow Food

(qui l’originale in francese) di seguito la traduzione italiana a cura dei firmatari

 Lupi in Francia

Un gruppo di studiosi e specialisti ha firmato

Un appello a difesa degli ecosistemi non abbandonati dai pastori

I nostri paesaggi più emblematici, costituiti da montagne, colline, boschi, siepi, filari e zone umide sono composti da un mosaico di luoghi plasmati nel corso dei secoli dalle pratiche agricole. La vitalità di queste aree, sempre più apprezzate dalle nostre società urbanizzate, si degrada rapidamente in special modo ove viene a mancare l’attività del pascolo. È ormai noto che, in numerose regioni, gli allevamenti sono sottoposti all’assalto dei lupi. Cosa fare? La gravità della situazione richiede l’adozione di misure di emergenza, sia direttamente sul campo che in ambito normativo.I lupi, considerati specie a rischio di estinzione in Europa, sono una specie rigorosamente protetta. Nelle regioni nordamericane così come in quelle eurasiatiche, essi sono considerati alla stregua di una “specie chiave di volta” degli ecosistemi, indicatrice di una natura rimasta selvaggia o rinselvatichita. In Francia, dove la geografia e la storia sono molto diverse, i lupi mostrano invece il loro comportamento opportunistico. Quando si presenta l’occasione, trascurano la loro funzione di “regolatori” della fauna selvatica, indebolita o malata, e finiscono con l’attaccare greggi e mandrie in perfetta salute. Paradossalmente è proprio la pastorizia, una delle attività agricole più rispettose della biodiversità, cui si riconosce peraltro un importante ruolo nella fornitura di una vasta gamma di servizi ecosistemici, che i lupi, sotto ferma protezione, stanno minacciando di scomparsa.Dal 1992, varie direttive europee hanno promosso la gestione delle aree agropastorali, ovvero quelle che hanno resistito alla semplificazione dei paesaggi e all’artificializzazione indotta dall’agricoltura convenzionale. In realtà, molte specie di notevole pregio vi trovato rifugio: coturnìci, pernici bianche, stambecchi, gipeti, ecc. I mosaici di prati, steppe e brughiere, gestite con il pascolamento offrono e rinnovano svariati tipi di attrazioni anche per chi apprezza fiori, insetti, rettili e anfibi. Questa biodiversità è altresì domestica e include, tra le altre, razze ovine locali come le raïoles delle Cevenne, le brigasche e le mourerous, oltre che le capre di Rove e di Poitou, mantenute dal tenace impegno di alcuni allevatori. Nei parchi nazionali e regionali, nelle riserve e nelle altre aree naturali, la tutela della biodiversità selvatica e di quella domestica sono accomunate nel medesimo impegno.La questione è diventata di portata nazionale. Diffusi in tutto l’arco alpino, i lupi hanno ormai conquistato il Giura, i Vosgi, i Pirenei orientali, fino ad arrivare nelle regioni dell’Ardèche, della Lozère, fino al Cantal e all’Aveyron, passando per le pianure di Lorena e Champagne. I rilievi ufficiali, per il 2014, contano ventisette branchi, i due terzi dei quali nelle Alpi Meridionali. La popolazione è di 300 lupi adulti in oltre venti provincie, con un incremento annuale del 20%. Ogni anno, le perdite registrano il dato non trascurabile di 20-25 pecore o capre uccise in media da ogni lupo adulto. Gli attacchi si estendono anche a giovenche, vitelli e cavalli. Si svolgono nei pascoli, ma anche nelle brughiere, in collina e nelle valli, nei boschi e nei pascoli.Come siamo arrivati fino a questo punto? Dovremmo attribuire questo flusso costante di perdite all’inerzia degli allevatori? Sarebbe come insultarli. Dal 1994 varie misure di protezione sono state offerte ad allevatori e pastori, che le hanno prontamente messe in atto. Nelle Alpi sono stati acquistati più di duemila cani pastore per la protezione delle greggi. I pastori si sono impegnati, per quanto possibile, a raccogliere le loro greggi ogni sera nei parchi chiusi da reti elettrificate, gli aiuto pastore hanno rafforzato la sorveglianza. Tali misure si sono rivelate efficaci? Dopo una tregua tra il 2006 e il 2009, a nulla sono valsi ulteriori sforzi! Nonostante una protezione rafforzata, le perdite sono raddoppiate in quattro anni.Allevatori e pastori hanno adattato le loro pratiche, ma anche i lupi lo hanno fatto e, a quanto pare, sono questi ultimi che stanno avendo la meglio. Nonostante i cani da guardia, i lupi si sono spinti ad attaccare anche in pieno giorno oltre che di notte. Desta maggiore preoccupazione anche il fatto che, talora, neanche la presenza umana sia più in grado di scoraggiarli. I lupi hanno saggiato il vantaggio di attacchi ripetuti senza rischi, spingendosi fino ai bordi delle strade o in prossimità delle abitazioni. Si tratta di un cambiamento di comportamento ampiamente previsto. Già da tempo era noto negli Stati Uniti, dove i ranger lottano quotidiana-mente, sia dentro che nelle vicinanze dei parchi nazionali, contro gli effetti negativi della piena tutela delle specie protette. Incoraggiare i grandi mammiferi a mantenere un comportamento selvaggio nei nostri territori richiede un controllo molto più attento, perfino vigoroso.

Bisogna trarne una conseguenza: anche i dispositivi di protezione più complessi hanno perso efficacia in pochi anni. Varie tecniche complementari sono state proposte, compresi razzi luminosi, generatori di ultrasuoni, droni sonori. Tutti strumenti efficaci più per terrorizzare le greggi che per mettere in fuga i loro predatori. I lupi sono intelligenti e reattivi. La strategia europea di coesistenza delle attività zootecniche e di questo grande predatore ha fallito e deve essere rimessa in discussione. Al di là dei costi finanziari, le questioni ambientali e umane hanno oggi una portata più ampia e restano imprescindibili.La Francia si è impegnata con l’UNESCO a preservare i paesaggi culturali dell’agropastoralismo di Causses e Cevenne come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Nelle Cevenne, come altrove in Francia, il declino delle attività pastorali causerà il rimboschi-mento e il degrado di habitat preziosi per una miriade di altre specie protette. Questa prospettiva chiaramente non può essere limitata alla musealizzazione dello status quo: i paesaggi sono vivi, i loro attori non hanno smesso di evolversi. Alcune associazioni, che in un passato recente sostenevano la “convivenza”, oggi chiedendo la completa dismissione della pastorizia. Ma il nostro paese non è né il Wyoming né il Montana. Gli allevatori e i pastori francesi non meritano di essere dequalificati, spossessati delle loro attività. Appassionati, ispirati dal rispetto per la vita, questi uomini e queste donne si impegnano in professioni gravose, eppur poco remunerate.Siamo ancora in tempo a ridisegnare un futuro per le nostre campagne? Ad evitare lo sfratto degli agricoltori che forniscono prodotti locali di qualità, pur sostenendo paesaggi diversificati e accoglienti? Possiamo ancora incoraggiare i lupi a rimanere “selvaggi” pur ottenendo che si mantengano a debita distanza dagli allevamenti?Le nostre società hanno bisogno di ecosistemi e di paesaggi diversificati. Molti di questi funzionano e si rinnovano grazie al meticoloso lavoro di pastori e allevatori. Dato che la situazione è diventata insostenibile per loro, un importante patrimonio sta per essere colpito dai lupi. È necessaria una regolazione. È molto tardi. Forse non è già troppo tardi.

Gilles Allaire, economista, direttore di ricerca all’INRA – Gérard Balent, ecologo, direttore di ricerca all’INRA – Olivier Barrière, giurista dell’ambiente e antropologo del diritto, ricercatore all’IRD – Claude Béranger, zootecnico, direttore onorario di ricerca all’INRA, membro dell’Académie d’Agriculture de France – Jean-Paul Billaud, sociologo, direttore di ricerca al CNRS – Jean-Luc Bonniol, antropologo, professore emerito all’Université Aix-Marseille – Anne-Marie Brisebarre, antropologa, direttrice emerita di ricerca al CNRS, Collège de France et EHESS – Bernard Denis, veterinario, professore onorario all’École vétérinaire de Nantes, membro dell’Académie d’Agriculture de France – Vinciane Despret, filosofo, ricercatore all’Université de Liège – Christian Deverre, sociologo, direttore di ricerca all’INRA – Jean-Pierre Digard, antropologo, direttore emerito di ricerca al CNRS, membro dell’Acadé-mie d’Agriculture de France – Laurent Dobremez, agronomo, ricercatore all’Irstea – Jean-Claude Duclos, etnologo, conservatore onorario del Musée dauphinois – Laurent Garde, ecologo, ingegnere al Centre d’Études et de Réalisations Pastorales Alpes Méditer-ranée – Alfred Grosser, professore emerito delle Università a Sciences  Po – Laurent Hazard, agroecologo, direttore di ricerca all’INRA – Bernard Hubert, ecologo, direttore emerito di ricerca all’INRA e direttore di studi all’EHESS – Gilbert Jolivet, veterinario, direttore onorario di ricerca all’INRA, membro dell’Académie d’Agriculture de France – Frédéric Joulian, etologo et antropologo, insegnante-ricercatore all’EHESS – Etienne Landais, zootecnico, direttore onorario di ricerca all’INRA et direttore generale onorario di Montpellier SupAgro – Guillaume Lebaudy, etnologo, ricercatore all’Université Aix-Marseille – Bernadette Lizet, etnologa, direttrice onoraria di ricerca al CNRS e al Museum National d’Histoire Naturelle –  Michel Meuret, ecologo, direttore di ricerca all’INRA – André Micoud, sociologo, direttore onorario di ricerca al CNRS – Danielle Musset, etnologa, ricercatrice all’Université Aix-Mar-seille – Pierre-Louis Osty, agronomo, direttore onorario di ricerca all’INRA – Michel Petit, economista, professore all’Institut agrono-mique méditerranéen di Montpellier, ex direttore del Département Agriculture et Développement rural della Banque Mondiale, membro dell’Académie d’Agriculture de France – Carlo Petrini, sociologo, fondatore e presidente di Slow Food International – Xavier de Planhol, geografo, professore emerito all’Université Paris-Sorbonne, membro dell’Academia Europaea – Sylvain Plantureux, agronomo, professore all’Université de Lorraine – Jocelyne Porcher, sociologa, direttrice di ricerca all’INRA – Daniel Travier, etnologo, fondatore-conservatore del Musée des vallées cévenoles – Pierre-Marie Tricaud, agronomo e paesaggista, ex Presidente della Fédération Française du Paysage – Marc Vincent, zootecnico all’INRA.

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